Profondo Blu, nonostante manchi Ryme uno dei migliori libri di Deaver ambientato nel mondo di Internet. Immagina di essere in un bar. Un u...

Profondo Blu, nonostante manchi Ryme uno dei migliori libri di Deaver ambientato nel mondo di Internet.

Immagina di essere in un bar. Un uomo si avvicina. Il suo aspetto non ti e' familiare, eppure Lui sa tutto di te: conosce il tuo passato, il lavo­ro che fai, i tuoi hobby e il nome del tuo ex. Accetti un drink.

Questo e' il tuo primo - e ultimo -errore. Sei l'ultima vittima del­l'ultimo killer. Un uomo in grado di infrangere il guscio sottile che pro­tegge i segreti della tua vita, prima di porvi fine.

Quest'uomo si fa chiamare Phate e il suo pas­satempo preferito è l'omicidio. Nessuno è al sicuro da lui: Phate è un hacker eccezionale e, grazie a un programma da lui stesso elabo­rato, può penetrare in qualsiasi sistema infor­matico, violare ogni computer, spiare la posta elettronica, impadronirsi di dati personali.

Trama.
Può selezionare con cura le proprie vittime, ingannarle e attirarle in una trappola morta­le, assumendo ogni volta una nuova identità. Il suo terreno di caccia è Silicon Valley, in California, il centro mondiale dell'industria dei computer. E, per rendere la partita più interessante, Phate commette ogni delitto nell'anniversario di un evento cruciale nella storia dell'informatica, sfidando gli investiga­tori a prevedere quando colpirà la prossima volta.

Phate è il nome in codice del nuovo incubo della Silicon Valley: un hacker eccezionale che grazie a un programma di sua creazione, Trapdoor, può entrare nei computer e nella vita di tutti, estrapolando informazioni che vengono utilizzate per uccidere, perché Phate è un sadico omicida, che colpisce senza apparente motivo ogni genere di persona. L'Unità crimini informatici della polizia della California è impotente di fronte alle incursioni dell'hacker, e decide quindi di chiedere l'aiuto dell'assoluta autorità in materia di computer, Wyatt Gillette.

Il problema è che Gillette è un detenuto della prigione di San Jose, incarcerato per innumerevoli violazioni di banche dati e sistemi informatici, non ultimo il teoricamente invalicabile algoritmo che custodisce i segreti del Dipartimento della Difesa. Il capo dell'unità crimini informatici, Thomas Anderson, garantisce per la liberazione del prezioso prigioniero, nonostante sia sconsigliato dal detective Frank Bishop, incaricato delle indagini.

Finalmente connesso a un computer in rete, Gillette comincia la caccia al suo avversario nel Blu profondo, lo spazio virtuale dove regnano gli hacker.

Il furgone bianco e malconcio l'aveva messa a disagio.

Lara Gibson sedeva al bancone del Vesta's Grill sul De Anza a Cupertino, in California, e stringeva lo stelo freddo del suo bic­chiere di Martini cercando di ignorare due giovani programmatori in piedi poco lontano da lei che le lanciavano occhiate inequivoca­bili.

Guardò di nuovo fuori, attraverso la pioggerella che stava ca­dendo, e non vide traccia dell'Econoline senza finestrini che, ne era convinta, l'aveva seguita dalla sua abitazione, a qualche chilo­metro di distanza da lì, fino al ristorante. Lara scese dallo sgabello, si avvicinò alla vetrina e scrutò fuori.

Il furgone non era nel par­cheggio del ristorante. E non era nemmeno dall'altra parte della strada, nel parcheggio della Apple Computer, né in quello accan­to, che apparteneva alla Sun Microsystems. Entrambi quei punti sarebbero stati la scelta ideale per chiunque avesse voluto tenerla d'occhio, sempre che il conducente la stesse davvero seguendo.

No, il furgone era solo una coincidenza, decise Lara, una coin­cidenza messa in risalto da una punta di paranoia.

Tornò al bar e lanciò un'occhiata ai due giovani che alternavano sorrisetti d'intesa a un finto disinteresse.

Quasi tutti i ragazzi che si trovavano lì per l'happy hour indos­savano pantaloni casual, camicie senza cravatta e l'onnipresente marchio della Silicon Valley: distintivi delle varie aziende appesi a una sottile cordicella attorno al collo. I suoi due ammiratori sfog­giavano targhette blu della Sun Microsystems. Le altre squadre rappresentate dagli avventori del locale erano la Compaq, la Hewlett Packard e la Apple, per non parlare delle nuove arrivate, piccole compagnie che si occupavano di Internet, che venivano guardate ^on senza un certo disprezzo dai venerabili storici della Valley.

Lara Gibson, trentatlue anni, doveva avere circa cinque anni di più dei suoi due spasimanti. E, dal momento che era una donna d'affari che lavorava in proprio, e non era una geek - legata a una ditta di computer -, era probabilmente cinque volte più povera di loro. Tutto questo però non sembrava importare ai due giovanotti che erano stati conquistati dal suo volto esotico e intenso, incorni­ciato da una cascata di capelli corvini, dagli stivaletti alla caviglia, gonna rossa e arancione da gitana e dalla maglietta nera aderente che metteva in mostra bicipiti muscolosi.
Lara stimò che nel giro di due minuti uno dei ragazzi le si sa­rebbe avvicinato, e scoprì che la sua previsione era sbagliata solo di una decina di secondi.

Il giovane le si rivolse con una variante di una battuta che lei aveva già sentito almeno dieci volte: Scusami non voglio interrom­perti ma ehi romperei volentieri un ginocchio al tuo fidanzato non si fa aspettare una bella ragazza come te seduta al bancone di un bar e visto che d siamo posso offrirti un drink mentre decidi quale ginoc­chio vuoi che gli rompa?

Un'altra donna si sarebbe infuriata, avrebbe balbettato qualco­sa, sarebbe arrossita e si sarebbe sentita a disagio o magari avreb­be accettato le avance e gli avrebbe permesso di offrirle un drink che non voleva perché non era in grado di affrontare la situazione. Ma donne del genere erano molto più deboli di lei. Lara Gibson era "la regina della sicurezza metropolitana", come l'aveva defini­ta il Chronicle di San Francisco. Fissò l'uomo negli occhi, gli rivol­se un sorriso freddo e distaccato e replicò: "In questo momento non mi interessa la compagnia".

Tutto qui. Fine della conversazione.

Lui battè le palpebre, stupito da quella franchezza, abbassò lo sguardo e tornò dal suo amico.

Potere... era solo questione di potere.

Lara sorseggiò il suo drink.

Quel dannato furgone bianco l'aveva portata a ripensare a tutte le regole che lei stessa aveva inventato per insegnare alle donne a proteggersi nella società contemporanea. Diverse volte mentre si dirigeva al ristorante aveva controllato lo specchietto retrovisore e aveva visto il furgone a una decina di metri di distanza. Alla guida c'era un ragazzine. Era un bianco ma aveva i capelli annodati in una massa castana di treccine da rasta. Indossava una giacca mimetica e, nonostante il ciclo coperto e piovoso, portava un paio di oc­chiali da sole.

Quella era la Silicon Valley, ovviamente, rifugio per spostati e hacker, e non era insolito fermarsi allo Starbucks a pren­dere un caffè ed essere serviti da un ragazzo gentile con una decina di piercing, la testa rasata e abiti da gangster di periferia. Eppure, il conducente del furgone sembrava fissarla con una strana ostilità.

Lara si ritrovò a giocherellare distrattamente con il flacone di Mace che teneva nella borsetta.

Un'altra occhiata fuori dalla vetrina. Solo auto costose compra­te con soldi guadagnati grazie alla Rete.

Uno sguardo al locale. Solo geek inoffensivi.

Rilassati, si disse, e bevve un altro sorso del suo Martini.

Lanciò uno sguardo all'orologio appeso alla parete. Un quarto al­le sette. Sandy era in ritardo di quindici minuti. Non era da lei. Lara prese il cellulare e lesse sul display: "Nessuna rete disponibile".

Stava per dirigersi al telefono a pagamento quando un giovane uomo entrò nel bar e le fece un cenno con la mano. Sapeva di aver­lo già visto da qualche parte, ma non riusciva a ricordarsi dove. I suoi capelli lunghi, biondi e ordinati e il suo pizzetto le erano ri­masti impressi. Indossava jeans bianchi e una camicia blu stropic­ciata. L'unica concessione al fatto di far parte dell'industria ameri­cana era la cravatta; ma, dal momento che era un uomo d'affari della Silicon Valley, la cravatta non era a righe o a fiori anni Set­tanta, ma decorata con un'immagine di Titti.

"Ehi, Lara." Le si avvicinò e le strinse la mano, appoggiandosi al bancone. "Ti ricordi di me? Sono Will Randolph, il cugino di Sandy. Cheryl e io ti abbiamo conosciuta a Nantucket, al matrimo­nio di Fred e Mary."

Giusto, ecco dove l'aveva incontrato. Lui e sua moglie, che aspettava un bambino, si erano seduti al tavolo con lei e Hank, il suo ragazzo.

"Certo. Come va?"

"Bene. Indaffarato. Ma chi non lo è da queste parti?"

La sua targhetta diceva Xerox Corporation PARC. Lara rimase colpita. Persino i non addetti ai lavori sapevano del leggendario Centro di Ricerche di Palo Alto della Xerox, a otto o nove chilo­metri da lì.
Will si rivolse al barista e ordinò una birra leggera. "Come sta Hank?" domandò poi. "Sandy mi ha detto che stava cercando di trovare lavoro alla Wells Fargo."

"Oh, sì, è andata tene. Adesso sta seguendo il programma orientativo a Los Angeles."

La birra arrivò e Will ne bevve un sorso. "Congratulazioni."

Un lampo bianco nel parcheggio.

Lara si voltò di scatto allarmata, ma quasi subito si accorse che il veicolo era una Ford Explorer bianca su cui viaggiava una giova­ne coppia.

Guardò oltre la Ford, scrutando di nuovo la strada e i parcheg­gi, e si ricordò che dalla sua macchina aveva lanciato un'occhiata alla fiancata del furgone mentre la sorpassava. Aveva notato una macchia nera scura e rossastra sulla fiancata, probabilmente fan­go, ma a Lara era sembrato sangue.

"Tutto bene? "chiese Will.

"Certo. Scusami." Si girò a guardarlo, felice di avere un alleato. Un'altra delle sue regole per la sicurezza metropolitana: "Due per­sone sono sempre meglio di una". Mentalmente, Lara aggiunse: Anche se una delle due è un geek pelle e ossa che non arriva al me­tro e settantacinque.

Will continuò: "Sandy mi ha chiamato mentre tornavo a casa e mi ha chiesto di passare qui a riferirti un messaggio. Ha provato a chiamarti ma non è riuscita a prendere la linea. Siccome è in ritar­do, dice se potete incontrarvi nel ristorante vicino al suo ufficio, al Ciro's, dove siete state il mese scorso. A Mountain View. Ha pre­notato un tavolo per le otto".

"Non era necessario che venissi di persona. Avrebbe potuto te­lefonare ^ barista."

"Voleva che ti portassi le foto del matrimonio. Potete guardarle stasera insieme e dirmi se ne volete delle copie."
Leggi anche: La dodicesima carta è il sesto libro di Jeffery Deaver dedicato al criminologo tetraplegico Lincoln Rhyme.
Will notò un suo amico dall'altra parte del bar e lo salutò con un cenno: la Silicon Valley era grande centinaia di chilometri qua­drati ma non era molto diversa da una piccola città. Poi aggiunse: "Cheryl e io volevamo portare le foto, questo weekend, da Sandy a Santa Barbara..."

