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Ha un attacco dirompente Il testamento, ennesimo best seller di John Grisham, l’indiscusso maestro del legal thriller americano. Il romanzo ...

john_grisham_il_testamentoHa un attacco dirompente Il testamento, ennesimo best seller di John Grisham, l’indiscusso maestro del legal thriller americano. Il romanzo prende avvio nella torre d’avorio dell’anziano Troy Phelan, stando a “Forbes” il decimo uomo più ricco degli States. 

Ai piani alti del suo grattacielo il magnate sarà ripreso ed interrogato da noti psichiatri davanti alla schiera dei suoi inaffidabili eredi, sul piatto la redazione dell’ennesimo testamento, relativo ad un patrimonio stimato in otto miliardi di dollari: per i figli un prezioso salvagente per sfuggire ai debiti ed alle pastoie di un’esistenza normale cui sarebbero incapaci di adeguarsi. 

Il colpo di scena arriva subito: Troy Phelan firma il testamento che appaga il collegio degli eredi legittimi poi, a porte chiuse, davanti ai suoi avvocati, straccia il documento ed estrae a sorpresa un apografo nel quale lascia le sue ricchezze all’ultima figlia, illegittima e la cui esistenza era sconosciuta ai più. Anche perché la donna anni prima ha fatto una scelta di vita precisa, ritirandosi nella sterminata foresta brasiliana del Pantanal per prestare opera missionaria in uno sperduto villaggio indio. 

Il testamento continua alternandosi tra le numerose traversie superate da un avvocato dedito all’alcool per ritrovare la suora ereditiera e per convincerla ad accettare il patrimonio di un padre sconosciuto e sconfesso: il tutto mentre la macchina giudiziaria dei figli legittimi (ma diseredati) procede alla disperata per rimettere le mani sul copioso bottino paterno. Il consueto, solido ed impeccabile legal thriller di John Grisham: suspence e sorprese in serie fino all’ultima pagina, ma la storia non presenta nel complesso un grande mordente, né risulta mai del tutto intrigante. 

 

L'atmosfera magica di questo libro contribuisce a renderlo speciale ed unico. Una storia attraente, fatta di denaro, ostilità, magia, debolezza, rimpianti, errori, ma sopratutto di fiducia. John Grisham è senza dubbio uno scrittore competente e di talento. 


Con Il Testamento risce a trascinare il lettore in due realtà completamente diverse l'una dall'altra, servendosi dell'avvocato Nate, alcolizzato appena uscito dalla riabilitazione. Il suo viaggio nel magico Pantal costituisce un pò la possibilità di redenzione che ogni uomo possiede. 

La suspance tra un avvenimento e l'altro crea un vortice in cui il lettore viene ingoiato. Un libro continuamente sorprendente che insegna tante cose sulla vita dell'uomo: da una parte gli eredi Phelan, venali, avidi di denaro, indebitati fino al collo e ricchi di astio nei loro stessi confronti, dall'altra Rachel Lane, erede "massima", figlia illegitima che conduce una vita completamente diversa, insegnando la catechesi a un gruppo di indigeni. Completamente disinteressata al denaro avrà modo di stupire il lettore. Bellissimo libro che consiglio a chiunque. 

Siamo all'ultimo giorno. Anzi, direi all'ultima ora. Sono un vecchio, solo e non amato, malato, sofferente e stanco di vivere. Sono pronto per l'altro mondo: non può che es­sere migliore di questo.
Sono proprietario del grattacielo di vetro nel quale mi tro­vo e possiedo il 97 per cento della società che vi ha sede, sotto di me, il terreno che lo circonda per quasi un chilometro in tre direzioni, le duemila persone che ci lavorano e le altre ventimila che non ci lavorano. Possiedo, inoltre, il condotto sotterraneo che porta gas al grattacielo dai miei giacimenti nel Texas e le linee che lo riforniscono di energia elettrica, e sono utente esclusivo del satellite dal quale un tempo, invisi­bile nell'alto dei cieli, impartivo ordini a un impero persona­le che si estendeva in ogni angolo del mondo. Il mio patri­monio supera gli undici miliardi di dollari.

Possiedo argento nel Nevada, rame nel Montana, caffè in Kenia, carbone in Angola, gomma in Malaysia, gas naturale nel Texas, greggio in Indonesia e acciaio in Cina. La mia società ne possiede al­tre che producono energia elettrica e computer, costruiscono dighe, stampano giornali e trasmettono segnali al mio satel­lite. Ho consociate con filiali in più paesi di quanti chiunque riuscirebbe a elencare.

