Home » , , » Il cane che inseguiva le stelle, di Henning Mankell, l’autore dei gialli del commissario Wallander.

Joel, undici anni, vive con il padre, che fa il taglialegna ma è un ex marinaio ancora innamorato dell'oceano . La mamma è andata via di...

Joel, undici anni, vive con il padre, che fa il taglialegna ma è un ex marinaio ancora innamorato dell'oceano. La mamma è andata via di casa tanti anni prima.

Joel è solitario, inquieto, ribelle: vorrebbe sapere perché sua madre è sparita, è irritato col padre che ha un nuovo legame, cerca l'approvazione di un compagno ben sapendo che è solo un prepotente, e per compiacerlo affronta una prova pericolosa: arrampicarsi su un ponte altissimo...

Fuori dalla finestra, in una notte di gelo, Joel ha visto un cane che ha l'aria di correre incontro a una stella. Abbiamo tutti bisogno di stelle, vero?

E Joel troverà le sue, piano piano, con pazienza, crescendo.

Henning Mankell (Stoccolma, 1948) è l’autore dei gialli del commissario Wallander, tradotti in tutto il mondo. Tra i suoi libri per ragazzi, Il segreto del fuoco, Il cane che inseguiva le stelle, Il ragazzo che dormiva con la neve nel letto e Il figlio del vento.

Leggi anche: Assassino senza volto, una splendida combinazione tra il meglio del noir americano e il fascino scandinavo.
Trama.

Il cane. Tutto cominciò con lui.

Se non avesse visto il cane solitario forse non sa­rebbe successo niente. Niente di tutto ciò che in se­guito divenne tanto importante da cambiare ogni cosa. Niente di tutto ciò che all'inizio era emozio­nante e poi spaventoso.

Tutto cominciò con il cane. Il cane solitario che aveva visto quella notte d'inverno in cui si era sve­gliato di soprassalto, si era alzato dal letto e in punta di piedi era andato a sedersi sul davanzale della finestra.

Non sapeva perché si fosse svegliato nel mezzo della notte.

Forse aveva sognato qualcosa.

Un incubo, forse, dimenticato al risveglio. O for­se suo padre aveva russato nella stanza accanto al­la sua camera da letto. Non accadeva spesso, ma a volte lo si poteva sentire russare una volta sola, lanciando una specie di ruggito: poi scendeva di nuovo il silenzio.

Come un leone che ruggisce nella notte inver­nale.

Era stato mentre era seduto sul davanzale della finestra che aveva visto il cane solitario.

La finestra era ricoperta di cristalli di ghiaccio, e lui aveva dovuto soffiare sul vetro per poter vede­re fuori. Guardando il termometro aveva scoperto che c'erano quasi trenta gradi sotto zero. Ed era stato in quel momento, mentre era seduto a guar­dare fuori, che all'improvviso aveva visto il cane. Correva sulla strada tutto solo.
Si era fermato a guardarsi intorno proprio sotto il lampione, annusando in diverse direzioni prima di riprendere a correre. Poi era scomparso.

Era un normalissimo pastore norvegese grigio. Quella era l'unica cosa che aveva avuto il tempo di vedere. Ma perché stava correndo là fuori, solo in quella fredda notte invernale? Dove stava andan­do? E perché si era guardato intorno?

Sembrava quasi che avesse paura di qualcosa.

Anche se aveva incominciato a sentire freddo era rimasto seduto sul davanzale della finestra ad aspettare che il cane tornasse. Ma non era acca­duto.

Fuori c'era solo la fredda e vuota notte inverna­le. Le stelle brillavano lontane.

Non riusciva a dimenticare il cane solitario.

Durante quell'inverno si svegliò spesso senza sapere il perché. Ma ogni volta si alzava, cammi­nava in punta di piedi sul freddo linoleum del pa­vimento e si sedeva sul davanzale della finestra ad aspettare che il cane tornasse.

Una volta si addormentò davanti alla finestra. Era ancora lì quando suo padre alle cinque si alzò a preparare il caffè.

«Cosa ci fai qui?» gli chiese suo padre dopo averlo svegliato scuotendolo.

Suo padre si chiamava Samuel e faceva il taglia­legna. Alla mattina presto andava nel bosco a la­vorare. Abbatteva gli alberi per una grande indu­stria forestale che aveva uno strano nome: Marma Tubolungo.

Quando suo padre lo trovò addormentato da­vanti alla finestra, non sapeva proprio che cosa ri­spondere. Non poteva certo dire che era seduto lì ad aspettare un cane. Forse avrebbe creduto che stesse mentendo, e a suo padre non piaceva la gen­te che non diceva la verità.

«Non lo so» rispose. «Forse ho di nuovo cam­minato nel sonno.»

Questo lo poteva dire. Non era del tutto vero, ma nemmeno completamente falso.
Aveva camminato nel sonno quando era picco­lo. Non se lo ricordava, però: era stato suo padre a raccontargli che, più di una volta, l'aveva visto en­trare in camicia da notte nel soggiorno in cui lui

stava ascoltando la radio o sfogliando una delle sue vecchie carte nautiche. E quando suo padre lo svegliava lui proprio non sapeva spiegare perché era in piedi e camminava pur continuando a dor­mire.

Era passato molto tempo da allora. Cinque anni: quasi la metà della sua vita. Ormai ne aveva undi­ci compiuti.

«Vai a letto, adesso» gli disse suo padre. «Non devi restare seduto qui al freddo.»
Si infilò di nuovo sotto le coperte e ascoltò suo padre preparare il caffè e i panini che si sarebbe portato nel bosco, per poi chiudersi la porta d'in­gresso alle spalle.

Dopo scese il silenzio.

Guardò la sveglia accanto al suo letto, appog­giata su uno sgabello che gli era stato regalato quando aveva compiuto sette anni.

Non gli piaceva, quello sgabello. Gli era stato regalato al posto dell'aquilone che aveva chiesto.

Ogni volta che guardava lo sgabello si arrab­biava.

Come si fa a regalare uno sgabello a chi deside­ra un aquilone?

Poteva dormire ancora due ore prima di dover­si alzare per andare a scuola. Si tirò la coperta fino al mento, si rannicchiò e chiuse gli occhi, e subito vide arrivare di corsa il cane solitario. Correva su zampe silenziose nella notte invernale, e forse era diretto a una stella lontana.

In quel momento sapeva che lo avrebbe cattura­to. Lo avrebbe attirato nel suo sogno. Lì si sarebbe­ro tenuti compagnia, dove non faceva freddo come nella notte invernale...

Poco dopo il figlio del taglialegna dormiva. Si chiamava Joel Gustafson.

Fu nell'inverno del 1956 che vide per la prima volta il cane solitario.

E fu in quell'inverno che accadde tutto.

Tutto ciò che era cominciato con il cane...
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1 commento:

  1. Dolcissimo e profondo, pur nel suo essere un "libro per ragazzi".
    I romanzi come questo scaldano il cuore.

    RispondiElimina

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