"Già, ci andremo venerdì."

Will fece una pausa e sorrise come se stesse per condividere con lei un grande segreto. Estrasse il portafogli e lo aprì per mostrarle una foto che ritraeva lui, sua moglie e una neonata minuscola e paffuta. "È nata la scorsa settimana", rivelò orgoglioso. "Si chiama Claire."

"Oh, è adorabile", sussurrò Lara. Per un attimo si chiese come mai proprio al matrimonio di Mary, Hank le avesse detto che non era affatto sicuro di volere dei figli, dopotutto.

Be', meglio non pensarci...

"Quindi dovremo rimanere a casa per un po'.

"Come sta Cheryl?"

"Benissimo. Anche la bambina. È una sensazione indescrivi­bile...

Credimi, essere genitore ti cambia completamente la vi­ta."

"Immagino."

Lara guardò di nuovo l'orologio: le sette e trenta. In auto avreb­be impiegato almeno mezz'ora, per arrivare da Ciro's. "È meglio che vada, adesso."

Poi, attraversata da una fitta di angoscia, ripensò al furgone e al suo conducente.

Alle treccine.

Alla macchia rugginosa sulla portiera malconcia.

Will chiese il conto e pagò.

"Non è necessario", disse Lara. "Faccio io."

Lui scoppiò a ridere. "Ci hai già pensato."

"Cosa?"

"Ti ricordi di quelle azioni di cui mi hai parlato al matrimo­nio?"
Lara si ricordò di essersi vantata a lungo delle quote di un'indu­stria biotecnologica che aveva acquistato e che l'anno precedente le avevano fruttato un guadagno del sessanta per cento.

"Sono tornato a casa da Nantucket e ne ho comprate un bel po'; quindi... grazie." Sollevò la birra verso di lei come per fare un brindisi. Poi si alzò. "Sei pronta?"

"Puoi scommetterci." Lara fissò la porta con crescente disagio mentre si avvicinavano all'uscita.

Era solo paranoia, si disse. Per un attimo, come le capitava di tanto in tanto, pensò che avrebbe dovuto trovarsi un vero lavoro, come tutte le persone che stavano al bar. Non avrebbe dovuto pas­sare così tanto tempo in un mondo violento.

Certo, solo paranoia...

Ma allora perché il ragazzo con le treccine si era allontanato tanto in fretta quando lei aveva svoltato nel parcheggio e lo aveva guardato?

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Joel, undici anni, vive con il padre, che fa il taglialegna ma è un ex marinaio ancora innamorato dell'oceano . La mamma è andata via di...

Joel, undici anni, vive con il padre, che fa il taglialegna ma è un ex marinaio ancora innamorato dell'oceano. La mamma è andata via di casa tanti anni prima.

Joel è solitario, inquieto, ribelle: vorrebbe sapere perché sua madre è sparita, è irritato col padre che ha un nuovo legame, cerca l'approvazione di un compagno ben sapendo che è solo un prepotente, e per compiacerlo affronta una prova pericolosa: arrampicarsi su un ponte altissimo...

Fuori dalla finestra, in una notte di gelo, Joel ha visto un cane che ha l'aria di correre incontro a una stella. Abbiamo tutti bisogno di stelle, vero?

E Joel troverà le sue, piano piano, con pazienza, crescendo.

Henning Mankell (Stoccolma, 1948) è l’autore dei gialli del commissario Wallander, tradotti in tutto il mondo. Tra i suoi libri per ragazzi, Il segreto del fuoco, Il cane che inseguiva le stelle, Il ragazzo che dormiva con la neve nel letto e Il figlio del vento.

Leggi anche: Assassino senza volto, una splendida combinazione tra il meglio del noir americano e il fascino scandinavo.
Trama.

Il cane. Tutto cominciò con lui.

Se non avesse visto il cane solitario forse non sa­rebbe successo niente. Niente di tutto ciò che in se­guito divenne tanto importante da cambiare ogni cosa. Niente di tutto ciò che all'inizio era emozio­nante e poi spaventoso.

Tutto cominciò con il cane. Il cane solitario che aveva visto quella notte d'inverno in cui si era sve­gliato di soprassalto, si era alzato dal letto e in punta di piedi era andato a sedersi sul davanzale della finestra.

Non sapeva perché si fosse svegliato nel mezzo della notte.

Forse aveva sognato qualcosa.

Un incubo, forse, dimenticato al risveglio. O for­se suo padre aveva russato nella stanza accanto al­la sua camera da letto. Non accadeva spesso, ma a volte lo si poteva sentire russare una volta sola, lanciando una specie di ruggito: poi scendeva di nuovo il silenzio.

Come un leone che ruggisce nella notte inver­nale.

Era stato mentre era seduto sul davanzale della finestra che aveva visto il cane solitario.

La finestra era ricoperta di cristalli di ghiaccio, e lui aveva dovuto soffiare sul vetro per poter vede­re fuori. Guardando il termometro aveva scoperto che c'erano quasi trenta gradi sotto zero. Ed era stato in quel momento, mentre era seduto a guar­dare fuori, che all'improvviso aveva visto il cane. Correva sulla strada tutto solo.
Si era fermato a guardarsi intorno proprio sotto il lampione, annusando in diverse direzioni prima di riprendere a correre. Poi era scomparso.

Era un normalissimo pastore norvegese grigio. Quella era l'unica cosa che aveva avuto il tempo di vedere. Ma perché stava correndo là fuori, solo in quella fredda notte invernale? Dove stava andan­do? E perché si era guardato intorno?

Sembrava quasi che avesse paura di qualcosa.

Anche se aveva incominciato a sentire freddo era rimasto seduto sul davanzale della finestra ad aspettare che il cane tornasse. Ma non era acca­duto.

Fuori c'era solo la fredda e vuota notte inverna­le. Le stelle brillavano lontane.

Non riusciva a dimenticare il cane solitario.

Durante quell'inverno si svegliò spesso senza sapere il perché. Ma ogni volta si alzava, cammi­nava in punta di piedi sul freddo linoleum del pa­vimento e si sedeva sul davanzale della finestra ad aspettare che il cane tornasse.

Una volta si addormentò davanti alla finestra. Era ancora lì quando suo padre alle cinque si alzò a preparare il caffè.

«Cosa ci fai qui?» gli chiese suo padre dopo averlo svegliato scuotendolo.

Suo padre si chiamava Samuel e faceva il taglia­legna. Alla mattina presto andava nel bosco a la­vorare. Abbatteva gli alberi per una grande indu­stria forestale che aveva uno strano nome: Marma Tubolungo.

Quando suo padre lo trovò addormentato da­vanti alla finestra, non sapeva proprio che cosa ri­spondere. Non poteva certo dire che era seduto lì ad aspettare un cane. Forse avrebbe creduto che stesse mentendo, e a suo padre non piaceva la gen­te che non diceva la verità.

«Non lo so» rispose. «Forse ho di nuovo cam­minato nel sonno.»

Questo lo poteva dire. Non era del tutto vero, ma nemmeno completamente falso.
Aveva camminato nel sonno quando era picco­lo. Non se lo ricordava, però: era stato suo padre a raccontargli che, più di una volta, l'aveva visto en­trare in camicia da notte nel soggiorno in cui lui

stava ascoltando la radio o sfogliando una delle sue vecchie carte nautiche. E quando suo padre lo svegliava lui proprio non sapeva spiegare perché era in piedi e camminava pur continuando a dor­mire.

Era passato molto tempo da allora. Cinque anni: quasi la metà della sua vita. Ormai ne aveva undi­ci compiuti.

«Vai a letto, adesso» gli disse suo padre. «Non devi restare seduto qui al freddo.»
Si infilò di nuovo sotto le coperte e ascoltò suo padre preparare il caffè e i panini che si sarebbe portato nel bosco, per poi chiudersi la porta d'in­gresso alle spalle.

Dopo scese il silenzio.

Guardò la sveglia accanto al suo letto, appog­giata su uno sgabello che gli era stato regalato quando aveva compiuto sette anni.

Non gli piaceva, quello sgabello. Gli era stato regalato al posto dell'aquilone che aveva chiesto.

Ogni volta che guardava lo sgabello si arrab­biava.

Come si fa a regalare uno sgabello a chi deside­ra un aquilone?

Poteva dormire ancora due ore prima di dover­si alzare per andare a scuola. Si tirò la coperta fino al mento, si rannicchiò e chiuse gli occhi, e subito vide arrivare di corsa il cane solitario. Correva su zampe silenziose nella notte invernale, e forse era diretto a una stella lontana.

In quel momento sapeva che lo avrebbe cattura­to. Lo avrebbe attirato nel suo sogno. Lì si sarebbe­ro tenuti compagnia, dove non faceva freddo come nella notte invernale...

Poco dopo il figlio del taglialegna dormiva. Si chiamava Joel Gustafson.

Fu nell'inverno del 1956 che vide per la prima volta il cane solitario.

E fu in quell'inverno che accadde tutto.

Tutto ciò che era cominciato con il cane...
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Una fredda giornata di gennaio poco prima dell'alba, in un paese del sud della Svezia, un contadino scopre che i suoi vicini sono stati ...

Una fredda giornata di gennaio poco prima dell'alba, in un paese del sud della Svezia, un contadino scopre che i suoi vicini sono stati assaliti e picchiati barbaramente.

Incredulo di fronte a tanto sangue, avverte la polizia.

Quello che vede il commissario Wallander è peggio di quanto avesse immaginato. Molto peggio. L'uomo è stato torturato a morte, la donna è ancora viva, legata a una sedia, anche lei vittima di una violenza senza ragione. Prima di morire, sussurra le ultime parole: «Straniero, straniero».

E in Svezia queste sono parole che possono scatenare la rabbia di molti, far esplodere l'odio razziale che cova in una società minata da una profonda inquietudine.

Basta una fuga di notizie e comincia la caccia all'uomo. I cittadini non si fidano più della polizia, preferiscono organizzare da sé la loro sicurezza e la loro vendetta: Kurt Wallander, con i suoi colleghi, deve arginare la loro determinazione a farsi giustizia da soli.

Ma scoprirà presto che il povero vecchio barbaramente trucidato conduceva in realtà una doppia vita...


Ha dimenticato qualcosa. Appena si sveglia lo sa con sicurezza. Qualcosa che ha sognato durante la notte. Qualcosa che dovrebbe ricordare.

Si sforza di ricordare. Ma il sonno è come un buco ero. Un pozzo che non rivela niente di ciò che contiene. Eppure non ho sognato i tori, pensa. Se fosse stato cosí sarei fradicio di sudore, come se mi fossi svegliato cpn la febbre nel pieno della notte. E questa notte, i tori mi hanno lasciato in pace.

Rimane e disteso al buio e ascolta. Il respiro di sua moglie è appena percettibile e deve sforzarsi per captar­li il suono.

Una mattina o l'altra sarà lì, distesa di fianco a me, e senza che io me ne sia accorto, pensa. Oppure io . Uno di noi morirà prima dell'altro.

La sveglia sul comodino di fianco al letto con i numeri fosforescenti indica le cinque meno un quarto.

Mi sono svegliato a quest'ora, pensa. Di solito mi sveglio alle cinque e mezza. È sempre stato così da anni.

Perché mi sono svegliato adesso?


