Quando in una fredda mattina d’inverno uno sconosciuto si presenta nella sua parrocchia e chiede insistentemente di vederlo, il reverendo Ke...

Quando in una fredda mattina d’inverno uno sconosciuto si presenta nella sua parrocchia e chiede insistentemente di vederlo, il reverendo Keith Schroeder non può immaginare che quell’incontro cambierà la sua vita per sempre.

L’uomo si chiama Travis Boyette, ha subito varie condanne per reati sessuali, è in libertà vigilata e sostiene di custodire da molti anni un terribile segreto che è deciso a confessare. Perché proprio adesso? Dice di avere un tumore incurabile al cervello e di volersi liberare dal peso che grava sulla sua coscienza.

Con la sua testimonianza potrebbe scagionare Donté Drumm, un giovane di colore condannato a morte in una piccola città del Texas per l’omicidio di una ragazza bianca il cui corpo non è mai stato ritrovato.

Donté si è sempre proclamato innocente, la sua famiglia e Robbie Flak, il suo avvocato, noto per l’impegno sociale e il carattere bellicoso, si sono battuti per nove anni con ogni mezzo per dimostrarlo; il caso ha suscitato un enorme scalpore, ma finora tutto è stato inutile. Boyette afferma di sapere chi è il vero assassino, ma non ha intenzione di rivelarlo a nessuno se non al reverendo Schroeder. Mancano quattro giorni all’esecuzione.

Basteranno per salvare Donté, o almeno per una sospensione della condanna? Come può un pregiudicato convincere avvocati, giudici e politici che stanno giustiziando l’uomo sbagliato? In una spasmodica corsa contro il tempo, il reverendo e l’avvocato faranno di tutto per ottenere un rinvio.

Ma, come spesso accade, la verità, se clamorosa, sembra avere vita più difficile della menzogna.


John Grisham torna con il suo cavallo di battaglia preferito: l’odiosità della pena di morte e la fallibilità di verdetti che spesso – a condanna eseguita – si rivelano basati su falsi presupposti. Con Io confesso (in uscita per Mondadori, pp. 437, e20; qui ne anticipiamo l’incipit) l’inventore del legal thriller ripercorre in sostanza la strada iniziata nel 2008 con Innocente, incurante degli effetti collaterali di simili atti d’accusa: il pubblico americano sembra infatti irritarsi profondamente e ogni volta lo penalizza nelle vendite.

Fortunatamente per lui, l’Italia – e l’Europa in generale – non la pensano così e gli restituiscono ciò che perde in patria tifando incondizionatamente per il poveraccio di turno, anche se colpevole. Prigioniero comunque di una civiltà giudiziaria barbara, insopportabile alle nostre coscienze. In questo caso però pare proprio che l’imputato, il nero Dontè Drumm, a 24 ore dall’esecuzione, sia innocente.

O, per lo meno, è quanto sostiene Travis Boyette, criminale fuori sulla parola, fedina penale costellata di ogni tipo di reato, ma con un tumore maligno al cervello e dunque pronto a confessare al reverendo Keith Schroeder il vero nome dell’assassino della bianca Nicole Yarber, il cui corpo non è mai stato ritrovato, pur di ottenere l’assoluzione prima di morire. Come in gran parte dei romanzi di Grisham, anche qui il ritmo, l’ansia e il colpo di scena sono dirompenti e attanagliano qualsiasi tipo di lettore



Il custode della chiesa di Si Mark aveva appena grattato via dieci centimetri di neve dal marciapiede, quando comparve l'uomo con il bastone. C'era il sole, ma il vento ululava e la temperatura era bloccata sullo zero. L'uomo indossava soltanto dei pantaloni da lavoro di tela, una camicia estiva, un paio di logori scarponcini da trekking e una giacca a vento leggera che poteva opporre ben poca resistenza al gelo. Ma comunque non sembrava soffrire il freddo, e neppure avere fretta. Camminava zoppicando, con una leggera inclinazione a sinistra, il lato su cui si appoggiava al bastone. Avanzò faticosamente lungo il marciapiede accanto alla cappella e si fermò davanti a un ingresso laterale contrasse­gnato dalla scritta ufficio in caratteri rosso scuro. Non bussò e aprì la porta, che non era chiusa a chiave. Entrò proprio mentre un'altra raffica di vento lo colpiva alle spalle.

