Home » , , » Il Ricatto, con i soliti ingredienti di John Grisham: omicidio, furto, intercettazioni illegali, estorsioni, e montagne di dollari.

Kyle McAvoy è un giovane di York (Pennsylvania) con un futuro promettente. Direttore della rivista per la scuola di legge Yale Law Jornal , ...

john_grisham_il_ricattoKyle McAvoy è un giovane di York (Pennsylvania) con un futuro promettente. Direttore della rivista per la scuola di legge Yale Law Jornal, è figlio di un avvocato divorziato, John McAvoy. Dopo una partita tra giovani di basket nella città di New Haven, incontra degli agenti dell'FBI che vogliono parlare con lui. Lo convincono a presentarsi da un investigatore, Bennie Wright, per un problema penale al momento non specificato che condannava Kyle. 

Il ragazzo si presenta da Bennie Wright, che gli spiega la situazione: Bennie è entrato in possesso di un video che mostra un party nel quale Kyle e altri suoi amici bevono spropositatamente. Verso la fine del video, sono rimasti nella stanza solo Kyle McAvoy, Alan Strock, Joey Bernardo, Baxter Tate ed Elaine Keenan. 

Poi Elaine si mette sul divano e ha una relazione sessuale con Baxter e con Joey. Kyle e Alan, invece, sono mezzi incoscienti e assistono alla scena. Kyle ricordava che l'archivio della polizia era stato chiuso dopo questo evento nel quale Elaine aveva dichiarato di aver subito uno stupro. Bennie minaccia Kyle di far giungere il video in tribunale se non avesse rubato delle informazioni importanti da uno studio che aveva fatto proposta di lavoro a Kyle, Scully & Pershing, in Wall Street. Successivamente Bennie rivela di non essere un agente dell'FBI. I dati che vuole sottrarre appartengono al B-10, un importante invenzione che la Trylon e la Bartin, del Pentagono, si contendevano. 

La Trylon per la causa si è rivolta a Scully & Pershing, la Bartin ad Agee, Poe & Apps. I due studi legali sono in conflitto tra loro. Kyle viene quindi continuamente pedinato e nella sua casa vengono piazzate numerose telecamere, microfoni e cimici. Kyle parla con suo padre che era decisamente contrario al fatto che suo figlio lavorasse a Wall Street mentre lui faceva casi veri con gente vera, e aveva una vita vera. Kyle sostiene l'esame di abilitazione ed entra nello studio, dove viene accolto calorosamente e gli viene consegnato il cellulare dell agenzia, il FirmFone. 

 

Qui fa le prime conoscenze e comincia a fatturare ai vari clienti dello studio circa cinquanta ore a settimana, con uno stipendio di duecentomila dollari l'anno, cifra che poi diventa di quattrocentomila dollari l'anno una volta giunto il risultato positivo dell'esame. Il lavoro è esauriente ed occupa anche i giorni del fine settimana, giornate che volontariamente duravano anche dalle cinque del mattino a notte fonda, cosa che spingeva gli associati (per diventare soci ci volevano circa cinque anni, ma la maggior parte non resisteva più di tre) a dormire in sacchi a pelo posti sotto la scrivania. Nello studio Kyle conosce una ragazza, Dale Armstrong, con la quale ha subito rapporti amorosi. Kyle in seguito attende di essere assegnato al caso Trylon, mentre ha numerosi incontri con Bennie e un altro ricattatore, Nigel. Kyle è consapevole della sorveglianza, così evita posti chiusi, il telefono o le e-mail (anche quelle sotto il controllo di Bennie). 