C'è qualcosa di diverso. Qualcosa che non è come dovrebbe.

Sposta una mano con cautela fino a toccare il volto di sua moglie. Appoggia appena i polpastrelli e sente il calore del viso. Questo vuole dire che non è morta.

Questo vuole dire che non è ancora stato lasciato solo.


Continua a cercare di ascoltare nel buio.

La cavalla, pensa. Non nitrisce. Ecco perché mi sono svegliato. D'abitudine, lo fa ogni notte. La sento senza svegliarmi e nel mio subconscio so che posso continuare
dormire.

Si alza lentamente cercando di evitare che il letto ci­goli. Lo stesso letto nel quale hanno dormito per quarant'anni. L'unico mobile che avevano potuto permettersi quando si erano sposati. L'unico letto che avrebbe avuto in tutta la loro vita.

Mentre attraversa il pavimento di legno per arrivare alla finestra, sente la solita fitta di dolore mattutino al ginocchio sinistro.


Sono vecchio, pensa. Vecchio e consumato. Ogni mattina quando mi sveglio non riesco a fare a meno di pensare che ho già settant'anni.

Arrivato alla finestra, sposta la tenda e osserva la notte d'inverno. È l'8 gennaio e in Scania non è ancora caduta la prima neve.

La lampada al di sopra della porta della cucina illumina un triangolo del giardino, la quercia spoglia e l'inizio dei campi appena al di là.

Socchiude gli occhi e volge lo sguardo verso il giardino della famiglia Lòvgren. La loro casa bianca lunga è avvolta dal buio.


«Che cosa stai facendo?» farfuglia sua moglie. «Dormi» risponde. «È solo un crampo.» «Hai male?» «No.»

«Torna a dormire allora. Non rimanere lì al freddo.» Poi sente che la donna si gira su un fianco. Una tempo ci siamo amati, pensa. Ma subito si pente di quel suo pensiero. Troppo sentimentale. Amare.

Non è più per quelli come noi. Un uomo che ha fatto il contadino, chino a lavorare la dura terra della Scania, per più di quarant'anni, non lascia uscire la parola "amare" dalla bocca quando parla con sua moglie.

Nella nostra vita l'amore è sempre stato qualcosa di diverso...

Continua a osservare la casa dei vicini, socchiude gli occhi, cerca di penetrare con lo sguardo il buio della notte d'inverno.


Nitrisci, pensa. Nitrisci nel tuo box, così so che tutto come sempre. Così posso tornare sotto il piumone ancora un po'.

La giornata del contadino in pensione, di un uomo pieno di acciacchi, è già sufficientemente lunga e triste così come è.


Improvvisamente si rende conto che, per qualche istante, il suo sguardo è rimasto fisso sulla finestra dei vicini. Qualcosa è cambiato. Per anni aveva i gettato uno sguardo alle finestre dei vicini, per curiosità.

Ora c'è qualcosa che è cambiato. O forse è stato solo il buio.

Chiude gli occhi conta fino a venti per farli riposare. Poi li riapre e fissa lentamente la finestra e ora è sicuro che sia aperta. Una che di notte è sempre stata chiusa ora, improv
visamente è aperta.

E la giumenta non nitrisce...

La giumenta non ha nitrito perché il vecchio Lòvgren ha fatto la sua solita camminata notturna fino alla stalla, come ogni notte, la prostata lo ha buttato del letto caldo...


È solo la mia immaginazione, si dice. Uno scherzo dei miei occhi. Tutto è come sempre. Cosa può mai accade­re da queste parti? In questo minuscolo villaggio chia­mato Lenarp, poco a nord di Kadesjò, sulla strada che porta al magnifico lago di Krageholm, nel cuore della Scania?
Qui non succede mai niente. Il tempo si è fer­mato in questo piccolo villaggio dove la vita scorre come un ruscello senza energia né volontà. Qui rimangono solo alcuni contadini che hanno venduto o dato in affit­to le proprie terre ad altri. Qui viviamo anche noi aspet­tando l'inevitabile...

Alza nuovamente lo sguardo verso la finestra e pensa che né Maria, né Johannes Lòvgren l'avrebbero lasciata aperta. Fra le altre cose, la vecchiaia porta con sé anche la paura, le serrature aumentano continuamente, e nes­suno dimentica di chiudere le finestre al calare della notte. Invecchiare significa diventare apprensivi.

La stessa paura dell'ignoto che si prova da bambini torna sempre con la vecchiaia...

Potrei vestirmi e uscire, pensa. Non devo fare altro che attraversare il giardino, riparandomi dal vento in­vernale, e arrivare allo steccato che divide le nostre pro­prietà. Così sarò sicuro che la mia immaginazione mi sta giocando uno scherzo.

Ma decide di rimanere in casa. Fra breve Johannes si alzerà per preparare il caffè. Prima accenderà la luce nel bagno, poi quella della cucina. E tutto sarà come sem­pre...

Rimane alla finestra e improvvisamente si rende conto che sta rabbrividendo. Il freddo della vecchiaia che cor­re nelle ossa anche nella più calda delle stanze. Pensa a Maria e a Johannes. Anche con loro abbiamo avuto una ipecie di matrimonio, pensa, come vicini e come contadini.

Ci siamo aiutati a vicenda, abbiamo anche condiviso i momenti buoni della vita.

Abbiamo celebrato insieme le notti di
mezza estate e insieme abbiamo consumato i pranzi di Natale.

I nostri figli hanno scorrazzato sulle nostre terre come se fosse una sola proprietà.

E adesso viviamo in­sieme il lento tempo della vecchiaia.


Senza sapere perché, apre la finestra, cercando di non fare rumore per non svegliare Hanna.

Istintivamente tiene la mano stretta sulla maniglia, vuole evitare che le raffiche di vento possano fargli perdere la presa e farla sbattere. Ma fuori tutto è calmo e si ricorda che le pre­visioni meteo non avevano parlato di possibilità di tem­pesta sulla Scania.


II cielo è terso e stellato e fa molto freddo. Sta per chiudere la finestra quando ha l'impressione di avere udito un rumore.

Un uccello che chiama nella notte, poi viene preso dalla paura. L'ansia scaturisce come nulla e lo attanaglia.


Gli sembra di udire una persona gridare. È un grido, lanciato perché altri lo possano udire. Chiude la finestra con tale forza che una delle piante sbatte contro il vetro e sveglia Hanna.

Che stai facendo?» gli dice con tono irritato.


La cavalla non nitrisce» risponde avvicinandosi alla finestra. E qualcuno sta gridando.»

La donna si mette a sedere sul letto.

«Che cosa stai dicendo?»

Non vuole rispondere, ma adesso è sicuro che non è stato il richiamo di un uccello.

«Il grido era di Johannes o di Maria» dice. «Uno di loro due ha gridato per chiedere aiuto.»

La donna si alza dal letto e va alla finestra. Scruta il buio, la camicia da notte bianca la fa sembrare ancora più alta e robusta.

«La finestra della cucina non è aperta» sussurra. «È rotta.»

L'uomo le si avvicina rabbrividendo.

«Qualcuno sta gridando aiuto» dice la donna con vo­ce insicura.

«Cosa facciamo» chiede l'uomo.

«Vai lì. Adesso.»

«E se c'è pericolo?»

«Sono i nostri migliori amici. Se è successo qualcosa dobbiamo aiutarli.»

L'uomo si veste rapidamente, poi va in cucina e pren­de la torcia elettrica che è sulla cassetta dei fusibili. Camminando sente il fango indurito dal gelo sotto i piedi. Fatti alcuni passi si volta come per assicurarsi che' Hanna sia sempre alla finestra.

Arrivato allo steccato si ferma. Non sembra muoversi niente. Adesso vede chiaramente che la finestra è rotta. Scavalca il basso steccato e si avvicina alla casa bianca dei Lòvgren. Nessun grido. Solo il rumore attutito dei suoi passi.

È stato uno scherzo della mia immaginazione. Sono solo un vecchio rimbambito che non sa più distinguere fra illusione e realtà. Forse sognerò ancora i tori. Quel vecchio incubo che avevo da bambino quando sognavo di essere rincorso da tori e che mi faceva capire che un giorno sarei morto...

Poi sente nuovamente l'urlo. Più debole ora, più simi­le a un gemito questa volta. E sa che è Maria.

Si avvicina alla finestra della camera da letto e soc­chiude gli occhi cercando di vedere all'interno attraver­so la fessura fra le tende.

Improvvisamente è sicuro che Johannes è morto. Accende la torcia elettrica e chiude gli occhi prima di costringersi a guardare all'interno.

Vede Maria. È legata a una sedia capovolta sul pavimento. Il suo volto è ricoperto di sangue, i pezzi della sua dentiera sono sparsi sulla camicia da notte.

Poi vede uno dei piedi di Johannes. Riesce a vederne solo uno. Il resto del corpo è nascosto dalla tenda.

Si volta e torna indietro zoppicando. Scavalca nuovamente lo steccato e scivola sbattendo il ginocchio su una lastra di fango dura come una pietra. 8enza esitare telefona subito alla polizia.
«Non muoverti. Non voglio che tu veda quell'orribile spettacolo.»


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Stephen Edwin King nasce il 21 settembre 1947 a Portland (Maine). Suo padre, Donald Edwin King (di origini scozzesi-irlandesi), è un impiega...

Stephen Edwin King nasce il 21 settembre 1947 a Portland (Maine). Suo padre, Donald Edwin King (di origini scozzesi-irlandesi), è un impiegato della Electrolux, ex capitano della Marina Mercantile e impegnato fino al 1945 nella Seconda Guerra Mondiale, e sua madre, Nellie Ruth Pillsbury King, una casalinga di origini modeste. Pur essendo il primogenito, i suoi genitori hanno adottato due anni prima, esattamente il 14 settembre del 1945, David Victor, che verrà però sempre considerato da King un vero fratello maggiore.

Nel 1949 il padre esce per una delle sue passeggiate e non farà più ritorno a casa, a causa di problemi familiari. Questo avvenimento segnerà profondamente il carattere del futuro scrittore, tanto che è possibile trovare in numerosi romanzi il difficile rapporto padre-figlio (fra gli altri: It, Cujo, Christine e Shining).

La famiglia comincia così a spostarsi da un luogo ad un altro: la signora Nellie Ruth King in quegli anni e nei successivi sarà spesso fuori casa per quasi tutto il giorno, impegnata in vari lavori, come stiratrice in una lavanderia, lavoratrice notturna in una panetteria, commessa e donna delle pulizie. Con il proprio lavoro riesce comunque ad assicurare ai due figli una buona educazione, guidandoli all'ascolto di buona musica ed alla letteratura; dando la possibilità a Stephen di provare a scrivere qualche storia horror. Di quegli anni, Stephen King dirà che "Non avemmo mai una macchina, ma non saltammo mai un pranzo".

L'infanzia di Stephen King viene colpita, oltre che dalla scomparsa del padre, dalla morte di un suo amico. All'età di quattro anni, i due sono impegnati a giocare vicino ad una ferrovia, quando l'amico del futuro scrittore cade sulle rotaie e viene travolto da un treno. King, in stato confusionale, torna a casa senza ricordare quanto successo.

La scuola e le prime esperienze in campo letterario.

Iscritto in prima elementare, King passa i primi nove mesi malato. Colpito prima dal morbillo, ebbe in seguito problemi con gola e orecchie. Curato da alcuni esperti, si ritira dalla scuola per volere di sua madre e passa diversi mesi in casa. È durante questo periodo che King inizia a scrivere, copiando interamente fumetti a cui aggiunge descrizioni personali. Il suo primo racconto, completamente inventato da lui, tratta di quattro animali magici a bordo di una vecchia macchina, guidati da un enorme coniglio bianco e con il compito di aiutare i bambini.

