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I cani di Riga (titolo originale Hundarna i Riga), romanzo giallo dello scrittore svedese Henning Mankell, è la seconda storia della saga de...

I cani di Riga (titolo originale Hundarna i Riga), romanzo giallo dello scrittore svedese Henning Mankell, è la seconda storia della saga dell'ispettore di polizia Kurt Wallander.

Il romanzo è ambientato, a Ystad, Svezia e a Riga, Lettonia.

Un canotto alla deriva con i corpi di due uomini viene ritrovato sulle coste della Svezia meridionale; il commissario Kurt Wallander indaga ed è indirizzato su una pista che lo porta a Riga, capitale della Lettonia.

Il detective si trova invischiato in un intreccio di avvenimenti che hanno sullo sfondo l'instabile scenario politico lettone determinatosi dopo la caduta dell'impero sovietico e prima del periodo di prosperità economica in cui il paese baltico si troverà solo a partire dall'anno 2000.

Con i Cani di Riga l’ispettore Wallander lascia per la prima volta la sua Scania per un’avventurosa indagine che lo spinge in Lettonia. Una terra sconosciuta, persa nel dedalo geografico post-sovietico che tra nomi impronunciabili e assonanze finisce per sembrare un tutto compatto e indistinguibile.

Un mondo ancora grigio che si dibatte tra le tentazioni tutte consumistiche dell’Occidente, le spinte nazionaliste e una sola impresa di successo: la criminalità organizzata.


L’indagine sulla morte del maggiore Liepa, poliziotto lettone, coinvolge Wallander nei costumi di un paese dove si sussurra e si intende più che dire, e il suo coraggio è messo a dura prova.


Una volta di più, la forza del racconto è tutta nella miscela dei delitti, delle atmosfere evocate e della sbilenca normalità di Wallander. Uno che pensa seriamente di mollare tutto per andare a fare l’esperto di sicurezza, ma non può fare a meno di assecondare quella voce interiore che senza retorica lo spinge ad arrivare fino in fondo.


La neve iniziò a cadere poco dopo le dieci del mattino.

L'uomo al timone nella cabina del battello da pesca impre­cò ad alta voce.

Sapeva dal bollettino meteo di un'ora prima che era prevista neve, ma aveva sperato di avvistare la costa svedese prima che la tempesta avesse inizio.

Maledizione, se ieri sera non avessi perso tempo a Hiddensee, pensò, a que­st'ora avrei già avvistato Ystad e avrei potuto fare rotta a est, adesso invece siamo ad almeno sette miglia dalla costa e se la neve aumenta d'intensità, sarò costretto ad alare e aspettare una visibilità migliore.

L'uomo imprecò nuovamente. L'avarizia gioca sempre brutti scherzi, pensò. Perché non ho fatto quello che in pra­tica avevo già deciso di fare a settembre? Perché non ho com­prato l'impianto radar nuovo...

Il vecchio Decca ha visto gior­ni migliori. Avrei dovuto comprare uno di quei nuovi modelli americani. Ma sono stato tirchio. E poi non mi fidavo dei tedeschi dell'Est. Ero certo che mi avrebbero rifilato una fre­gatura.

Continuava ad avere difficoltà ad accettare che la Repubbli­ca Democratica Tedesca non esistesse più e che un intero popolo, che i tedeschi dell'Est non esistessero più. In una sola notte, la storia aveva cancellato una frontiera fittizia che aveva diviso una nazione per più di trent'anni.

Ora c'era un unico stato che si chiamava Germania e due popoli che erano tornati a essere uno solo. E tutti cercavano di immaginare, senza però riuscirci, cosa potessero veramente provare incontrandosi li­beramente nella vita di tutti i giorni. All'inizio, quando il Muro era caduto da un giorno all'altro, l'uomo al timone del battello aveva provato un senso di angoscia.

