Home » , » The Lost, capolavoro di Siverston, ecco servito il delirio di onnipotenza di un ragazzo.

The Lost è un film thriller del 2006 diretto da Chris Sivertson e tratto dal omonimo libro di Jack Ketchum. Ray Pye è un giovane di provin...

The Lost è un film thriller del 2006 diretto da Chris Sivertson e tratto dal omonimo libro di Jack Ketchum.

Ray Pye è un giovane di provincia viziato e presuntuoso, che cerca di avere tutto quello che vuole grazie ai suoi modi spacconi e violenti. Con questi modi riesce a mascherare le sue malefatte e i suoi crimini,anche violenti, grazie soprattutto al timore e alla paura che i suoi amici e i suoi conoscenti provano nei suoi riguardi.

Ma il suo equilibrio mentale incomincerà a vacillare quando iniziare a capire che il mondo non gira intorno a lui e che i suoi crimini non possono rimanere per sempre impuniti.
Eccoci quindi a un film che punta tutto sulla combustione lenta, stemperando la violenza delle prime scene (introdotte da una stupenda camminata nel bosco al ritmo di The pied piper, canzone che chiuderà poi il circolo 120 minuti dopo) in un lungo intreccio centrale dove l’azione latita ed emerge una galleria di personaggi finalmente lontani dagli stereotipi monodimensionali cui ci hanno abituati decenni di brutta cinematografia horror.

Ed è saggia la scelta di concentrarsi su Ray Pye, i suoi amici, le ragazze che conosce e i poliziotti, perchè a conti fatti, quando il ragazzaccio prenderà gli attrezzi da dietro lo specchio, saremo tutti molto più coinvolti riguardo il destino di tutti i protagonisti.
the lost Review
Trama.
Già a partire dalla sequenza d'apertura si rimane ammaliati perfino dalla sbilenca camminata del protagonista, sulle note di The Pied Piper (convertita nel nostro idioma da Gianni Pettinati che ne ha realizzato una cover), un'erede del barbaro re Alarico il cui passaggio dietro di sè non lascia altro che deserti e distruzione. La storia si ripete sempre e stavolta ha preso le sembianze del furioso e dissennato Ray Pye il quale subitaneo ci presenta il suo mentale "biglietto da visita": i suoi ragionamenti, dai quali traspare una preoccupante instabilità emotiva, fanno rabbrividire e disgrazia vuole che altre due persone cadano vittima del suo vortice di follia dal quale è difficile uscire interamente illesi.

L'opera di Sivertson grida realismo da tutti i pori: nulla di cui vedremo sarà gratuito o peggio affidato al caso, bensì è la normalità a fare da guida nella messa in scena dei vari accadimenti.
Non si fraintendano però le mie parole: è il caso in cui oggettività non va di pari passo con secchezza e aridità narrativa. Per ovviare a questo problema, entrano quindi in gioco i favolosi e avvolgenti cromatismi tanto cari al regista, come ce ne ha dato prova anche nella successiva pellicola dove ha evidenziato maggiormente questa scelta stilistica.
L'immagine di sopra è una prova inconfutabile di questa inusuale direzione artistica: la ragazza ivi raffigurata rappresenta proprio la passione e quale miglior colore per descrivere questo sentimento se non con un bella tonalità di rosso accesa e suadente.

Leggi anche: Maniac è un film horror-slasher underground condito di follia e sangue a volontà.
Il settore attoriale stende veramente al tappeto: oltre all'eccezionale Marc Senter che si cala così perfettamente nella parte tanto da lasciare il dubbio se dietro il ruolo vi sia realmente un'altra personalità più tranquilla e ordinaria, troviamo la musa Robin Sydney ( la stessa ritratta nella foto precedente). Solo in pochi credo siano riusciti a conferire tanta femminilità e fascino ad un personaggio che rompe lo schermo, ci prende con forza per il collo della maglietta e ci fa bruciare dal vivo per la passione che innesca. Ma il comportamento sinuoso non è l'unico mezzo attraverso il quale i modelli umani ci appaiono più veri che mai: anche un'inaspettata flatulenza vale più di mille falsi ancheggiamenti per mostrare uno spaccato di vita reale.

E' facile individuare il passo successivo che suggella pienamente il sentore di compiutezza dell'opera: dal realismo non può che derivarne l'immedesimazione e in questo il film fa il suo botto più grande. Pur riconoscendo la repellenza del personaggio, alla fine si riesce, non dico a patteggiare, ma perlomeno a comprendere le motivazioni che spingono lo squilibrato Ray a compiere una serie di efferatezze: è un tipo che pur di far valere le sue idee non si frega di niente e di nessuno, tanto meno delle pubbliche autorità. La sua distorta visione del mondo è qualcosa di paragonabile a quella di Mandy Lane; sanno entrambi di essere speciali e diversi dalla massa dei loro coetanei e riescono, anche se con mezzi differenti, a portare ai minimi termini le loro preziose convinzioni.
La freddezza che caratterizza l'ambaradan finale e lo stacco repentino dalla sequenza conclusiva, che ci lascia veramente con il cuore in gola per il turbine di intense emozioni, sono l'ennesima dimostrazione che ci troviamo di fronte ad un film leggendario, praticamente perfetto da qualunque prospettiva lo si guardi. The Lost è il ritratto della psicolabilità giovanile e in generale una storia di ordinaria follia.



Interpreti e personaggi.
Marc Senter: Ray Pye
Shay Astar: Jennifer Fitch
Alex Frost: Tim Bess
Megan Henning: Sally Richmond
Katie Cassidy: Dee Dee
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2 commenti:

  1. The Lost è un film mal costruito: prologo che già dice tutto, un lunghissimo intermezzo "repetita juvant" (si, l'abbiamo capito che Ray Pye è uno psicotico fuori di zucca, porco maschilista, cocainomane con mascara, finto neo e lattine schiacciate negli stivali, buono al massimo per sturare cessi) ed infine un epilogo schizzato e sanguinosissimo. Film squilibrato eppure, pur essendo privo di evoluzione psicologica, imprevedibile nei suoi esiti, spiazzante nella sua ferocia, quindi in definitiva molto più interessante di altri del genere.

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    1. Gli amanti dell’intestino crasso e tenue potrebbero rimanere delusi dalla mancanza di splatter e sangue gratuito ma gli ultimi minuti della pellicola potrebbero rincuorarli: Ketchum/Sivertson si aggirano dalle parti de Inside (À l'intérieur) ma il regista sceglie, saggiamente, di tenere il tutto fuori scena, affidandosi al sonoro: due rumori possono essere evocativi quanto mille paia di forbici.

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