Durante questo periodo inizierà anche a leggere da solo tutto ciò che trova. A dieci anni scopre il genere horror, dopo aver visto un film sugli extraterrestri. Due anni dopo, rinviene nella soffitta della zia i libri del padre, appassionato di Edgar Allan Poe, H.P. Lovecraft e Richard Matheson, nonché appassionato scrittore. Ed è nel 1960 che King invia il suo primo racconto ad una rivista, la Spacemen, che si occupava di film di fantascienza. Il suo scritto non sarà mai pubblicato.

Un anno prima invece King inizia a scrivere per un piccolo giornale, il Dave's Rag (letteralmente, Lo straccio di Dave), giornale prodotto dal fratello maggiore di King in tiratura limitata e distribuito a vicini di casa e coetanei.

Nel 1962 frequenta la Lisbon Falls High School, a Lisbon Falls. La sua passione per i film dell'orrore e per la letteratura lo spingeranno a scrivere diversi racconti, spesso delle semplici trasposizioni dei film visti al drive-in. Questi racconti passano fra i suoi amici di scuola, e King utilizzerà la macchina da stampa del Dave's Rag per produrre delle copie stampate dei suoi racconti. In particolare, sarà il film Il pozzo e il pendolo di Edgar Allan Poe a ispirare King che, tornato a casa, realizza una trasposizione dello stesso. Prodotta poi in una quarantina di copie, la vende il giorno successivo a scuola, ma gli insegnanti, una volta scoperto quanto è successo, obbligheranno il giovane King a restituire i soldi.

Il secondo anno alle Lisbon High School, diventa direttore del giornale scolastico The Drum assieme a Danny Emond. Il giornale avrà scarso successo, ma costerà una punizione a Stephen King che, annoiato dai soliti articoli, ha l'idea di realizzare un giornale umoristico prendendo in giro i vari professori. The village vomit, nuovo nome del giornale, ha successo fra gli studenti, ma i professori non gradiranno i vari soprannomi e spediranno King in punizione per una settimana. Al termine della stessa, il giovane scrittore verrà contattato per far parte di un vero giornale, il Lisbon Enterprise, settimanale di Lisbon. Inizierà qui a scrivere riguardo ad incontri sportivi e apprenderà le tecniche di buona scrittura.

Nel 1966 viene pubblicato sulla fanzine Comics Review il primo racconto di Stephen King. Si tratta di I was a teenage grave robber, racconto in prima persona.

Università e lavoro.

Dal 1966 al 1971, King studia inglese all'Università del Maine ad Orono. Anche qui fa parte del giornale scolastico, il The Maine Campus, per cui scrive articoli nella sezione King's Garbage Truck. Per mantenersi agli studi, King lavora sia durante l'anno scolastico, sia durante le vacanze estive. Nel 1967 riesce finalmente a pubblicare su una rivista il racconto The Glass Floor a cui, qualche mese dopo, segue il romanzo La lunga marcia (The Long Walk), opera che pubblicherà molti anni dopo. Nell'estate del 1969, lavorando nella biblioteca dell'università, conosce Tabitha Jane Spruce, poetessa, laureanda in storia e sua futura sposa. Il matrimonio verrà celebrato il 2 gennaio 1971 a Old Town.

Finita l'università nel 1970, ottiene il certificato per l'insegnamento nelle scuole superiori. In un primo tempo lavorerà come benzinaio, spazzino, bibliotecario e inserviente in una lavanderia, per poi iniziare a lavorare come insegnante alla Hampden Academy in Hampden, nel Maine. Dopo la nascita della figlia Naomi Rachel nel 1971, King si trasferisce e inizia a scrivere L'uomo in fuga (The Running Man). Nel 1972 nasce un altro figlio, Joseph Hillstroom; da qui in poi seguono molti problemi, economici e di salute, legati alla dipendenza dall'alcool.

Carrie e l'inizio di King.

È durante questo periodo che Stephen King scrive il suo primo romanzo, Carrie. Grazie al successo inaspettato, i problemi economici della famiglia sono in parte ridotti. Ma è anche in questo periodo che la madre di King muore di cancro e che lo stesso scrittore si scontra con i problemi di alcol e di droga. Arriverà a pronunciare anche il discorso di addio al funerale della madre da ubriaco.[2] Grazie all'intervento dei familiari e di alcuni amici, Stephen King riuscirà ad uscire dal tunnel.

Dopo Carrie, King lascerà il posto da insegnante per dedicarsi completamente alla carriera di scrittore. Darà alle stampe un largo numero di romanzi, a partire nel 1974 con Le notti di Salem (Salem's Lot) e nel 1977 con Shining (The Shining), confermandosi definitivamente presso il grande pubblico.

Anni recenti.

Nel 2000 King pubblica una serie di novelle conosciute con il nome The plant su internet. Visto l'insuccesso, abbandona il progetto.[4]

Nel 2002 annuncia di voler smettere di scrivere.

Fino al 2003 scrive sul giornale Entertainment Weekly in una rubrica chiamata The Pop of King, riferimento a The King of Pop di Michael Jackson.

Nell'ottobre del 2005 King firma per la Marvel Comics una trasposizione a fumetti della serie La torre nera intitolata La nascita del pistolero. La serie, basata su un giovane Roland Deschain, è diretta da Robin Furth, illustrata da Jae Lee (vincitore dell'Eisner Award) e con dialoghi di Peter David. La prima uscita viene pubblicata il 7 febbraio 2007 in America, e nel marzo dello stesso anno vende oltre 200 mila copie.[5] In Italia la serie viene pubblicata mensilmente a partire dalla fine dell'agosto 2007, per un totale di quattro albi.

Sempre nel 2007, King viene premiato con il Mystery Writers of America Grand Master.

Annunciato precedentemente per il 21 giugno 2007, King pubblica il 2 ottobre il romanzo Blaze, scritto negli anni '70 sotto lo pseudonimo Richard Bachman ma mai pubblicato. Lo scrittore ha anche terminato il romanzo Duma Key, uscito a gennaio 2008, e ha scritto un romanzo assieme a John Mellencamp intitolato Ghost Brothers Of Darkland County, la cui data di pubblicazione è ancora sconosciuta. Il 21 ottobre 2008 esce la sua quinta raccolta di racconti, "Al Crepuscolo" ('Just after sunset'), contenente tredici storie.

Bibliografia.

Romanzi.

* Carrie (Carrie), (1974)
* Le notti di Salem (Salem's Lot), (1975)
* Ossessione (Rage), (1977), sotto lo pseudonimo Richard Bachman
* Shining (The Shining), (1977), originariamente Una splendida festa di morte
* L'ombra dello scorpione (The Stand), (1978)
* La lunga marcia (The Long Walk), (1979), sotto lo pseudonimo Richard Bachman
* La zona morta (The Dead Zone), (1979)
* L'incendiaria (Firestarter), (1980)
* Uscita per l'inferno (Roadwork), (1981), sotto lo pseudonimo Richard Bachman
* Cujo (Cujo), (1981)
* L'uomo in fuga (The Running Man), (1982), sotto lo pseudonimo Richard Bachman
* The Plant - Part I (1982)
* Pet Sematary (Pet Sematary), (1982)
* Christine - la macchina infernale (Christine), (1983)
* The Plant - Part II (1983)
* Il talismano (The Talisman), (1984) - scritto con Peter Straub
* L'occhio del male (Thinner), (1984), sotto lo pseudonimo Richard Bachman
* Unico indizio la luna piena (Silver Bullet), (1985)
* The Plant - Part III (1985)
* It (It), (1986)
* Gli occhi del drago (The Eyes of the Dragon), (1986)
* Misery (Misery), (1987),
* Le creature del buio (The Tommyknockers), (1987)
* La metà oscura (The Dark Half), (1989)
* L'ombra dello scorpione - edizione completa (The Stand), (1990)
* Cose preziose (Needful Things), (1991)
* Il gioco di Gerald (Gerald's Game), (1992)
* Dolores Claiborne (Dolores Claiborne), (1992)
* Insomnia (Insomnia), (1994)
* Rose Madder (Rose Madder), (1995)
* Desperation (Desperation), (1996)
* I vendicatori (The Regulators), (1996), sotto lo pseudonimo Richard Bachman
* Il miglio verde (The Green Mile), (1996)
o originariamente uscito in 6 puntate:
+ 1 - Le due bambine scomparse
+ 2 - La tana del topo
+ 3 - Le mani di Coffey
+ 4 - La strana morte di Eduard Delacroix
+ 5 - Viaggio nella notte
+ 6 - L'ultimo viaggio di Coffey
* Mucchio d'ossa (Bag of Bones), (1998)
* La bambina che amava Tom Gordon (The Girl Who Loved Tom Gordon), (1999)
* Cuori in Atlantide (Hearts in Atlantis), (1999)
* La tempesta del secolo (Storm of the Century), (1999)
* L'acchiappasogni (Dreamcatcher), (2001)
* Riding the Bullet - Passaggio per il nulla (Riding the Bullet), (2001), racconto venduto in formato multimediale e cartaceo
* La casa del buio - meglio conosciuto come "Il talismano 2: La casa del buio" (The Talisman 2: Black House), (2001), scritto con Peter Straub
* Buick 8 (From a Buick 8), (2002)
* Colorado Kid (The Colorado Kid), (2005)
* Cell (Cell), (2006)

Boston, 1° ottobre. È un bel pomerìggio di sole e, per Clayton Riddell, una giornata magnifica. E pro­prio in quell'istante il mondo finisce. A milioni, tut­ti coloro che hanno un cellulare all'orecchio impaz­ziscono improvvisamente, regredendo allo stadio di belve feroci. Un misterioso impulso irradiato dagli apparecchi distrugge infatti il cervello in un attimo, azzerando la mente, la personalità, migliaia di anni di evoluzione.


* La storia di Lisey (Lisey's Story), (2006)
* Blaze (Blaze), (2007), sotto lo pseudonimo Richard Bachman
* Duma Key (Duma Key), (2008)
* Under the Dome (pubblicazione Americana prevista per Autunno 2009)

La torre nera.

Per approfondire, vedi la voce La torre nera (serie).

* L'ultimo cavaliere (Dark Tower 1: The Gunslinger), 1982)
* La chiamata dei Tre (Dark Tower 2: The Drawing of the Three), (1985)
* Terre desolate (Dark Tower 3: The Waste Lands), (1991)
* La sfera del buio (Dark Tower 4: Wizard and Glass), (1997)
* Le piccole sorelle di Eluria (The Little Sister of Eluria), racconto contenuto nella raccolta Tutto è fatidico, (2002)
* I lupi del Calla (Dark Tower 5: Wolves of the Calla), (2003)
* La canzone di Susannah (Dark Tower 6: Song of Susannah), (2004)
* La torre nera (Dark Tower 7: The Dark Tower), (2004)

Raccolte di racconti.