Kyle decide di confidarsi con Joey del video, poiché Joey è l'unico che poteva ascoltarlo, dato che Baxter era in riabilitazione per l'alcol e la droga e Alan era troppo impegnato nella sua pratica di medico. Così i due cominciano a vedersi durante le partite di baseball e infine decidono di parlare con Elaine, la quale si presenta con le vecchie accuse dopo aver raccontato la storia come più le avrebbe fatto comodo al suo avvocato, Micheline "Mike" Chitz. Queste si presentano come avvoltoi e Joey non ricava nulla dall'incontro. Poi Kyle decide di filmare Bennie, cosa che gli riesce grazie al contributo di Joey. Intanto Baxter è passato sotto la protezione di Fratello Manny, che lo fa confidare in Cristo e lo fa diventare un uomo buonissimo. Baxter vuole parlare con Elaine e scusarsi, ma durante il tragitto per Scranton (la residenza di Elaine) viene ucciso nel bagno di un autogrill. Nessuna traccia dell'assassino, anche se Kyle è sicuro che sia stato Bennie e i suoi uomini per evitare che Elaine dimentichi tutto e lasci Kyle libero dalle accuse per stupro. Joey allora decide di uscire da questa storia, anche perché la sua futura moglie, Blair, è in attesa di un bambino. 

Avviene una spaccatura da Scully & Pershing, e Kyle viene assegnato al caso Trylon. Kyle si rivolge a un avvocato, Roy Benedict, al quale racconta tutta la storia. Roy contatta quindi i suoi amici nell'FBI e nel Dipartimento di Giustizia per catturare Bennie. Durante una caccia ai cervi nella Festa del Ringraziamento, Kyle racconta tutto a suo padre. John McAvoy va allora a parlare con Mike Chitz, le spiega la vera situazione di Elaine e concordano nel pagamento di una cifra di denaro per dimenticare tutto. Intanto Nigel porta a Kyle un apparecchio tramite il quale Kyle può rubare dai computer sofisticatissimi della stanza segreta di Scully & Pershing dedicata al caso Trylon i dati che Bennie ha tanto bramato. Ma Kyle ha un piano. Poiché Bennie e Nigel possono sapere tramite Wireless se Kyle sta rubando i dati, Kyle copia cinque o sei volte i dati della Categoria A, che contengono i documenti meno importanti. Poi va con l'FBI all'hotel dove si trovavano Bennie e Nigel, che grazie al video e a un identikit erano individuabili agli agenti. Ma i due sono già fuggiti. I documenti del caso Trylon però sono salvi. Kyle parla con Scully & Pershing di tutto. Lo studio lo licenzia ma non gli farà causa se Kyle deciderà di non esercitare nello Stato di New York. Kyle accetta, decide di non passare la vita sotto la scorta degli uomini dell'FBI, che hanno rimosso tutte le apparecchiature di Bennie dall'appartamento di Kyle, e va a lavorare come socio nello studio di suo padre, che si chiamerà McAvoy & McAvoy. Gente vera, casi veri, vita vera. Senza più Bennie, Nigel o FBI.

Anche se non si tratta dell'inventore del genere, non c'è dubbio che sia stato lui a renderlo popolare. Il legal thriller, ovvero l'intrigo del classico romanzo poliziesco inserito all'interno degli ambienti legali e giudiziari, in Italia e nel mondo porta la firma di John Grisham.

Gli ingredienti che hanno reso celebre lo scrittore statunitense sono semplici ma essenziali. L'intreccio narrativo, complesso e monolitico allo stesso tempo, in cui la cura per i particolari, il linguaggio tecnico e l'approfondimento psicologico dei personaggi contribuiscono a immergere il lettore in una storia sempre verosimile. Lo stile asciutto e diretto, ricco di citazioni e poi l'immancabile Skyline di Manhattan, a fare da cornice all'ambiente legale che ha colpito l'immaginazione di milioni di lettori nel mondo.

Dopo alcune brevi incursioni nella non fiction e nel romanzo (con titoli di successo come Il broker, Innocente. Una storia vera, Il Professionista), con trame che gli hanno permesso anche delle lunghe incursioni negli ambienti della provincia italiana, Grisham ritorna nell'Upper West Side di New York, a pochi passi da Central Park, dove Kyle L. McAvoy e il pool di giovani avvocati dello studio Scully & Pershing si incontrano per il loro brunch alla domenica mattina.

Stupro, omicidio, furto, intercettazioni illegali, estorsioni, ricatti e montagne di dollari, queste le parole chiave del suo nuovo attesissimo romanzo, snocciolate sul filo di una trama che lascerà tutti, ancora una volta, senza fiato.