La stanza era un'area ricevimento, con quell'aspetto polve­roso e disordinato che ci si aspetta di trovare in una vecchia chiesa. Sulla scrivania al centro del locale c'era una targhetta che annunciava la presenza di Charlotte Junger, la quale sedeva poco dietro il proprio nome. «Buongiorno» salutò la donna con un sorriso.
«Buongiorno» disse l'uomo. Una pausa. «Fa molto freddo fuori.»
«Sì, è vero» concordò la donna, mentre dava una rapida oc­chiata al visitatore. Il problema più evidente era che non aveva il cappotto né qualcosa che gli riparasse testa e mani.


«Immagino che lei sia Miss Junger» disse l'uomo, fissando il nome sulla targhetta.
«No, Miss Junger oggi non c'è: ha l'influenza. Per il momento la sostituisco io. Mi chiamo Dana Schroeder, sono la moglie del pastore. Cosa, possiamo fare per lei?»
C'era una sedia davanti alla scrivania e l'uomo la guardò speranzoso. «Posso?» domandò.

«Naturalmente» rispose Dana. L'uomo si sedette quasi con cautela, come se ogni movimento richiedesse un'attenta rifles­sione.

«C'è il reverendo?» domandò, guardando una grande porta chiusa sulla sinistra.
«Sì, ma è occupato. Cosa possiamo fare per lei?» Dana era minuta, con un bel seno sotto il maglione aderente. A causa della scrivania, l'uomo non poteva vedere nulla al di sotto della cintura. Le donne piccole di statura erano sempre state le sue preferite. Questa aveva un viso grazioso, grandi occhi azzurri e zigomi alti; nel complesso una bella ragazza, la perfetta mogliettina del pastore.

Era passato parecchio tempo dall'ultima volta che aveva toccato una donna.
«Ho bisogno di parlare con il reverendo Schroeder.» L'uomo congiunse le mani in un gesto di preghiera. «Ieri ero in chiesa, ho ascoltato il suo sermone e... be', mi serve un consiglio.»

«Mio marito è molto occupato, oggi» disse Dana con un sorriso. Bei denti.

«È che si tratta di una questione piuttosto urgente» insistette l'uomo.

Dana era sposata con Keith Schroeder da abbastanza tempo per sapere che nessuno era mai stato cacciato via dal suo ufficio, avesse o meno un appuntamento. Inoltre era un gelido lunedì mattina, e Keith non era poi così occupato. Qualche telefonata, un colloquio con una giovane coppia che stava battendo in ritirata davanti all'imminente matrimonio - incontro in corso proprio in quel momento - e poi le solite visite negli ospedali. Dana frugò tra i fogli sulla scrivania e trovò il questionario che stava cercando.

«Okay, adesso le chiederò qualche dato personale e poi vedremo cosa si può fare.»

Aveva già la penna in mano.

«Grazie» disse l'uomo, chinando leggermente la testa.


«Nome?»

«Travis Boyette.» L'uomo sillabò istintivamente il proprio cognome. «Data di nascita: 10 ottobre 1963. Luogo: Joplin, Missouri. Età: quarantaquattro anni. Single, divorziato, nessun figlio. Nessun indirizzo. Nessun lavoro. Nessuna prospettiva.»

Dana assorbì i dati mentre la penna cercava freneticamente gli spazi giusti da riempire. Le informazioni dell'uomo suscitavano molte più domande di quelle che prevedeva il suo elementare modulo. «A proposito dell'indirizzo...» disse, continuando a scrivere. «Dove abita attualmente?»

«Attualmente mi trovo sotto la responsabilità del dipartimento Amministrazione penitenziaria del Kansas. Mi hanno mandato in un centro di recupero in Seventeenth Street, a qualche isolato da qui. Sto per essere rilasciato, o "reinserito", come piace dire a loro. Qualche mese nel centro qui a Topeka e poi sarò un uomo libero, con niente in cui sperare se non la libertà vigilata per il resto della vita.»

La penna smise di scrivere, ma Dana continuò comunque a fissarla. Il suo interesse nel questionario era improvvisamente scemato. Esitava a chiedere altro. Tuttavia, avendo lei dato inizio all'interrogatorio, si sentiva obbligata a continuare. Cos'altro avrebbero potuto fare mentre aspettavano il reverendo?

«Le andrebbe del caffè?» domandò, sicura che quella fosse una domanda innocua.
Ci fu una pausa, troppo lunga, come se Boyette non riuscisse a decidersi. «Sì, grazie. Nero, con poco zucchero.»