* A volte ritornano (Night Shift 1978)
* Stagioni diverse (Different Seasons, 1982)
* Scheletri (Skeleton Crew, 1985)
* Quattro dopo mezzanotte (Four Past Midnight, 1990)
* Incubi e deliri (Nightmares and Dreamscapes, 1993)
* Gray Matter: and Other Stories (1993), tutti i racconti di questa raccolta sono contenuti nell'edizione italiana A volte ritornano.
* Six Stories (1997), tutte le sei storie sono contenute nella raccolta di racconti italiana Tutto è fatidico.
* The Man in the Black Suit: 4 Dark Tales (2002), tutte le quattro storie sono contenute nella raccolta di racconti italiana Tutto è fatidico.
* Tutto è fatidico (Everything's Eventual: 14 Dark Tales, 2002)
* Al crepuscolo (Just After Sunset, 2008)

Antologie.

(Antologie di autori vari che contengono racconti di Stephen King - solo titoli usciti in Italia)

* I mille volti del terrore (1978)
"I figli del grano" (raccolto in A volte ritornano)
* Orrori e incubi (1979)
"La notte della tigre" (inedito in raccolte monotematiche di S. King)
* Horroriana (1979)
"I figli del granturco" (raccolto in A volte ritornano)
* Orrore a Crouch End (1980)
"Orrore a Crouch End" (raccolto in Incubi e deliri col titolo "Crouch End")
* La scimmia (1981)
"La scimmia" (raccolto in Scheletri)
* Popsy e altri racconti (1987)
"Popsy" (raccolto in Incubi e deliri)
* Le case del brivido (1987)
"L'uomo nero" (raccolto in A volte ritornano col titolo "Baubau")
* Il colore del male (1987)
"Lo stretto" (raccolto in Scheletri col titolo "Il braccio"),
"La scimmia" (raccolto in Scheletri),
"Orrore a Crouch End" (raccolto in Incubi e deliri col titolo "Crouch End")
* In principio era il male (1988)
"Il Succhiatore Volante" (raccolto in Incubi e deliri col titolo "Il volatore notturno")
* Il libro dei morti viventi (1989)
"Parto in casa" (raccolto in Incubi e deliri)
* Visioni della notte (1989)
"I reploidi" (inedito in raccolte monotematiche di S.King),
"Scarpe da tennis" (raccolto in Incubi e deliri),
"Dedica" (raccolto in Incubi e deliri)
* L'orrore di Cthulhu (1990)
"Jerusalem's Lot" (raccolto in A volte ritornano)
* Dark Love (1995)
"Colazione a Gotham Cafè" (raccolto in Tutto è fatidico col titolo "Pranzo al Gotham Cafè")
* L'ora della paura (1997)
"Popsy"(raccolto in Incubi e deliri)
* Se mi tocchi ho un brivido (1998)
"Le rivelazioni di 'Becka Paulson" (inedito in raccolte monotematiche di S.King)
* Gatti da brivido (1998)
"Il gatto che venne dall'inferno" (raccolto in "Al crepuscolo" col titolo "Il gatto del diavolo")
* 999 - Racconti inediti per un millennio da brivido (1999)
"Il virus della strada va a Nord" (raccolto in Tutto è fatidico)
* Deviazioni - volume 4 (2005)
"Le voci delle cose" (inedito sino a quel momento in raccolte monotematiche di S.King, in seguito pubblicato nella raccolta Al crepuscolo con il titolo "Le cose che hanno lasciato indietro")
* The dark side (2006)
"Il sogno di Harvey" (raccolto in "Al crepuscolo")
* "Memoria" (2006) in "Blaze", Sperling & Kupfer, edizione speciale per "L'Espresso", 2007 (inedito in raccolte monotematiche di S. King)
* "Torno a prenderti" (2007), in Blaze, Sperling & Kupfer, 2007 (raccolto in "Al crepuscolo")

Saggi.

(Solo titoli usciti in Italia)

* Danse macabre (Danse Macabre, 1980)
* On Writing: Autobiografia di un mestiere (On Writing: A Memoir of the Craft, 2000)
* Futuro dizionario d'America (The Future Dictionary of America, come co-compilatore, 2005)

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Cell è un capolavoro del Re, dove la fantasia e la riflessione sui falsi miti del nostro tempo danno vita a una storia terribilmente plausib...

Cell è un capolavoro del Re, dove la fantasia e la riflessione sui falsi miti del nostro tempo danno vita a una storia terribilmente plausibile.

Boston, 1° ottobre. È un bel pomerìggio di sole e, per Clayton Riddell, una giornata magnifica. E pro­prio in quell'istante il mondo finisce. A milioni, tut­ti coloro che hanno un cellulare all'orecchio impaz­ziscono improvvisamente, regredendo allo stadio di belve feroci. Un misterioso impulso irradiato dagli apparecchi distrugge infatti il cervello in un attimo, azzerando la mente, la personalità, migliaia di anni di evoluzione.

Al posto dell'homo sapiens ora c'è un branco di sanguinari subumani privi della paro­la. Ma presto costoro cominciano a mutare e a orga­nizzarsi. Insieme ad altri scampati, Clayton percor­re di notte le città svuotate, in preda a un pensiero fisso: salvare la moglie e il figlio, rimasti soli nel Maine in balia di un telefonino... e conquistare al­l'umanità il diritto di coesistere con la nuova specie dominante.

Un misterioso segnale elettronico, di origine sconosciuta, diramato attraverso i telefoni cellulari di tutto il mondo, penetra nella mente degli utenti con l'effetto di devastare in un solo istante l'intero raziocinio e di ridurre larga parte della popolazione della Terra in condizioni animalesche, vittima di istinti primordiali. Alcuni sopravvissuti all'effetto dell'Impulso tentano di trovare un modo per riorganizzarsi e sottrarsi alla barbarie ed alla feroce follia dei "telepazzi" (detti nella seconda parte anche "cellulati": il termine originale è phonecrazies), ovvero delle vittime del devastante segnale telefonico.

La civiltà scivolò nella sua seconda era di tenebre su una prevedibile scia di sangue, ma a una velocità che nemmeno i futurologi più pes­simistici avrebbero potuto pronosticare. Fu quasi come se non vedesse l'ora di finirci. Il primo giorno di ottobre, Dio era nel Suo para­diso, l'indice di Borsa era a 10,140 e quasi tut­ti gli aerei erano puntuali (eccetto quelli che at­terravano o decollavano da Chicago, e c'era da aspettarselo). Due settimane dopo il cielo apparteneva di nuovo agli uccelli e il mercato azionario era un ricordo. A Halloween, tutte le metropoli del mondo, da New York a Mosca, puzzavano fino alle stelle e il mondo di prima era un ricordo.

Trama.

Il fenomeno che in seguito avrebbe preso il nome di Im­pulso ebbe inizio alle 15.03 del 1° ottobre, ora di New York. La definizione era naturalmente imprecisa, ma a dieci ore dall'evento quasi tutti gli scienziati in grado di farlo notare erano o morti o impazziti. In tutti i casi il no­me contava poco. Quello che contava era l'effetto.

Alle tre di quel pomeriggio, un giovane di non partico­lare importanza per la storia scendeva per Boylston Street, a Boston, con un passo elastico che era quasi una danza. Si chiamava Clayton Riddell. L'evidente espressione sod­disfatta che aveva sul viso s'accordava con la spigliatezza dell'andatura. Nella mano sinistra impugnava la maniglia di un portfolio da artista, di quelli che si chiudono con delle serrature a scatto e diventano una valigetta. Arrotolato alle dita della sinistra aveva il laccio di un sacchetto di plastica marrone sul quale, per chi si fosse preso il di­sturbo di leggerlo, c'era il logo piccoli tesori.

Sballottato nel sacchetto c'era un piccolo oggetto ro­tondo. Un regalo, si sarebbe pensato, e con ragione. Si sa­rebbe potuto ulteriormente azzardare che questo Clayton

Riddell fosse un giovanotto in procinto di festeggiare una piccola vittoria (o forse nemmeno tanto piccola) con un piccolo tesoro, e si sarebbe colpito di nuovo nel segno. La cosa nel sacchetto era un fermacarte di cristallo di non poco prezzo, al centro del quale era imprigionata la grigia nuvoletta di un soffione. Lo aveva comprato durante il tra­gitto di ritorno dal Copley Square Hotel alla molto più umile Atlantic Avenue Inn dove alloggiava, intimorito dal cartellino da novanta dollari legato alla base del fermacar­te e forse ancor più intimorito dalla consapevolezza che ora potesse permettersi un simile acquisto.

Consegnare la carta di credito al commesso aveva ri­chiesto un coraggio quasi fisico. Dubitava che ce l'avreb­be fatta se quel fermacarte fosse stato per sé; avrebbe bor­bottato di aver cambiato idea e sarebbe scappato dal negozio. Ma era per Sharon, a Sharon piaceva quel genere di oggetti, e gli voleva ancora bene: Forza, piccolo, faccio il tifo per te, aveva detto il giorno prima della sua partenza per Boston. Considerato il modo di merda in cui si erano trattati l'un l'altro per un anno intero, le sue parole lo ave-vano commosso. Ora desiderava commuovere lei, se fosse stato ancora possibile. Il fermacarte era una piccola cosa (un piccolo tesoro), ma era sicuro che avrebbe gradito la delicata nuvoletta grigia dentro il cristallo, come un banco di nebbia in miniatura.

L'attenzione di Clay fu richiamata dallo scampanio di un furgone dei gelati. Era fermo di fronte al Four Seasons Hotel (che era ancor più sontuoso del Copley Square), dalla parte del Boston Common, che su quel lato della strada fiancheggiava la Boylston per due o tre isolati. Le parole Mister Softee, nei colori dell'arcobaleno, erano sovrapposte a una coppia di coni gelato danzanti. Tre bambini, con gli zaini posati per terra, erano in fremente attesa. Alle loro spalle c'erano una donna in giacca e pan­taloni che teneva al guinzaglio un barboncino e due ragaz­ze con i jeans sotto l'ombelico, munite entrambe di iPod e di auricolare, ora appeso al collo per potersi parlare sotto­voce, senza risolini, di faccende assai serie.

Clay si fermò dietro di loro, trasformando quello che era stato un piccolo gruppo in una breve coda. Aveva com­perato un regalo alla moglie separata; prima di tornare a casa si sarebbe fermato da Comix Supreme a prendere l'ultimo numero di Spiderman per il figlio; poteva pensare un poco anche a sé. Non vedeva l'ora di dare la notizia a Sharon, ma non avrebbe potuto contattarla finché non fos­se rincasata, verso le quattro meno un quarto. Pensava di trattenersi all'/nn almeno fino al momento di parlarle, più , che altro passeggiando avanti e indietro negli angusti con fini della sua stanzetta e lanciando occhiate al suo portafoglio chiuso. Nel frattempo Mister Softee gli offriva un accettabile diversivo.

L'uomo servì i tre bambini, due gelati con il bastoncino e un'incredibile piramide di cioccolato e vaniglia nel nel mezzo. Mentre la ragazzina estraeva banconote da un dollaro appallottolate dalla tasca dei Jeans larghi alla moda, la signora con il barboncino e l'a­bito da donna in carriera infilò la mano nella borsa appesa alla spalla, prese il cellulare - le signore vestite da donne in carriera non sarebbero uscite di casa senza - e lo aprì. Dietro di loro, nel parco, un cane abbaiò e qualcuno gridò. A Clay non sembrò un grido gioioso, ma quando si girò a guardare vide solo qualche passante, un cane che trotterel­lava stringendo tra i denti un frisbee (ma non devono esse­re al guinzaglio? si chiese), una distesa di verde soleggia­to e oasi di ombra invitante. Gli sembrò un ottimo posto dove un uomo che aveva appena venduto il suo primo ro­manzo a fumetti - nonché il suo seguito, entrambi per una somma sbalorditiva - avrebbe potuto andare a sedersi a mangiare un cono di gelato al cioccolato.