Le regole della New Haven Youth League prevedevano che ogni ragazzine entrasse in campo per almeno dieci minuti a partita. Erano ammesse eccezioni nel caso di giocatori che avessero saltato gli allenamenti o violato altre regole. Allo­ra il coach poteva redigere un rapporto prepartita per infor­mare il tavolo dei giudici che il Tal dei Tali avrebbe gioca­to poco, o magari per niente, a causa di qualche infrazione. Alla lega questo non piaceva granché, dopo tutto si tratta­va di un'attività ricreativa più che competitiva.

A quattro minuti dalla fine della partita, coach Kyle guar­dò verso la panchina, fece un cenno in dirczione di un ra­gazzine cupo e imbronciato di nome Marquis e gli chiese: «Vuoi entrare?». Senza rispondere, Marquis si avvicinò al tavolo dei giudici e aspettò un'interruzione del gioco. Le sue infrazioni erano numerose: allenamenti saltati, scuola marinata, brutti voti, smarrimento dell'uniforme, turpilo­quio. In effetti, dopo dieci settimane e quindici partite, Mar­quis aveva violato tutte le poche norme che il suo allena­tore aveva tentato di imporre. Coach Kyle si era reso conto ormai da tempo che qualsiasi nuova regola sarebbe stata immediatamente trasgredita dalla sua star, ed era quella la ragione per cui aveva ridotto al massimo l'elenco e vinto la tentazione di aggiungerne altre. Non stava funzionan­do comunque. Cercare di gestire con mano morbida dieci ragazzini provenienti da quartieri degradati aveva fatto finire i Red Knights all'ultimo postoin classifica del campionato d'inverno, divisione fino ai dodici anni.
Marquis di anni ne aveva solo undici, ma era chiaramen­te il miglior giocatore sul parquet. Preferiva tirare e segna­re piuttosto che passare e difendere, e nel giro di due mi­nuti, evitando agilmente la marcatura di atleti più grossi i di lui, aveva segnato sei punti. Aveva una media di quat­tordici punti a partita e, se gli fosse stato concesso di gio­ii care più di un tempo, probabilmente avrebbe potuto arri-i vare a trenta. Secondo la sua giovane opinione, non aveva alcun bisogno di allenarsi.

Kyle seguiva la partita e aspettava, strillando ogni tanto perché era quello che si supponeva dovesse fare un coach. Si guardò intorno nella palestra semideserta, un vecchio edifi­cio di mattoni nel centro di New Haven, sede della lega gio­vanile da quasi cinquant'anni. Sulle gradinate c'era un grup­petto di genitori, in attesa della sirena finale. Marquis fece di nuovo canestro. Nessuno applaudì. I Red Knights erano sot­to di dodici punti a due minuti dalla fine.

In fondo alla palestra, proprio sotto il vecchio tabellone
segnapunti, si aprì la porta ed entro un uomo, che sì ap­poggiò alle tribune mobili. Si notava perché era un bian­co. In nessuna delle due squadre c'erano giocatori bianchi. L'uomo dava nell'occhio anche perché indossava un abi­to nero, o blu scuro, camicia bianca e cravatta bordeaux, il tutto sotto un trench che indicava il suo essere un agente federale o un qualche tipo di poliziotto.

Fu solo per caso che Kyle lo vide entrare, e pensò subì to che fosse fuori posto. Probabilmente un detective, for­se uno della Narcotici alla ricerca di uno spacciatore. Non sarebbe stato il primo arresto nella palestra o negli imme­diati dintorni.

Dopo essersi appoggiato alle tribune, l'agente/poliziotto lanciò una lunga occhiata verso la panchina dei Red Knights e i suoi occhi sembrarono fermarsi su Kyle, il quale sosten­ne lo sguardo per un secondo prima di cominciare a sen­tirsi a disagio. Marquis tirò da quasi metà campo e coach Kyle balzò in piedi, allargò le braccia e scosse la testa come per chiedere: "Perché?". Marquis lo ignorò e rientrò in dife­sa. Uno stupido fallo fermò l'orologio, prolungando l'ago­nia. Mentre osservava il giocatore che eseguiva i tiri liberi, Kyle notò sullo sfondo l'agente/poliziotto che continuava a guardare, non l'azione sul campo ma l'allenatore. A un venticinquenne specializzando in legge senza precedenti penali e senza alcun comportamento o tendenza illegale, la presenza e l'attenzione di un uomo che aveva tuta l'aria di lavorare per qualche ramo delle forze dell'ordine on avrebbero dovuto suscitare alcuna preoccupazione la non funzionava mai così per Kyle McAvoy.