Dana uscì in fretta dalla stanza. Boyette la guardò allontanarsi, osservandola attentamente nei particolari, notando il bel sedere rotondo sotto i pantaloni sportivi, le gambe affusolate, le spalle atletiche, perfino la coda di cavallo. Un metro e sessanta, forse sessantadue. Cinquanta chili al massimo.

Dana se la prese comoda, e quando rientrò trovò Travis Boy-ette esattamente dove l'aveva lasciato, ancora seduto come un monaco, la punta delle dita della mano destra che picchiettava­no la punta delle dita della sinistra, il bastone di legno scuro di traverso sulle cosce, gli occhi che fissavano il nulla sulla parete di fronte. La testa era calva, piccola, perfettamente rotonda e lu­cente. Un inquietante tatuaggio risa­liva strisciando lungo il lato sinistro del collo. Boyette prese la tazza e ringraziò. Dana riguadagnò la propria posizione, con la scrivania tra di loro.

«Lei è luterano?» domandò, impugnando di nuovo la penna.

«Ne dubito. In realtà non sono niente. Non ho mai sentito il bisogno di appartenere a una chiesa.»

«Però ieri era qui. Perché?»

Boyette teneva la tazza davanti al mento con tutte e due le mani, come un topo che rosicchia un boccone. Se la risposta a una semplice domanda sul caffè richiedeva dieci secondi, per quella sulla chiesa poteva forse servire un'ora. L'uomo bevve un sorso e si passò la lingua sulle labbra. «Quanto tempo pensa che ci vorrà prima di poter vedere il reverendo?» domandò alla fine.

"Non sarà mai abbastanza presto" pensò Dana, a quel punto ansiosa di passare il visitatore a suo marito. Guardò l'orologio appeso alla parete e rispose: «Solo pochi minuti, ormai».

«Sarebbe possibile restarcene seduti in silenzio, mentre aspet­tiamo?» domandò Boyette con grande educazione.


Dana assorbì il colpo, e decise rapidamente che il silenzio non era poi una cattiva idea. Ma la curiosità ebbe la meglio. «Certo. Solo un'ultima domanda.» Aveva lo sguardo abbassato sul questionario, come se il modulo esigesse un'ultima risposta. «Per quanto tempo è stato in prigione?»

«Metà della mia vita» rispose Boyette senza esitare, quasi fosse abituato a fornire quell'informazione cinque volte al giorno.

Dana scribacchiò qualcosa, poi rivolse l'attenzione alla tastiera del computer. Picchiettò sui tasti con gesti decisi e teatrali, come se all'improvviso avvertisse un'urgenza. L'e-mail che aveva inviato a Keith diceva: "Qui c'è un ex detenuto che vuole par­lare con te. Non se ne andrà finché non lo avrà fatto. Sembra abbastanza a posto. Offerto caffè. Sbrigati".

Cinque minuti più tardi, la porta dell'ufficio del reverendo si aprì. Una giovane donna sgusciò in fretta all'esterno. Si stava asciugando gli occhi. La seguiva il suo ex fidanzato, il quale riuscì a produrre contemporaneamente un'espressione seria e accigliata e un sorriso. Nessuno dei due rivolse la parola a Dana. Nessuno dei due notò Travis Boyette. Tutti e due scomparvero.


Quando la porta d'ingresso si richiuse sbattendo, Dana disse a Boyette: «Solo un minuto». Poi entrò in fretta nell'ufficio del marito per un rapido briefing.

fl reverendo Keith Schroeder aveva trentacinque anni, era felice­mente sposato con Dana da dieci ed era padre di tre ragazzini, nati a intervalli di venti mesi l'uno dall'altro. Era il pastore di St Mark da due anni; in precedenza c'era stata una chiesa a Kansas City. Anche suo padre era un pastore luterano, ora in pensione, e Keith non aveva mai sognato di essere qualcosa di diverso. Era cresciuto in una cittadina vicino a St Louis, aveva frequentato scuole non molto lontane da casa e, a parte una gita scolastica a New York e la luna di miele in Florida, non si era mai allontanato dal Midwest. Era per lo più ammirato dalla sua congregazione, anche se qualche problema c'era stato. Lo screzio più grave si era verificato l'inverno precedente quando, durante una bufera di neve, aveva aperto il seminterrato della chiesa per ospitare diversi senzatetto. Dopo che la neve si era sciolta, alcuni ospiti si erano dimostrati riluttanti ad andarsene. Il comune era intervenuto con una citazione per uso non consentito dei locali e il quotidiano della città aveva pubblicato un articolo piuttosto imbarazzante.