Era possibile che quell'improvviso e inaspettato cambiamento potesse avere conseguenze negative sulla sua attività? Ma i suoi partner di quella che tutti ormai chiamavano l'ex Germania Est lo ave­vano rassicurato. Non sarebbe cambiato niente. Al contrario, avevano detto, molto probabilmente il nuovo stato di cose avrebbe persino potuto significare nuove e più proficue op­portunità di fare affari.

La neve cadeva sempre più fitta e il vento aveva cambiato direzione e cominciava a soffiare verso sud-sud ovest. L'uomo, che si chiamava Holmgren, accese una sigaretta e si versò una tazza di caffè dal thermos che teneva sempre vicino alla bus­sola. Il calore nella cabina di comando lo faceva sudare.

L'odore di gasolio sembrava più acre del solito. L'uomo si girò e gettò uno sguardo verso il vano motore. Intravide i piedi di Jacobson che dormiva disteso sulla piccola branda. L'alluce destro spuntava da un buco nella spessa calza di lana grigia. Tanto vale lasciarlo dormire, pensò. Se saremo costretti ad alare, mi farò dare il cambio e potrò riposare un paio d'ore.

Bevendo l'ultimo sorso di caffè non riuscì a fare a meno di tornare con il pensiero alla sera prima. Per cinque ore erano stali bloccati nel minuscolo porto semiabbandonato a ovest di I [iddensec aspettando il camion che doveva caricare la merce. Weber aveva affermato che il ritardo era dovuto a un guasto al motore del camion. In un certo senso era una spiegazione accettabile. Il camion, un modello obsoleto, surplus dell'eser­cito sovietico, era stato in qualche modo raffazzonato e ogni volta die lo vedeva apparire Holmgren si meravigliava.

Aveva m rettato la scusa, ma anche se Weber non lo aveva mai ingan­nato o tini lato, continuava a non fidarsi di lui. Sin dall'inizio qualcosa in quell'uomo non lo aveva convinto e non riusciva a cambiare idea. In ogni caso, preferiva essere cauto, dopo tutto il valore della merce che scaricava a ogni viaggio era ( onsidercvole. Da venti a trenta computer dell'ultimo model­lo, un centinaio di telefoni cellulari e altrettante autoradio.

Non solo aveva la responsabilità per milioni di corone, ma se m.u li polizia di frontiera lo avesse preso, sapeva di andare ui« «hiiio a una lunga permanenza in prigione. E in quel caso Webu non <>li sarebbe certamente stato di aiuto. Nel mondo in (in si muoveva, ognuno pensava soltanto a se stesso.

Controllò la bussola e corresse la rotta di due gradi più a nord. Il solcometro indicava una velocità costante di otto nodi. Mancavano ancora più di sei miglia prima che potesse avvistare la costa svedese e iniziare a fare rotta su Brantevik. Riusciva ancora a intravedere il movimento blu grigio delle onde, ma la neve cadeva sempre più fitta.

Ancora cinque viaggi, pensò. Poi sarà finita. Allora avrò messo da parte abbastanza denaro per potermene andare. Accese un'altra sigaretta e sorrise al pensiero. Ancora cin­que viaggi e avrebbe raggiunto il suo obiettivo.

Ancora cinque viaggi e avrebbe lasciato tutto e tutti dietro di sé, avrebbe intrapreso il lungo viaggio verso Porto Santos e avrebbe aper­to il suo bar. Presto non sarebbe più stato costretto a rimane­re in quella cabina soffocante ad ascoltare Jacobson che rus­sava sulla branda nel vano motore impregnato dall'odore di gasolio e di olio bruciato. Anche se non era certo di quale futuro la sua nuova vita gli poteva riservare, non vedeva l'ora di iniziarla.

Improvvisamente, con la stessa repentinità con cui aveva iniziato, la neve smise di cadere. Lì per lì non riuscì a credere alla propria fortuna. Chiuse gli occhi per alcuni secondi e li riaprì scuotendo il capo. Forse, dopotutto, possiamo ancora farcela, pensò. Forse la tempesta ha cambiato direzione e si sta muovendo verso la Danimarca?