Una volta possedevo tutti i gingilli adeguati alla mia posizione: yacht, jet, belle bionde, case in Europa, haciendas in Argentina, un'isola nel Pacifico, scuderie di purosangue, perfino una squadra di hockey. Ma sono diventa­to troppo vecchio per queste cose. I soldi sono la causa della mia sventura.

Ho avuto tre famiglie, tre ex mogli che hanno messo al mondo sette figli, sei dei quali viventi e impegnati a fare il possibile per tormentarmi. Per quanto mi risulta, sono il padre di tutti e sette, e ne ho seppellito uno. Ma è più giu­sto dire che fu sua madre a seppellirlo. Io ero all'estero.

Ho tagliato i ponti con tutti loro, mogli e figli. Oggi si riuniscono qui perché sono in punto di morte ed è giunta l'ora di dividere i soldi.
Sto progettando questa giornata da molto tempo. Il mio grattacielo è costituito da quattordici vasti piani affacciati SU un ombroso cortile interno, dove un tempo organizzavo pranzi d'affari all'aperto. Io vivo e lavoro all'ultimo piano, circa mille metri quadrati di lusso che molti giudicherebbe­ro vergognoso, ma che a me non causa il minimo scrupolo. Ho messo insieme ogni centesimo del mio patrimonio con fatica, intelligenza e fortuna. Spendere questo denaro è una mia prerogativa. Anche sperperarlo dovrebbe essere una mia facoltà, ma sono braccato.

Perché dovrebbe importarmi di chi avrà i miei soldi? Io Ci ho fatto tutto quello che si può immaginare. Seduto qui, sulla sedia a rotelle, privo di compagnia e in attesa, non mi viene in mente una sola cosa che vorrei acquistare o vedere, un solo luogo dove vorrei andare o un'altra av­ventura che vorrei vivere.

Ho fatto tutto e sono molto stanco.

Non m'importa di chi si prenderà il denaro, ma m'im­porta moltissimo di chi non l'avrà.

Ho progettato io ogni metro quadrato del mio grattacie­lo, perciò so perfettamente dove collocare ciascuno per questa piccola cerimonia. Sono tutti qui che aspettano e aspettano, senza un brontolio né un sospiro. Se ne stareb­bero nudi in mezzo a una tormenta di neve in attesa di quello che sto per fare.

La prima famiglia è rappresentata da Lillian e dalla sua prole: quattro dei miei figli partoriti da una donna che ra­ramente mi ha concesso di toccarla. Ci sposammo giova­ni, ventiquattro anni io e diciotto lei, perciò anche Lillian è vecchia. Non la vedo da secoli e non la vedrò oggi. Sono sicuro che recita ancora il ruolo della prima moglie devo­ta, ingiustamente abbandonata per la bella di turno. Non si è mai risposata, e sono certo che da tempo immemora­bile non ha rapporti sessuali. Non so nemmeno io come abbiamo fatto a procreare.

Il suo primogenito ha quarantasette anni: Troy Jr, un idiota senza arte né parte a cui è toccata la maledizione di portare il mio nome. Da ragazzo ha adottato il diminutivo Tj e tuttora lo preferisce a Troy. Dei sei figli che si trovano qui oggi Tj vince, ma di poco, la palma del più stupido. Diciannovenne, fu buttato fuori dal college perché vende­va droga.

Come tutti gli altri, Tj ha ricevuto cinque milioni di dolla­ri il giorno del suo ventunesimo compleanno e, come tutti  gli altri, se li è fatti scorrere fra le dita quasi fossero sabbia.

Non me la sento di raccontare le tristi storie dei figli di i Lillian. Vi basti sapere che ognuno di loro è pesantemente indebitato, di fatto impossibilitato a trovare un impiego e pressoché privo di speranze di cambiare, cosicché la mia la in calce a questo testamento costituisce l'evento cruciale della sua vita.

Torniamo alle ex mogli. Dalla frigidità di Lillian passai alla torrida passione di Janie, uno splendido bocconcino che assunsi come segretaria nell'ufficio contabilità, ma che promossi rapidamente quando decisi di avere bisogno di lei nei miei viaggi d'affari.

Divorziai da Lillian: aveva ventidue anni meno di me ed era decisa a non lasciarmi mai insoddisfatto. Sfornò subito due figli e si servì di loro per tenermi stretto a sé. Rocky, il minore, ri­mase ucciso in un incidente stradale mentre correva su un'auto sportiva con due amici: riuscii a evitare il tribuna­le solo sborsando sei milioni di dollari.

Sposai Tira quando avevo sessantaquattro anni. Lei ne
ventitré e portava in grembo un piccolo mostro che lei battezzò Ramble, per ragioni che oggi non mi sono chiare. Ramble adesso ha quarant'anni ed è già stato arrestato due volte, per furto e per possesso di marijuana. Ha capelli bisunt che si appiccicano al collo e gli scendono sulle spalle anelli alle orecchie, sulle sopracciglia e al naso.

