Home » , » La Leonessa Bianca è la terza storia della saga dell'ispettore di polizia Kurt Wallander ambientata in Svezia e in Sudafrica.

La leonessa bianca (Den vita lejoninnan) è un romanzo dello scrittore svedese Henning Mankell che, edito nel 1998, costituisce la terza stor...

La leonessa bianca (Den vita lejoninnan) è un romanzo dello scrittore svedese Henning Mankell che, edito nel 1998, costituisce la terza storia della saga dell'ispettore di polizia Kurt Wallander. Il romanzo è ambientato, a Ystad, Svezia e in Sudafrica. La prima edizione italiana del romanzo è stata pubblicata nell'anno 2003 da Marsilio.

A proposito dell'ambientazione in Sudafrica di gran parte del romanzo, va detto che lo scrittore vive da anni parzialmente proprio nel paese africano. Anche da questo romanzo, come da molti altri scritti da Mankell, è stato tratto nel 1996 un film di produzione svedese intitolato Den Vita lejoninnan e diretto da Per Berglund.

La trama si snoda su due livelli paralleli: uno, ambientato durante l'ultimo periodo dell'apartheid in Sudafrica dove il presidente Frederik Willem de Klerk rischia di perdere il potere a favore della maggioranza nera guidata dall'African National Congress; l'altro, narra delle indagine che vengono condotte dall'ispettore capo Kurt Wallander riguardo un caso di omicidio di Louise Åkerblom, una donna agente immobiliare metodista, nella cittadina svedese di Ystad.

Il ritrovamento del corpo della donna, in fondo ad un pozzo ed il ritrovamento di un dito di un uomo di colore, di un detonatore che provoca una forte esplosione e di un'arma sul luogo del crimine sul luogo del crimine, conducono ben presto il brillante Wallander sulle tracce di ex-agente del KGB, giunto in Svezia per un complotto che mira ad assassinare una importante personalità sudafricana.


Nel tardo pomeriggio del 21 aprile 1918, tre uomini si incontrarono in un modesto caffè nel quartiere di Kensington a Johannesburg. Tutti e tre erano giovani.
Werner van der Merwe, il più giovane, aveva appena compiuto diciannove anni. Il più vecchio, Henning Klopper, ne aveva ventidue. Il terzo uomo, Hans du Pleiss, avrebbe compiuto ventidue anni qualche settimana dopo.

Si erano incontrati proprio quel giorno per decidere come avrebbero celebrato il suo compleanno. Infatti, quel pomeriggio, nessuno dei tre parlò della festa di compleanno.

Neppure Henning Klopper, che fu quello che avanzo la proposta che, a lungo termine, avrebbe cambiato l'intera società sudafricana, si rendeva contodelle conseguenze che i suoi pensieri ancora incompleti avrebbero avuto.

Tutti i tre giovani uomini erano diversi fra di loro, ma avevano qualcosa in comune. Tutti e tre erano boeri. Tutti e tre erano discendenti di ricche famiglie sbarcate nel Sudafrica durante le prime grandi ondate di immigrazione di
olandesi.

Quando l'influenza inglese nel paese aveva cominciato a crescere fino a raggiungere forme di aperta oppressione avevano caricato i loro averi su carri tirati da buoi e avevano iniziato il loro lungo viaggio verso l'interno, verso le pianure del Transvaal e dell'Orange.

Per i tre giovani come per tutti i boeri, la libertà e l'indipendenza erano la
idiosincrazia essenziale per evitare che la loro lingua e la loro cultura svanissero.

La libertà era una garanzia per evitare qualsiasi indesiderata assimilazione con gli odiati abitanti di origine inglese, e ancora di più con i neri che popolavano il paese o con la minoranza indiana che viveva quasi esclusiva­mente commerciando nelle città costiere come Durban, Port Elizabeth e Città del Capo.

Henning Klopper, Werner van der Merwe e Hans du Pleiss erano boeri. E questo era un fatto che non potevano né di­menticare né rinnegare. Ma soprattutto, erano orgogliosi di esserlo. Avevano imparato sin dalla loro infanzia che apparte­nevano a un popolo di eletti. Ma queste erano convinzioni che non venivano quasi mai discusse apertamente durante i loro incontri giornalieri nel piccolo caffè. Esistevano e basta, come un tacito requisito per la loro amicizia e lealtà, per i loro pensieri e per i loro sentimenti.