Quando tornò a guardare dall'altra parte, i tre bambini se ne erano andati e la signora con l'abito da donna in car­riera stava ordinando una coppa guarnita. Una delle due ragazze dietro di lei aveva un telefonino rosa agganciato al fianco e la rampante in carriera aveva il suo incollato al­l'orecchio. Come gli accadeva quasi ogni volta in cui era testimone di una delle mille varianti di quel comporta­mento, Clay riflette che stava assistendo a un gesto che, se fino a poco tempo prima sarebbe stato giudicato di una maleducazione quasi intollerabile, seppure nel corso di una marginale transazione con un perfetto sconosciuto, stava ormai diventando un'accettabile ricorrenza della quotidianità.

Mettilo in Dark Wanderer, tesoro, disse Sharon. La Sharon che conservava nella mente parlava spesso ed era prevedibile che dicesse la sua. Tanto era vero anche della Sharon reale, con o senza separazione. Non però chia­mandolo sul cellulare. Clay non l'aveva.
Il telefonino rosa intonò quel motivetto che Johnny «mava tanto... cos'era, Axel F versione Crazy Frog? Clay non lo ricordava, l'orse perché l'aveva rimosso. La proprietaria del telefono che squillava se lo staccò dal fianco e disse: «Beth?» Ascoltò, sorrise, poi disse all'arnica: «È Beth». Allora l'altra ragazza si sporse in avanti e ascolta­rono insieme, capelli corti e sfrangiati tutte e due, pettina­ture quasi identiche (a Clay sembravano quasi personaggi di un cartone del sabato mattina), accarezzati dallo stesso venticello pomeridiano.

«Maddy?» disse quasi contemporaneamente la donna in completo.

Il suo barboncino era ora seduto in un atteg­giamento contemplativo all'estremità del suo guinzaglio (il guinzaglio era rosso con i brillantino, a osservare il traffico di Boylston Street. Sull'altro lato della strada, al Four Seasons, un portiere in uniforme marrone - sembra­va che dovessero essere sempre o marrone o blu - agitava il braccio, probabilmente per fermare un taxi. Un caratteristico anfibio Duck Boat, stipato di turisti, altussimo e im­probabile sulla terraferma, veleggiò via con il conducente che gridava nel megafono qualcosa di argomento storico. Le due ragazze che ascoltavano il telefonino color menta si guardarono e sorrisero per qualcosa che stavano uden­do, però ancora senza ridacchiare.


«Maddy? Mi sentì? Mi sentì...»

La donna in carriera alzò la mano in cui stringeva il Sguinzaglio e si ficcò il dito, con l'unghia lunga, nell'orecchio libero. Clay rabbrividì temendo per il suo timpano. Immaginò di disegnarla: il cane al guinzaglio, il completo e pantaloni, i capelli corti alla moda... e un rivolino (li sangue intorno al dito nell'orecchio. La Duck Boat sul margine e il portiere in secondo piano, tutte quelle cose che danno verosimiglianza a una vignetta. Sì, era quel che voleva.

«Maddy, non ti ricevo! Volevo solo dirti che mi sono fatta fare i capelli da quel nuovo... i miei capelli?... I MIEI...»

Il tizio sul furgone si protese a porgerle la coppa guar­nita: un Monte Bianco dalle pendici solcate da cioccolato e crema di fragola. La sua faccia ruvida di barba non rasa­ta era impassibile. Diceva che aveva già visto tutto quanto, e perlomeno due volte. Clay ne era certo. Nel parco qual­cuno gridò. Clay si girò di nuovo a guardare dicendo a se stesso che era stato un grido di gioia. Alle tre del pomerig­gio, un pomeriggio di sole al Boston Common, non pote­va non essere un grido di gioia. Giusto?

La donna disse a Maddy qualcosa di incomprensibile e richiuse il cellulare con un esercitato colpo del polso. Lo lasciò ricadere nella borsetta, poi rimase lì, come se aves­se dimenticato che cosa stesse facendo o forse persino do­ve si trovasse.

«Fanno quattro e cinquanta», disse il gelataio che anco­ra le porgeva pazientemente la coppa. Clay ebbe tempo di riflettere su quanto tutto in città fosse così schifosamente costoso. Forse lo aveva pensato anche la signora vestita da donna in carriera - almeno tale fu la sua prima impressio­ne - perché per un momento ancora non fece niente, restò lì a guardare la montagna di gelato e sciroppo gocciolante come se non avesse mai visto niente del genere.

Poi dal Common giunse un altro grido, questa volta non umano, un verso che stava a metà tra un guaito di sor­presa e uno gnaulio di dolore. Clay si girò a guardare e vi­de il cane che prima trotterellava con il freshbee in bocca. Era bruno, di dimensioni discrete, forse un Labrador, lui non conosceva bene i cani, quando aveva bisogno di dise­gnarne uno lo copiava da un libro. Accanto a lui c'era un uomo in giacca e cravatta inginocchiato, lo teneva prigioniero per il collo e sembrava che gli stesse - no, non sto vedendo quello che credo di vedere, pensò Clay - masti­cando un orecchio. Poi il cane guai di nuovo e cercò di di­vincolarsi. L'uomo in giacca e cravatta lo tenne fermo, e sì, era proprio l'orecchio del cane, quello che aveva in bocca l'uomo, e mentre Clay continuava a guardare, glie­lo strappò dalla testa. Questa volta il cane lanciò un grido quasi umano e alcune anatre che nuotavano nel laghetto poco distante si alzarono in volo starnazzando.

«Rasi!» gridò qualcuno dietro Clay. Così gli era sem­brato. Poteva anche essere una parola di senso compiuto, però ciò che successe dopo lo spinse a propendere per rast: non un vocabolo, ma piuttosto un'espressione inarti­colata di aggressività.

Tornò a guardare il furgone dei gelati in tempo per ve­dere la signora tuffarsi sul bancone nel tentativo di ag­guantare il gelataio. Riuscì ad acchiappare un lembo della sua casacca bianca, ma bastò l'unico passo all'indietro S Che lo stupore lo spinse a compiere, perché lei perdesse la [presa. I suoi tacchi alti si staccarono brevemente dal marciapiede e Clay udì il fruscio del tessuto e il tintinnio dei bottoni della sua giacca che strisciavano prima all'insù e all'ingiù contro il bordo. La coppa finì chissà dove, Clay vide una macchia di gelato e sciroppo sul polso e l'avambraccio sinistro della donna. La vide vacillare, flettere I ginocchia. L'espressione refrattaria era stata sostituita da una smorfia contratta ohe le aveva stretto gli occhi in due fessure e messo in mostra entrambe le arcate dei denti. Il suo labbro superiore si era rovesciato completamente all'infuori, scoprendone l'interno vellutato e rosa, intimo come una vulva. Il suo barboncino scappò nella via, trascinando dietro di sé il guinzaglio rosso con in fondo il suo cappio. Sopraggiunse una limousine nera e travolse il barboncino prima che fos­se arrivato al centro della strada. Un batuffolo un attimo prima; budella un attimo dopo.

Povera bestiola, probabilmente stava già abbaiando nel paradiso dei cani prima ancora di capire che era morto, pensò Clay. Clinicamente si rendeva conto di essere in stato di choc, ma questo non cambiava minimamente la profondità del suo sbalordimento. Era fermo lì, con il portfolio in una mano, il sacchetto marrone nell'altra e la bocca spalancata.

Da qualche parte, gli sembrò forse dietro l'angolo di Newbury Street, esplose qualcosa.

Sopra gli auricolari dei loro iPod, le due ragazze ave­vano tagli di capelli esattamente identici, ma quella con il cellulare rosa era bionda, mentre la sua amica era bruna; erano Pixie Chiara e Pixie Scura. Ora Pixie Chiara lasciò cadere il telefonino sul pavimento dove si ruppe e afferrò la signora in abito da donna in carriera prendendola per la vita. Clay pensò (per quanto capace fosse in quei frangen­ti di pensare qualcosa) che intendesse impedirle o di ten­tare di assalire nuovamente il gelataio o di precipitarsi in mezzo alla strada a soccorrere il cane. Ci fu persino una parte della sua mente che lodò la presenza di spirito della ragazzina. La sua amica, Pixie Scura, indietreggiava al­lontanandosi dalla scena con le manine bianche strette tra i seni e gli occhi strabuzzati.

Clay mise giù i suoi carichi, uno per parte, e fece un passo in avanti per dare una mano a Pixie Chiara. Sull'al­tro lato della via, cosa che scorse soltanto nella sua visione periferica, un'automobile sterzò e balzò sul marciapie­de davanti al Four Seosons, costringendo il portiere a to­gliersi precipitosamente di mezzo. Davanti all'albergo si alzarono altre grida. E prima che Clay potesse solo co­minciare ad aiutare la ragazzina con la signora vestita da donna in carriera, Pixie Chiara aveva proteso il bel faccino con la velocità di un serpente, aveva scoperto i giovani denti senza dubbio forti e li aveva affondati nel collo della signora vestita da donna in carriera. Ci fu un enorme getto di sangue. La ragazza vi immerse il viso, diede l'impres­sione di volerselo lavare con quel sangue, forse persino di berne (Clay era quasi sicuro che lo stesse facendo), poi scrollò la signora vestita da donna in carriera avanti e in­dietro come una bambola. La donna la superava in statura e doveva pesare almeno una quindicina di chili di più, ma l'altra la scosse abbastanza forte da farle andare su e giù la testa e spargere all'intorno altro sangue. Contempora­neamente rivolse la faccia imbrattata di rosso al limpido ciclo d'ottobre e lanciò un ululato che sembrò di trionfo.

È pazza, pensò Clay. Completamente pazza.

«Chi sei?» gridò Pixie Scura. «Cosa sta succedendo?»

Udendo la voce dell'amica, Pixie Chiara girò brusca-, mente la testa insanguinata. Gocce rosse le cadevano dalle I corte punte dei capelli sopra la fronte. Gli occhi che guardavano dalle orbite chiazzate erano come lampade bianche.

Pixie Scura guardava Clay con gli occhi sgranati. «Chi | lei?» ripetè... e poi: «E io chi sono?»

Pixie Chiara lasciò andare la signora vestita da donna In carriera, che crollò sul selciato con la carotide squarcia­ta che ancora eruttava, poi si gettò sulla ragazza con la quale solo pochi istanti prima condivideva amichevol­mente il telefonino.
Clay non pensò. Se avesse pensato, Pixie Scura si sa­rebbe forse ritrovata con la gola aperta come la signora in giacca e pantaloni. Nemmeno guardò. Abbassò semplice­mente la mano destra, afferrò l'estremità superiore del sacchetto di plastica di piccoli tesori e lo scagliò contro la nuca di Pixie Chiara nel momento in cui la ragazza spiccava il salto sull'ex amica con le mani protese come un orso che pesca sullo sfondo del ciclo azzurro. Se aves­se mancato il bersaglio...
Non lo mancò e nemmeno lo prese di striscio. Il ferma­carte di cristallo dentro il sacchetto colpì in pieno la testa di Pixie Chiara producendo un sordo rintocco. Pixie Chia­ra lasciò ricadere le mani, una insanguinata, l'altra ancora pulita, e cadde come un sacco di patate sul marciapiede davanti all'amica.

«Che diavolo succede?» urlò il gelataio. Il registro del­la sua voce era di un'altezza improbabile. Forse lo choc glielo aveva modificato.