Lillian e la prima famiglia sono nella sala riunioni del tredicesimo piano, appena sotto di me. È un'ampia stanza, tutta marmo e mogano, con tappeti preziosi e un enorme tavolo ovale al centro. In questo momento è piena di gente molto nervosa. Non stupisce il fatto che ci siano più avvo­cati che familiari. Lillian ha un avvocato e così pure ciascu­no dei suoi quattro figli, con l'eccezione di Tj, che se n'è portati tre per darsi importanza e sentirsi protetto in ogni possibile risvolto giuridico. Tj ha più problemi legali di un condannato a morte.

A un'estremità del tavolo c'è un gran­de schermo digitale sul quale potranno assistere a tutta l'operazione.

Tj ha un fratello che si chiama Rex: quarantaquattrenne, il mio secondogenito è attualmente sposato con una spogliarellista di nome Amber, una povera creatura priva di cervello, ma fornita di un paio di tette finte. Credo che sia la sua terza moglie, seconda o terza, sarò forse io a censurarlo? È qui, insieme con gli altri attuali coniugi e/o conviventi, ad attendere sulle spine la spartizione di undi­ci miliardi di dollari.

La prima figlia femmina di Lillian, e la mia maggiore, è Libbigail, una ragazza che io ho amato con tutto il cuore finché non lasciò casa per il college e si dimenticò di me. Poi ha sposato un africano e io l'ho cancellata dai miei te­stamenti. L'ultima nata di Lillian è Mary Ross. Moglie di un medi­co che aspira a diventare straricco, è sommersa dai debiti.

Janie e la seconda famiglia aspettano in una sala del de­cimo piano. Dopo il nostro divorzio di molti anni fa, la mia ex moglie ha avuto altri due mariti. Sono quasi certo che adesso vive da sola. Ho assunto alcuni investigatori : perché mi tengano sempre aggiornato, ma nemmeno l'FBI riuscirebbe a star dietro alla sua girandola di letti.

Poi c'è Ramble, stravaccato su una poltrona al quinto piano e intento a leccarsi l'anello d'oro all'angolo del lab­bro, a inanellarsi gli untuosi capelli verdi e a guardare tor­vamente sua madre, che ha avuto il fegato di presentarsi qui in compagnia d'un piccolo gigolò peloso. Ramble si aspetta di diventare ricco, oggi, di incassare una fortuna da me solo perché l'ho concepito. Anche lui ha un avvoca­to, una specie di hippy che Tira ha visto in televisione e che ha assunto subito dopo esserselo scopato. Aspettano anche loro, come tutti gli altri.

Conosco questa gente. La tengo d'occhio.

Snead avanza dal fondo del mio appartamento. È il mio portaborse da quasi trent'anni, un ometto bruttino e roton­do in panciotto bianco, mansueto e umile, perennemente plognto in due come se stesse omaggiando un sovrano. 

«Come sta, signore?», con una cadenza affettata che ha acquisito ai tempi in cui risiedevamo in Manda. Non dico niente, perché non sono tenuto a rispondergli, né lui si aspetta che lo faccia.

«Caffè, signore?»

«Colazione.»

Snead batte le palpebre e si inchina ancora di più, poi esce dalla stanza col risvolto dei pantaloni che spazza il pavimento. Anche lui pensa di diventare ricco alla mia morte, e immagino che stia contando i giorni come fanno gli altri.

Il guaio di possedere soldi è che tutti ne vogliono un po'. Una piccola fetta del patrimonio, anche sottile sottile. Che cosa vuoi che sia un milione di dollari per chi ne ha miliar­di? "Regalami un milione, vecchio mio, che tanto nemmeno te ne accorgi." "Concedimi un prestito e poi ce ne dimenti­chiamo tutti e due." "Infila il mio nome in qualche punto del tuo testamento, c'è posto anche per me."

Snead è un maledetto ficcanaso e anni fa l'ho sorpreso a frugare nella scrivania, credo alla ricerca delle mie ultime volontà. Mi vuole morto perché si aspetta qualche milione.

A che titolo nutre simili aspettative? Avrei dovuto cacciarlo da tempo.

Nel mio nuovo testamento il suo nome non figura.

Mi mette davanti un vassoio: crackers, un vasetto di miele ancora sigillato e un bicchiere di succo di frutta a temperatura ambiente. Un cambiamento anche minimo e Snead sarebbe licenziato in tronco.

Lo congedo e intingo i cracker nel miele. L'ultimo pasto.


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