Un altro fallo stupido e Kyle urlò all'arbitro di lasciar correre. Si rimise a sedere e si passò una mano su un lato del collo, poi si asciugò il sudore. Era l'inizio di febbraio e la palestra, come sempre, era gelida.

Allora perché stava sudando?

L'agente/poliziotto non si era mosso di un millimetro. Sembrava divertirsi a fissare Kyle. Finalmente la vecchia sirena gracchiò rauca. La partita gra­zie a Dio era finita. Una squadra fece festa e l'altra rimase indifferente. Tutte e due si allinearono per scambiarsi l'obbligatorio cinque e il solito "bella partita, bella partita", tan­to privo di significato per i giocatori dodicenni quanto per quelli dei college. Mentre si congratulava con il coach av­versario, Kyle guardò in fondo alla palestra: l'uomo bian­co era sparito.

Quante probabilità c'erano che stesse aspettando fuo­ri?

Naturalmente era paranoia, ma la paranoia era entra­ta a far parte della sua vita da così tanto tempo che ormai Kyle si limitava a riconoscerne la presenza, adeguarsi e an­dare avanti.

I Red Knights si ritrovarono nello spogliatoio della squa->dra ospite, un locale piccolo e pieno di roba sotto le caden­ti gradinate fisse riservate ai sostenitori della squadra di casa. Coach Kyle disse tutte le cose che doveva dire: buo­na gara, bella difesa, il nostro gioco in certe fasi è migliora­to, sabato vediamo di chiudere in bellezza. I ragazzi si sta­vano cambiando e non lo ascoltavano quasi. Erano stanchi di basket perché erano stanchi di perdere e, naturalmen­te, tutte le colpe erano del coach. Che era troppo giovane, troppo bianco, troppo Ivy League.

Nello spogliatoio c'era una seconda porta: dava in uno stretto corridoio buio che si snodava dietro le gradinate fino a un'uscita su un vicolo. Kyle non era il primo allenatore ad averlo scoperto, e quella sera voleva evitare non solo le famiglie con le loro lagnanze, ma anche l'agente/poliziotto. Salutò rapidamente i ragazzi e, mentre loro lasciavano lo spogliatoio, si diede alla fuga. Nel giro di pochi secondi raggiunse il vicolo e poi la strada, dove si mise a camminare veloce. C'era parecchia neve ammucchiata e il marciapiede, rivestito da uno strato di ghiaccio, era a malapena transita­bile. La temperatura era molto al disotto dello zero. Erano le otto e mezzo di un mercoledì sera e Kyle era diretto alla redazione della rivista della scuola di legge di Vale, dove avrebbe lavorato almeno fino a mezzanotte.Non andò così.

L'agente era appoggiato al parafango di una Jeep Cherokee rossa. L'auto era intestata a un certo John McAvoy di York, Pennsylvania, ma negli ultimi sei anni era stata l'affi­dabile compagna del figlio Kyle, il vero proprietario.

Anche se d'improvviso i piedi gli sembrarono due mat­toni e sentì cedere le ginocchia, Kyle riuscì a continuare a camminare come se non ci fosse stato niente di insoli­to. Non solo hanno trovato me, si disse mentre cercava di pensare con lucidità, ma svolgendo diligentemente il loro compitino hanno trovato anche la mia Jeep. Be', non pro­prio una ricerca di altissimo livello. Io non ho fatto niente di male, si ripetè.

«Partita dura, coach» disse l'agente, quando Kyle fu a tre metri da lui e cominciò a rallentare il passo.

Kyle si fermò ed esaminò il robusto giovanotto con le guance e le basette rosse che l'aveva fissato durante la par­tita. «Posso esserle utile?» domandò, e vide l'ombra del N. 2 attraversare rapidissima la strada. Quella gente lavora­va sempre in coppia.

«È esattamente quello che può fare» disse N. 1 estraendo il distintivo.



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