Si versò un'altra tazza di caffè e iniziò a canticchiare. Ap­pesa a una delle pareti della cabina, c'era la borsa con il de­naro. La distanza da Porto Santos, la piccola isola al largo di Madeira, si era accorciata di trentamila corone. Quel paradiso sconosciuto che lo stava aspettando era sempre più vicino.

Stava per portare la tazza di caffè alle labbra quando scorse il canotto di gomma. Se la neve non avesse smesso di cadere, non lo avrebbe mai potuto notare. Ma ora era lì, sballottato dalle onde a una cinquantina di metri a babordo. Passò la manica della giacca sul vetro della cabina, socchiuse gli occhi e vide che era un canotto rosso di salvataggio. Sembra vuoto, ensò. Probabilmente il vento lo ha fatto staccare da qualche nave. Diede un giro di timone e diminuì la velocità.


All'im­provviso cambiamento di regime del motore diesel, Jacobson si svegliò di soprassalto.


«Siamo arrivati?» chiese con la voce impastata dal sonno.

«C'è un canotto a babordo» disse Holmgren. «Cerchiamo di agganciarlo e di portarlo a bordo. Anche usato, deve valere almeno quattromila corone. Prendi il timone, io vado a pren­dere la gaffa.»

Jacobson salì nella cabina e prese il timone. Holmgren in­filò una cerata, mise un berretto di lana blu in testa e uscì dalla cabina. Il vento freddo gli frustò il viso facendolo rabbri­vidire. Il battello si stava avvicinando lentamente al canotto. Holmgren staccò la gaffa che era assicurata alla parte più alta della parete della cabina. Impiegò qualche minuto a sciogliere i nodi bagnati. Quando finalmente riuscì a liberare la gaffa, si voltò per agganciare il canotto.

Sussultò e fece un mezzo passo indietro. Si era reso conto che il canotto, che era a un paio di metri dal battello, non era vuoto come aveva creduto. Distesi sul fondo c'erano due uo­mini. Due uomini morti. Dall'interno della cabina, Jacobson urlò qualcosa di incomprensibile.

Anche lui aveva notato il macabro carico del canotto.
Non era la prima volta che Holmgren vedeva degli uomini morti. Molti anni prima, durante il servizio militare, un pezzo di artiglieria era esploso durante una manovra e quattro dei suoi migliori amici erano stati fatti a pezzi. E in seguito, du­rante i lunghi anni passati a guadagnarsi da vivere con la pesca, aveva avuto modo di vedere altri cadaveri galleggiare gonfi sull'acqua o sbattuti dalle onde sulle spiagge.

I due uomini erano stesi sul fondo del canotto. La prima cosa che colpì Holmgren furono gli abiti che i due indossava­no. Non erano abiti di pescatori o di marinai. Entrambi indos­savano giacca e cravatta. Erano stesi l'uno vicino all'altro, come se avessero cercato di proteggersi a vicenda da qualcosa di terribile. Cosa può essere successo? pensò. Chi sono? In quello stesso momento, Jacobson uscì dalla cabina e si mise a fianco di Holmgren.

«Porca puttana» disse. «Dannazione. Cosa facciamo?» Holmgren rifletté un attimo.
«Niente» rispose. «Se li tiriamo su saremo costretti a ri­spondere a un sacco di domande. Non li abbiamo visti, e questo è tutto. Nevicava e la visibilità era al minimo.»

«Stai dicendo che vuoi lasciare che il canotto vada alla deriva?» chiese Jacobson.

«Proprio così» rispose Holmgren. «Quei due sono morti. Non possiamo farci niente. Meglio lasciar perdere. Voglio assolutamente evitare di rispondere a domande del tipo: Cosa facevate? Da dove venite?»

Jacobson scosse il capo incerto. Rimasero in silenzio a os­servare i due cadaveri. Holmgren pensò con un fremito che i due uomini nel canotto non potevano avere più di trent'anni. I loro volti erano grigi e tumefatti.