Dato che tutti e tre lavoravano come impiegati per la Com­pagnia delle Ferrovie Sudafricane, si incontravano in quel caffè alla fine di ogni giornata di lavoro. Normalmente parla­vano di ragazze, dei loro sogni per il futuro e della grande guerra che sembrava avere raggiunto il culmine in Europa. Ma proprio quel giorno, Henning Klopper era rimasto silenzioso, assorto nei propri pensieri. Gli altri due, abituati a sentirlo parlare in continuazione, lo guardavano perplessi.

«Sei malato?» chiese Hans du Pleiss. «Un attacco di mala­ria?»

Henning Klopper scosse lievemente il capo senza rispon­dere.

Hans du Pleiss scrollò le spalle e si rivolse a Werner van der Merwe.

«Sta pensando» disse Werner. «Sta cercando di capire cosa deve fare per farsi aumentare lo stipendio da quattro a sei sterline al mese.»

Quello era uno degli argomenti di conversazione più ricor­renti, come riuscire a convincere il loro capo restio ad aumen­tare i loro magri stipendi. Nessuno dei tre dubitava che, nel futuro, il loro lavoro nella Compagnia delle Ferrovie Sudafri­cane li avrebbe portati a occupare delle cariche importanti.

Tutti e tre avevano una buona dose di fiducia in se stessi, ed erano persone intelligenti ed efficienti. Il problema era che, secondo le loro convinzioni, tutto procedeva con una lentezza esasperante.

Henning Klopper allungò una mano, prese la tazza di caffè ' e bevve un sorso. Si passò la punta delle dita sull'alto colletto bianco per controllare che fosse a posto. Poi si passò la mano sui capelli che portava pettinati con la riga in mezzo.

«Voglio raccontarvi quello che è accaduto quarantanni fa» , disse scandendo lentamente le parole.

Werner van der Merwe, che portava occhiali con spesse pienti, socchiuse gli occhi.

«Sei troppo giovane, caro Henning» disse. «Dovrai aspettare almeno una ventina d'anni prima di poterci parlare di ricordare quelli che ne hanno quaranta.»

Henning Klopper scosse il capo.

«I ricordi non sono miei» rispose. «E neppure di qualche membro della mia famiglia.

Si tratta di un sergente inglese che chiamava George Stratton.»

Hans du Pleiss tolse di bocca il sigaretto che stava cercando accendere.

«Da quando in qua ti interessi degli inglesi?» chiese. l'unico inglese buono è un inglese morto, indipendentemente dal fatto che sia un sergente o un uomo politico o un ispettore delle miniere.»

«È morto» disse Henning Klopper. «Il sergente George Sutton è morto. Non devi preoccuparti. Ed è proprio della morte, avvenuta quarant'anni fa, che voglio parlarvi.»

Hans du Pleiss aprì la bocca per fare un'ulteriore obiezione ma prima che potesse parlare, Werner van der Merwe gli una mano sulla spalla.

Spetta» disse. «Lascia che Henning racconti.»

Henning Klopper bevve un altro sorso di caffè e si asciugò accuratamente la bocca e i sottili baffi biondi con un tovagliolo.

Era l'aprile del 1878» iniziò. «Durante la guerra degli inglesi contro le tribù africane in rivolta.»

La guerra che hanno perso» disse Hans du Pleiss. «Solo esi possono perdere una guerra contro dei selvaggi.

Lascialo continuare» disse Werner van der Merwe. «Smet­ti interromperlo.»

«Quello che sto per raccontarvi è accaduto da qualche parte nelle vicinanze di Buffalo River» disse Henning Klop-per. «Il fiume che gli indigeni chiamano Gongqo.