«Non lo so», rispose Clay. Gli martellava il cuore. «Mi aiuti, presto. Questa sta morendo dissanguata.»

Da dietro, in Newbury Street, giunse l'inconfondibile fracasso di un'automobile che si schianta, seguito da grida di orrore. Alle grida seguì un'altra esplosione, più forte di quella precedente, che fece tremare il giorno come un col­po di maglio. Dietro il furgone dei gelati un altro veicolo sterzò, attraversò tre corsie di Boylston Street e si fiondò verso la facciata del Four Seasons, falciando un paio di passanti e andando quindi a cozzare contro il retro del­l'automobile precedente, che aveva concluso la sua corsa con il muso incastrato nella porta girevole. Il secondo urto fece avanzare ulteriormente il primo veicolo fino a schiac­ciare sui due lati la porta. Clay non poteva vedere se ci fosse qualcuno intrappolato nel meccanismo, perché dal radiatore squarciato della prima macchina scaturivano dense nuvole di vapore, ma le grida di dolore che giunge­vano da là dentro non promettevano niente di buono. Pro­prio niente.

Il gelataio, che da quella parte non poteva vedere, si I stava sporgendo dal finestrino per rivolgersi a Clay. «Che succede là dietro?»

«Non lo so. Un tamponamento. C'è gente che si è fatta male. Non pensiamoci ora. Mi dia una mano.» Si inginoc­chiò di fianco alla signora nel sangue e tra i frammenti del telefonino rosa di Pixie Chiara. Gli spasmi della signora in abito da donna in carriera erano ormai molto deboli.

«C'è del fumo in Newbury Street», osservò il gelataio, che ancora non aveva abbandonato la relativa protezione del suo furgone. «Laggiù è saltato in aria qualcosa. Roba grossa. Forse è un attentato.»

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Maggio 1993: in Algeria i fondamentalisti islamici uccidono quattro suore. La Quinta Donna massacrata è una turista svedese. La polizia alge...

Maggio 1993: in Algeria i fondamentalisti islamici uccidono quattro suore. La Quinta Donna massacrata è una turista svedese. La polizia algerina cerca di insabbiare il caso.

Settembre 1994: una serie ili orribili delitti scuote il sud della Svezia. Un anziano signore, appassionato bird-watcher che si diletta di poesia, cade in una trappola feroce. Il suo corpo viene ritrovato in pasto ai corvi, trapassato da canne di bambù.

Qualche giorno dopo, nel bosco, legalo a un albero si scopre il cadavere di un fiorista, un amabile cultore di orchidee. È stato strangolato.

Non passa molto tempo che il corpo senza vita di un ricercatore dell'università riaffiora, chiuso in un sacco, tra le acque di un lago.

Omicidi crudeli, perpetrati con una tecnica che non lascia dubbi sull'esistenza di un unico colpevole. Apparentemente non esiste un movente, né s'intravedono elementi che permettano di trovare una relazione tra le vittime.

Tocca ancora all'ispettore Wallander, del distretto di Ystad, aprire un faticoso spiraglio tra le indagini e mettere insieme i pezzi di una storia incredibile. Aiutato da una collega molto efficiente, Kurt Wallander scoprirà quale sconcertante filo leghi il passalo degli uomini caduti per mano di un oscuro assassino.

La quinta donna non è solo un giallo appassionante, è anche un fine romanzo sulla complessa psicologia del rapporto tra uomini e donne, un'acuta analisi di una società che ha perduto I'innocenza di un tempo e si confronta ogni giorno con crimini brutali.


Trama.
Quella notte, quando erano venuti per compiere la loro sacra missione, era stata molto calma.

Solo più tardi, il più giovane dei quattro uomini, quello che si chiamava Farid, aveva ricordato che neppure i cani avevano reagito abbaiando. Anche loro erano stati avvolti dalla dolcez­za della notte e dalla debole brezza che soffiava dal deserto. Avevano aspettato il calare delle tenebre.

L'auto che li aveva portati dalla lontana Algeri a Dar Aziza, il punto di incontro, era una vecchia carretta con le sospensioni agonizzanti. L'au­tista non aveva aperto bocca per tutto il viaggio.

Erano stati costretti a interrompere il viaggio due volte. La prima per una foratura alla ruota posteriore sinistra, quando non erano anco­ra arrivati a metà strada.

Farid, che non aveva mai messo piede fuori dalla capitale, si era seduto appoggiandosi a un masso ai bordi della strada. Era rimasto a fissare affascinato l'immenso cielo stellato mentre gli altri erano indaffarati intor­no all'auto. Il copertone che non aveva praticamente più bat­tistrada aveva ceduto a un paio di chilometri a nord di Bou Saada. Ebbero non pochi problemi a svitare i bulloni arruggi­niti e a montare la ruota di scorta.

Dagli spezzoni di conver­sazione degli altri, Farid aveva capito che erano in ritardo e che non avrebbero avuto il tempo di fermarsi per mangiare. Avevano ripreso il viaggio. Non lontano da El Qued, il motore si era fermato di colpo. Persero quasi un'ora prima di riuscire a localizzare il guasto e ripararlo.

Il loro capo, un uomo alto e pallido sulla trentina con una corta barba, aveva negli occhi quell'intensità e fervore che solo chi era stato chiamato dal Profeta poteva avere. Farid non sapeva il suo nome. E cono­scendo le regole di segretezza non si era nemmeno sognato di chiedere chi fosse e da dove venisse.


Non sapeva neppure i nomi degli altri due.

Conosceva solo il proprio nome.

L'auto era ripartita. Il buio si era fatto più intenso. Aveva­no dell'acqua da bere ma niente da mangiare. Quando final­mente arrivarono a El Qued tutto era calmo intorno. Si erano addentrati nel labirinto di strade anguste e si erano fermati vicino alla piazza del mercato. Appena scesero, l'auto scom­parve. La figura di un uomo era apparsa come dal nulla. Senza parlare, aveva fatto un cenno al loro capo e i quattro lo avevano seguito.

Fu solo allora, mentre camminavano veloci nel buio di stra­de sconosciute, che Farid aveva iniziato a pensare seriamente a quello che avrebbero fatto entro breve tempo. Portò la mano sul manico del coltello a lama curva che teneva in una tasca dell'ampio caffettano.

Era stato suo fratello, Rachid Ben Mehidi, a parlargli per la prima volta degli stranieri. Notte dopo notte, erano rimasti seduti sul tetto piatto della casa paterna a parlare e a guardare la distesa luccicante di Algeri. Farid sapeva che suo fratello era profondamente impegnato nella lotta per trasformare il loro paese in uno stato islamico che non avrebbe seguito altre leggi se non quella del Profeta. E ogni notte gli parlava di quanto era importante che tutti gli stranieri fossero cacciati dal loro paese.

All'inizio Farid si era sentito lusingato che suo fratello gli parlasse di politica. Anche se in un primo momento non aveva capito tutto quello che gli diceva. Fu solo più tardi che si rese conto che aveva un motivo ben preciso per dedi­cargli tanto tempo. Voleva che Farid partecipasse alla cacciata degli stranieri dal paese.


Era passato più di un anno da allora. E ora, mentre Farid seguiva i quattro uomini vestiti di nero attraverso i vicoli bui dove l'aria tiepida della notte era completamente immobile, ebbe la certezza che avrebbe finalmente esaudito il desiderio di Rachid.

Gli stranieri dovevano essere cacciati. Ma non li avrebbero scortati fino alle navi o agli aerei. Sarebbero stati uccisi. E quelli che non erano ancora entrati nel paese ci avrebbero pensato due volte prima di farlo.


Farid strinse con forza il manico di avorio intarsiato del coltello. Rachid glielo aveva dato la sera prima quando si era­no salutati sul tetto della casa del padre.
Arrivati alla periferia della città, si fermarono. Il vicolo sfo­ciava in una piazza. Il ciclo stellato sopra di loro era chiaro. Rimasero nell'ombra, addossati al muro di una casa con le persiane abbassate.

Dall'altro lato della piazza, al di là di un'alta inferriata, c'era una villa dai muri di pietra. L'uomo che li aveva guidati fin là scomparve silenziosamente fra le ombre. Erano di nuovo in quattro. Tutt'intorno era il silenzio e la calma più assoluta. Farid non aveva mai provato una simile sensazione ad Algeri. Nei suoi diciannove anni di vita non era mai stato avvolto da un tale silenzio.


Neppure i cani, pensò. Neppure i cani sembrano volere rompere questo sacro silenzio.

Alcune finestre della villa davanti a loro erano illuminate.

Improvvisamente udirono il rumore di un motore. I fari asimmetrici di un autobus vetusto illuminarono la piazza per poi sparire verso il centro del paese. Tornò il silenzio.


La luce a una delle finestre si spense. Farid cercò di calco­lare quanto tempo fosse passato da quando erano arrivati nella piazza. Forse una buona mezz'ora. Aveva fame. Non aveva mangiato niente tutto il giorno. Le due bottiglie d'acqua che avevano portato con loro erano ormai vuote. Si sentiva la gola arsa. Ma non avrebbe chiesto nulla. L'uomo che li comandava si sarebbe adirato. Stavano compiendo una missione sacra, e soffrire la fame e la sete era una prova della loro fede.

Un'altra luce si spense. Qualche minuto dopo anche l'ulti­ma finestra piombò nel buio. Continuarono ad aspettare. Poi, il loro capo fece un cenno con la mano e attraversarono rapi­damente la piazza. Un vecchio con un bastone in mano dor­miva appoggiato al cancello della villa. Una sorta di guardia, pensò Farid. Il loro capo lo toccò con un piede.

L'uomo non fece in tempo ad aprire gli occhi che il capo si chinò su di lui tenendo il suo coltello sulla guancia dell'uomo. Il capo bisbi­gliò qualcosa all'orecchio del vecchio. L'uomo si alzò, Farid capì dai suoi movimenti rigidi che l'uomo era paralizzato dalla paura. Il capo fece un cenno quasi impercettibile con la testa e l'uomo si allontanò zoppicando.


Spinsero il cancello che cigolò leggermente ed entrarono nel giardino. L'aria era pervasa da un forte profumo di gelsomino misto a quello di spezie delle quali Farid non riusciva a ricordare il nome. Tutto era sempre avvolto nel silenzio. Sul­l'alta porta di ingresso della villa era affissa una targa in ottone con le parole: Ordine delle sorelle cristiane. Farid cercò di capire cosa quelle parole significassero. In quello stesso istante qualcuno appoggiò una mano sulla sua spalla. Farid trasalì e si volse. Era il capo. Gli parlava per la prima volta, così sot­tovoce che neppure la brezza notturna poteva sentire quello che stava dicendo.

«Siamo quattro» sussurrò. «Anche in quella casa sono quat­tro. Dormono, una in ogni camera. Le camere sono una di fronte all'altra in un corridoio. Sono vecchie e non opporran­no resistenza.»

Farid osservò gli altri due uomini. Avevano qualche anno più di lui. Farid ebbe la sensazione che a differenza di lui non fosse la loro prima missione. Ma si sentiva calmo. Rachid gli aveva promesso che quello che avrebbe fatto era nel nome del Profeta.

Il capo lo fissò, come se gli avesse letto nel pensiero.

«Quattro donne vivono in questa casa» bisbigliò. «Sono delle straniere che hanno rifiutato di lasciare il nostro paese di propria volontà, quindi devono morire. Inoltre sono cri­stiane.»