«Strano» disse Jacobson. «Non vedo nessun nome sul ca­notto. Normalmente i canotti di salvataggio portano il nome della nave.»

Holmgren prese la gaffa, agganciò il canotto e lo fece gira­re. Si rese conto che Jacobson aveva ragione.

«Cosa diavolo può essere successo?» borbottò. «Chi sono questi due? Da quanto tempo il canotto sta andando alla deriva? Tutti e due in giacca e cravatta...»

«Quanto manca a Ystad?»

«Poco più di sei miglia.»

«Potremo prendere il canotto a rimorchio e poi lasciarlo in vicinanza della costa» disse Jacobson. «Andrà alla deriva su qualche spiaggia e qualcuno lo troverà.»
Holmgren rifletté. In qualche modo, l'idea di lasciare quei due poveretti non gli piaceva. Ma allo stesso tempo, prendere il canotto a rimorchio comportava non pochi rischi. C'erano buone probabilità che uno dei tanti traghetti o navi da carico li notasse. Un battello da pesca con a rimorchio un canotto di salvataggio rosso non poteva passare inosservato.

Cercò di valutare i prò e i contro.

Poi prese una decisione improvvisa. Afferrò una cima, si sporse sul pulpito e la assicurò al canotto. Jacobson tornò al timone e virò in direzione di Ystad. Holmgren lasciò correre la cima finché il canotto non fu a una decina di metri dal battello per evitare il moto ondoso creato dall'elica.

Quando intravidero il profilo della costa svedese, Holm­gren tagliò la cima. Il battello si allontanò rapidamente dal canotto con il suo carico macabro. Jacobson fece rotta verso est e alcune ore dopo il battello entrava nel porto di Brante-vik.

Jacobson prese le sue cinquemila corone, salì sulla sua Volvo e partì in direzione di Svarte, dove abitava. Holmgren chiuse la cabina e poi iniziò a fissare un telone sul boccaporto di carico. Il porto era deserto e Holmgren controllò metodi-punente e senza fretta che tutto fosse in ordine. Poi prese la borsa con il denaro e si avviò verso la sua vecchia Ford.

In giorni normali, si sarebbe messo al volante e avrebbe cominciato a pensare a Porto Santos. Ma ora, davanti agli occhi vedeva solo il canotto rosso seguire il moto delle onde. Cercò di calcolare quando il canotto avrebbe raggiunto la costa. Le correnti erano capricciose e cambiavano continua­mente.

Il vento era altrettanto imprevedibile in quella stagio­ne. Il canotto poteva toccare terra praticamente in qualsiasi punto lungo la costa. Ma Holmgren aveva la sensazione che lo avrebbe fatto nelle vicinanze di Ystad. Ammesso che prima non fosse stato individuato da uno dei traghetti per la Polonia o da qualche altra nave.

Arrivò a Ystad alle prime luci dell'alba. Si fermò al sema­foro rosso all'angolo dell'hotel Continental.

Due uomini in giacca e cravatta, pensò. In un canotto ab­bandonato in mezzo al Baltico. Un pensiero continuava ad assillarlo. Aveva la sensazione di aver visto qualcosa che avrebbe dovuto costringerlo a riflettere. Quando scattò il ver­de capì che cosa era stato. I due uomini morti non erano saliti nel canotto da una nave in pericolo.

Qualcuno li aveva messi lì quando erano già morti. Sapeva che la sua era una semplice supposizione. Ma era sicuro che le cose si fossero svolte in quel modo. I due uomini erano stati messi nel canotto quando erano già morti.

Come spinto da un impulso irresistibile, parcheggiò l'auto, scese e si diresse verso una cabina telefonica. Prima di staccare il microfono, pensò accuratamente a quello che avrebbe detto. Poi compose il numero delle emergenze e chiese della polizia. Alzò gli occhi e notò attraverso la vetrata sporca della cabina telefonica che la neve aveva ripreso a cadere.

Era il 12 febbraio 1991



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