Il distacca­mento di Mounted Rifles del quale George Stratton era a capo si era accampato e aveva preso posizione in uno spiazzo aper­to vicino al fiume. Davanti a loro, si ergeva un'altura della quale non ricordo il nome. Ma un gruppo di guerrieri Xhosa aspettava nascosto dall'altura. Non erano molti ed erano male armati. Insomma, niente che potesse inquietare gli uomini di Stratton.

I due che aveva inviato in avanscoperta avevano ri­ferito che gli Xhosa sembravano disorganizzati e sul punto di andarsene. Inoltre, quel giorno, Stratton e i suoi sottufficiali aspettavano l'arrivo di almeno un battaglione di rinforzo. Ma improvvisamente accadde qualcosa che rese il sergente Strat­ton, conosciuto per la sua flemma, irrequieto.

Cominciò ad andare da un soldato all'altro dicendo loro addio. In seguito, molti dissero che avevano avuto l'impressione che fosse stato colto da una febbre improvvisa. Poi, Stratton prese la pistola dalla fondina, si sparò alla tempia davanti ai suoi uomini. Quando cadde morto a pochi metri dal Buffalo River, aveva ventisei anni. Quattro in più di quanti ne ho io oggi.»

Henning Klopper finì di parlare bruscamente, come se fos­se rimasto sorpreso dalle sue stesse parole. Hans du Pleiss accese il sigaretto, aspirò il fumo e alzò lo sguardo al cielo come se fosse in attesa di sentire l'amico continuare la sua storia. Werner van der Merwe alzò la mano e fece schioccare le dita in direzione di un cameriere nero che stava sbarazzan­do un tavolo nella parte opposta del locale.

«È tutto?» chiese Hans du Pleiss.

«Sì» rispose Henning Klopper. «Non basta?»

«Credo che a questo punto ci voglia dell'altro caffè» disse Werner van der Merwe.

Il cameriere nero che zoppicava vistosamente prese l'ordine inchinandosi e poi sparì dietro la porta a battenti che portava nella cucina.

«Perché ci hai raccontato tutto questo?» chiese. «La storia di un sergente inglese che, colto da un colpo di sole, si spara alla testa?»

Henning Klopper guardò i suoi due amici sorpreso.

«Ma non capite?» disse. «Ma veramente non capite?»

La sua espressione di sorpresa era genuina, non stava fin­gendo o cercando di impressionare gli amici. Quando aveva letto per caso la storia del sergente Stratton in un giornale dell'epoca che aveva trovato nella soffitta della casa paterna, aveva subito pensato che il fatto lo riguardasse.

In qualche t modo, aveva pensato che la sorte del sergente Stratton avrebbe potuto essere la sua.

All'inizio, quel pensiero gli era sembrato tanto improbabile da sconcertarlo. Che cosa poteva livere in comune con un sergente dell'esercito britannico che, apparentemente vittima di un raptus di follia, si era portato il revolver alla tempia e aveva premuto il grilletto?

In verità non era stata la descrizione della fine di Stratton attirare la sua attenzione.

Erano state le ultime righe dell'articolo.

Molto tempo dopo, un soldato semplice, che era lato testimone dell'evento, aveva raccontato che nei giorni precedenti il sergente Stratton continuava a ripetere a se stesso un'unica frase. Meglio il suicidio che cadere vivo in mano ai guerriri Xhosa. Ed era proprio così che Henning Klopper giudicava la propria situazione di boero in un Sudafrica sempre più domi­nato dagli inglesi.

Leggendo l'articolo, aveva avuto l'impressione che la sola scelta che gli rimaneva era quella del sergente Hutton. Sottomissione, aveva pensato. Niente può essere più avvilente che essere costretti a vivere in condizioni imposte da tutta la mia famiglia, tutta la mia gente, è costretta a secondo le leggi, la prepotenza e il disprezzo degli inglesi.

La nostra cultura è costantemente minacciata, gli inglesi cercheranno di distruggerci sistematicamente. Allora la sottomissione sarà completa.

La sua prima reazione era stata di sgomento. Chi avrebbe potuto opporre resistenza agli inglesi nel futuro se non gli uomini della sua stessa generazione? Chi avrebbe difeso i di­ritti dei boeri se non lo avesse fatto egli stesso? O Hans du Pleiss o Werner van der Merwe?