Ucciderò una donna, pensò Farid. Questo Rachid non glie­lo aveva detto.

E doveva averlo fatto per un solo motivo.

Non aveva alcuna importanza. Non faceva alcuna diffe­renza.

Entrarono nella casa. Non avevano avuto problemi a forza­re la semplice serratura. All'interno, l'aria era calda e stagnan­te. Uno di loro accese una torcia elettrica e illuminò la scala che portava al piano superiore. Il corridoio era illuminato dalla debole luce di una lampada. Avanzarono in un silenzio di tomba. Rimasero immobili un istante a osservare le quattro porte chiuse.

Ognuno di loro aveva estratto il proprio coltel­lo. Il capo mosse la^ testa come aveva fatto con il vecchio davanti al cancello. E venuto il momento, pensò Farid. Ora non devo avere un attimo di esitazione. Rachid gli aveva detto che doveva agire con rapidità, evitare di fissare gli occhi, con­centrarsi invece sulla gola e tagliare con un movimento rapido
e preciso.

Dopo, il ricordo di come tutto si era svolto era stato molto vago e indistinto. Forse la donna stesa sul letto sotto un len­zuolo bianco aveva i capelli grigi. Nella debole luce del lam­pione i lineamenti del suo volto erano rimasti confusi. Quan­do Farid aveva scostato il lenzuolo, la donna aveva subito aperto gli occhi. Ma prima che avesse il tempo di gridare o di capire cosa stesse succedendo, con un singolo movimento Farid le aveva tagliato la gola facendo un passo all'indietro per evitare che il sangue gli macchiasse il caffettano. Poi, senza guardarla, si era girato ed era uscito dalla stanza. Non erano passati più di trenta secondi. Involontariamente li aveva con­tati nella sua mente. Si avviò nel corridoio seguendo due degli altri quando udirono la voce bassa del quarto. Si fermarono come paralizzati.
C'era un'altra donna in una delle camere. Una quinta don­na.

Secondo le loro informazioni, non avrebbe dovuto essere in quella casa. Era un'estranea, forse in visita.

Ma anche lei era straniera, disse l'uomo che l'aveva sco­perta.
Il capo entrò nella stanza. Farid che era dietro di lui vide che la donna si era raggomitolata in posizione fetale. La sua paura sembrava vibrare nell'aria. Farid non riuscì a evitare un nodo alla gola. Sull'altro letto giaceva il corpo di un'altra don­na. Il lenzuolo era impregnato di sangue.

Poi, con un movimento rapido il capo si avvicinò al letto e tagliò la gola della quinta donna.

Uscirono dalla casa inosservati così come vi erano entrati. L'auto li stava aspettando in una delle stradine buie. Al sor­gere dell'alba erano ormai lontani da El Qued e dai corpi delle cinque donne.

Era il mese di maggio del 1993.

La lettera arrivò a Ystad il 19 agosto.

Aveva notato il timbro postale e il francobollo dell'Algeria e pensando che fosse una lettera di sua madre aveva aspettato ad aprirla. Le piaceva leggere le sue lettere con calma. Dallo spessore della busta dovevano essere molte pagine. Non aveva avuto notizie da sua madre per tre mesi e certamente aveva molto da raccontarle. Posò la busta sul tavolino del soggiorno.

Avrebbe aspettato la notte, quando tutto fosse più tranquillo. Non riusciva però a evitare un vago senso di inquietudine. Perché questa volta sua madre aveva scelto di scrivere nome e indirizzo a macchina? Scrollò il capo. Certamente la spiega­zione era nella lettera. Poco prima di mezzanotte aveva aperto la porta del balcone e si era seduta sulla sedia a sdraio fra le piante. Era una bella e calda serata di fine agosto. Forse una delle ultime di quell'anno. L'autunno scandinavo era poco lontano, in attesa. Aprì la busta e iniziò a leggere.

Solo dopo, quando aveva letto la lettera fino all'ultima riga e l'aveva posata, incominciò a piangere.

Capì subito che la lettera era stata scritta da una donna. Non era stata solo la grafia a convincerla, era stato anche qualcosa nella scelta delle parole. Lo stile con il quale una donna sconosciuta aveva cercato di comunicarle nel modo più gentile possibile quell'orribile fatto.

Ma niente aveva più valore o significato. Rimaneva solo quello che era accaduto. Niente altro.

La donna che aveva scritto si chiamava Frangoise Bertrand e apparteneva al corpo di polizia. Senza che lo avesse scritto chiaramente si capiva che aveva una qualche funzione nella commissione massacri algerina.

Era per questo che si era interessata di quello che era suc­cesso una notte di maggio nella città di El Qued, a sud-ovest di Algeri.

Così come erano descritte, le circostanze sembravano chia­re ed evidenti e totalmente agghiaccianti. Quattro suore di nazionalità francese erano state assassinate da ignoti. Con tut­ta probabilità da quei fondamentalisti che avevano deciso di cacciare dal paese tutti gli stranieri. In quel modo lo stato si sarebbe indebolito fino ad autodistruggersi. Dal vuoto di po­tere che si sarebbe venuto a creare sarebbe così nato uno stato londamentalista. Le quattro suore erano state sgozzate, gli assassini non avevano lasciato tracce, solo sangue, dappertutto nolo sangue scuro coagulato.

Mu era stata trovata una quinta donna, una turista svedese c'hf hvcvii rinnovato svariate volte il suo permesso di soggior­no nel piimi* e che per puro caso aveva fatto visita alle suore rii t'i'ti linnislii ti dormire ila loro proprio quella notte, quando
quegli uomini sconosciuti erano entrati nella casa con i loro coltelli.

Dal passaporto che avevano trovato nella sua borsetta avevano saputo che si chiamava Anna Ander, che aveva ses-santasei anni e che risiedeva legalmente nel paese. Avevano inoltre trovato un biglietto aereo aperto per la Svezia. Vista la gravita dell'uccisione delle quattro suore e dato che Anna Ander viaggiava sicuramente da sola, gli investigatori avevano deciso per motivi politici di ignorare la quinta donna. Non era mai stata in quella casa in quella notte nefasta, non aveva occupato nessun letto. L'avevano invece fatta morire in un incidente d'auto e l'avevano seppellita in una tomba senza nome nel deserto.

Tutte le sue cose e le sue tracce erano state raccolte e fatte sparire. Era stato a quel punto che Francoise Bertrand era entrata in scena. Era stata chiamata una mattina presto dal suo capo, scriveva nella lunga lettera, e le era stato ordinato di recarsi immediatamente a El Qued. La donna era già stata sepolta nel deserto. A Francoise Bertrand era stato affidato il compito di eliminare ogni eventuale traccia residua e di distruggere il passaporto e tutti i suoi averi.


Anna Ander non era mai arrivata né aveva mai soggiornato in Algeria. Cancellata da tutti i registri ufficiali avrebbe così smesso di essere un problema algerino. Ma nella casa di El Qued, Francoise Bertrand aveva trovato una borsetta che nella loro fretta gli investigatori sbadati che l'avevano prece­duta non avevano scoperto. L'aveva trovata dietro a un arma­dio senza riuscire a capire come avesse potuto esserci finita. Nella borsetta c'era una lettera che Anna Ander aveva iniziato senza sapere che non sarebbe mai riuscita a finirla. Una lettera indirizzata a sua figlia che viveva in una città chiamata Ystad nella lontana Svezia. Francoise Bertrand si scusava per avere letto quella corrispondenza privata. Si era fatta aiutare da un artista svedese alcolizzato che conosceva ad Algeri, che glie-l'aveva tradotta, senza immaginare di cosa si trattasse.

Aveva letto e riletto quelle poche righe e non aveva potuto fare a meno di sentire un acuto senso di rimorso per quello che era successo a quella quinta donna. Non solo per il fatto che fosse stata assassinata così brutalmente in Algeria, quella terra che Francoise amava con tutta la sua anima, quella terra ferita e lacerata da conflitti interni. Nella sua lettera aveva anche cer­cato di spiegare cosa succedeva nel suo paese e aveva anche parlato di sé. Suo padre era nato in I''rancia ma la sua famiglia
si era trasferita in Algeria quando era ancora bambino e lì era cresciuto. Aveva sposato un'algerina e Francoise, che era la loro primogenita, si era sentita per lungo tempo divisa tra la Francia e l'Algeria senza capire esattamente a quale paese ap­partenesse.

Ma col tempo, il periodo di incertezza era svanito e Francoise Bertrand non aveva più avuto dubbi. L'Algeria era la sua terra. E i contrasti che stavano lacerando il suo paese le procuravano un acuto senso di sofferenza. Ed era anche per questo che non voleva svilire ancora di più né il proprio paese, né se stessa, contribuendo a fare sparire quella donna, trasfor­mando la verità in un inesistente incidente d'auto e preten­dendo che Anna Ander non fosse mai stata in Algeria. Tutto ciò le aveva impedito a kingo di dormire, scriveva Frangoise Bertrand.

Alla fine la sua coscienza aveva prevalso, aveva messo da parte la sua lealtà per il corpo di polizia e si era decisa a scrivere alla figlia di quella donna per dirle tutta la verità. L'unica cosa che chiedeva in cambio era che il suo nome non fosse mai rivelato. Quello che scrivo è la pura verità, aveva scritto. Forse sbaglio a raccontare tutto questo. Ma non potevo più vivere normalmente con questo peso. Ho trovato una borsetta con dentro una lettera che una donna ha scritto a sua figlia. Ho sentito che era mio dovere inviartela e raccontare come ne sia venuta in possesso.

Questo è tutto.


Oltre alla lettera, Francoise Bertrand aveva messo nella busta il passaporto di Anna Ander.

Ma la figlia non aveva letto quella lettera che non era mai stata finita. L'aveva posata sul balcone e aveva pianto a lungo. Solo all'alba si alzò e andò in cucina. Rimase seduta per molto tempo, immobile, la mente vuota. Ma poi aveva iniziato a pensare. Improvvisamente tutto le sembrò chiaro. Si rese conto che tutti quegli anni erano stati una lunga attesa. Non lo aveva mai capito prima. Non si era mai resa conto né che stava aspettando né quale fosse l'oggetto di quell'attesa. Ma ora sapeva. Aveva una missione e non era più costretta a esi­tare per portarla a termine. Ora era arrivato il momento giu­sto. Sua madre non c'era più. Una porta si era aperta completamente.

Si alzò e andò a prendere le strisce di carta e il libro che c'erano in una scatola sotto il letto. Tornò in cucina e posò tutto sul Involo. Sapeva che vi erano esattamente quarantatré strisce di carta. Su una sola di queste aveva tracciato una croce nera.

Iniziò a piegare le strisce metodicamente, una dopo l'altra. La croce era sulla ventisettesima.

Aprì il libro e fece scorrere l'indice sulla lista di nomi. Fissò il nome che lei stessa aveva scritto e lentamente i contorni di un viso si formarono nella sua mente.
Chiuse il libro e lo ripose insieme alle strisce di carta nella scatola.

Sua madre era morta.

Le sue esitazioni erano svanite. Non era più possibile tor­nare indietro.

Decise di concedersi un anno. Per lasciare che il dolore si attutisse, e per fare tutti i preparativi necessari. Un anno e non un giorno di più.

Tornò sul balcone. Accese una sigaretta e osservò la città che stava svegliandosi.

Nubi nere di pioggia stavano avvici­nandosi dal mare.


Poco prima delle sei andò a dormire.

Era la mattina del 20 agosto 1993.
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