La storia del sergente Stratton gli aveva confermato qualco­sa che in qualche modo sapeva già. E ora, non poteva più sfuggire alla realtà dei fatti e alla propria consapevolezza.

Meglio il suicidio che la sottomissione. Ma dato che io voglio continuare a vivere, le cause della sottomissione devono essere eliminate.

Questa era l'alternativa, semplice e difficile, ma allo stesso tempo inequivocabile,
Non riusciva a capire perché avesse scelto proprio quel giorno per raccontare ai suoi due amici la storia del sergente Stratton. Aveva semplicemente sentito di non potere aspettare più a lungo.

I tempi erano maturi, si era detto, non potevano continuare a passare i pomeriggi e le serate nel loro caffè preferito a fantasticare sul futuro facendo progetti per cele­brare compleanni. C'era qualcosa di molto più importante di tutto questo, qualcosa che era fondamentale per il futuro in generale. Gli inglesi che non si trovavano a loro agio nel Su­dafrica potevano scegliere di tornare in patria, oppure poteva­no cercare fortuna in un'altra colonia dell'apparentemente infinito impero britannico.

Ma per Henning Klopper e per gli altri boeri esisteva solo il Sudafrica. Un tempo, quasi duecen­totrenta anni prima, scacciati dalle persecuzioni religiose, ave­vano bruciato tutti i ponti dietro di sé e avevano trovato il loro paradiso perduto in quel paese. Le loro privazioni li avevano convinti di essere un popolo eletto. Ed era lì, all'estremo sud del continente africano, che avevano il loro futuro. O quello, o una sottomissione che avrebbe significato un lento ma ine­sorabile annientamento.

Il vecchio cameriere zoppicante si avvicinò al tavolo con un vassoio e una caffettiera, fece un inchino e servì il caffè con mani tremanti. Henning Klopper accese una sigaretta e fissò i suoi due amici.

«Non capite?» disse nuovamente. «Non capite che siamo di fronte alla stessa scelta del sergente Stratton?»

Werner van der Merwe si tolse gli occhiali e li pulì con il fazzoletto.

«Voglio vederti bene, Henning Klopper» disse. «Devo assicurarmi che la persona che ho davanti sia veramente l'Henning Klopper che conosco.»

Henning Klopper non riuscì a frenare un moto di rabbia. Perché non capivano quello che voleva dire? Doveva forse edere di essere l'unica persona assillata da questi pensieri?

«Ma non vedete quello che sta accadendo intorno a noi?» disse. «Se non siamo disposti a difendere il nostro diritto di eredi boeri, chi potrà farlo per noi? Volete che il nostro polo sia oppresso e indebolito al punto che l'unica cosa che rimarrà da fare sarà quello che ha fatto George Stratton?»

Werner van der Merwe scosse lentamente il capo. Henning Opper ebbe la sensazione di percepire una sfumatura di risa nelle parole dell'amico.

Abbiamo perso la guerra con gli inglesi» disse. «Siamo troppo pochi e abbiamo permesso agli inglesi di essere più numerosi di noi in questo paese che una volta era il nostro. Siamo costretti a cercare di vivere insieme a loro in una forma di comunanza.

Non vedo alternative possibili.

Siamo troppo pochi e rimarremo sempre inferiori di numero, anche se le nostre donne non facessero altro che mettere al mondo figli.»

Non è una questione di essere inferiori di numero» rispose Henninging Klopper irritato. «Sto parlando di convinzione. Di sabilità.»

Non solo» disse Werner van der Merwe. «Adesso capisco che volevi dire con la storia del sergente Stratton. E darti ragione. Ma non ho bisogno che tu mi ricordi che sono boero. Tu sei un sognatore, Henning Klopper.

«Come dovremmo agire secondo te?

Come i comunisti in Russia? Armarci e salire sul iceberg per fare i partigiani?

E mi sembra che tu dimentichi che non è solo una questione di superiorità numerica inglesi. Ciò che minaccia maggiormente il nostro modo vero sono gli aborigeni, i neri.»

«Quelli non avranno mai un ruolo importante» rispose.




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