Il tema del suo sermone del giorno prima era stato il perdono: il potere infinito e grandioso di Dio di perdonare i nostri peccati, per quanto odiosi possano essere. I peccati di Travis Boyette erano atroci, incredibili, orrendi. I suoi crimini contro l'umanità lo avrebbero sicuramente condannato alla sofferenza eterna. A quel punto della sua miserabile vita, Boyette era convinto che non avrebbe mai potuto essere perdonato. Ma era curioso.

«Abbiamo avuto parecchia gente che veniva dal centro di reinserimento» stava dicendo Keith. «Vi ho addirittura celebrato delle funzioni.» Erano in un angolo del suo ufficio, lontani dalla scrivania, due nuovi amici che facevano una chiacchierata seduti sulle poltroncine di canapa semisfondate. Accanto a loro, finti ceppi ardevano in un finto caminetto.

«Il centro non è un brutto posto» disse Boyette. «Di sicuro migliore della prigione.» Era un uomo fragile, con la carnagione pallida di chi è rimasto confinato in luoghi privi di luce. Il ba­stone scuro era posato di traverso sulle ginocchia ossute, così vicine da toccarsi.



«Dov'è stato in prigione?» Keith aveva in mano una tazza di tè bollente.

«Qua e là. Gli ultimi sei anni a Lansing.»

«E per cosa è stato condannato?» domandò Keith, ansioso di scoprire di quali reati fosse colpevole in modo da sapere qualcosa di più di quell'uomo. Violenza? Droga?

Probabilmente. Oppure Travis poteva essere stato condannato per appropriazione in­debita o evasione fiscale. Di sicuro non sembrava tipo da fare del male a qualcuno.
«Un mucchio di brutte cose, reverendo. Non riesco a ricordarle tutte.» Boyette preferiva evitare il contatto visivo. Il tappeto sotto i piedi sembrava catturare tutta la sua attenzione. Keith bevve un sorso di tè, osservò bene il suo ospite e fu allora che notò il tic. Ogni pochi secondi la testa di Boyette si inclinava leggermente a sinistra. Era un movimento rapido, seguito da un più deciso scatto per riportare la testa in posizione eretta.

Dopo qualche minuto di totale silenzio, Keith domandò: «Di cosa volevi parlarmi, Travis?».

«Ho un tumore al cervello, reverendo. Maligno, mortale, praticamente incurabile. Se avessi un po' di soldi potrei cercare di combatterlo... radiazioni, chemio, la solita roba, il che forse mi darebbe dieci mesi, magari un anno. Ma è un glioblastoma, di quarto grado, e questo significa che sono un uomo morto. Sei mesi, un anno, non ha molta importanza. Tra un po' me ne sarò andato.» Come se avesse aspettato la battuta per l'entrata in scena, il tumore si presentò. Boyette fece una smorfia, si piegò in avanti e prese a massaggiarsi le tempie. Il respiro era affannato, faticoso, e tutto il corpo sembrava in preda al dolore.

«Mi dispiace molto» disse Keith, rendendosi pienamente conto di quanto la frase fosse inadeguata.

«Maledetti mal di testa» si lamentò Boyette, gli occhi ancora chiusi. Lottò contro il dolore per qualche minuto. Keith lo guar­dava impotente, mordendosi la lingua per impedirsi di dire qualcosa di stupido come: "Vuoi un Tylenol?". Poi la sofferenza si attenuò e Boyette sembrò rilassarsi. «Mi scusi.»

«Quando le è stato diagnosticato?» chiese il reverendo.

«Non lo so. Un mese fa. Il mal di testa è cominciato a Lansing, in estate. Può immaginare la qualità delle cure in quel posto: non ho avuto nessun aiuto. Dopo che mi hanno rilasciato e mandato qui, mi hanno portato al St Francis Hospital, dove mi hanno fatto tutti gli esami e le tac, e mi hanno trovato un bell'uovo in mezzo alla testa, proprio tra le orecchie, troppo in profondità per intervenire.» Fece un respiro profondo, buttò fuori l'aria e sorrise per la prima volta. Gli mancava un dente nell'arcata superiore, a sinistra, e il buco era vistoso. Keith sospettò che in prigione le cure odontoiatriche lasciassero un po' a desiderare.

«Immagino che lei abbia già incontrato gente come me» riprese Boyette. «Gente vicina alla morte.»

«Ogni tanto. Fa parte del mestiere.»

«E immagino che queste persone tendano a prendere parec­chio sul serio Dio, il paradiso, l'inferno e tutta quella roba lì.»

«Proprio così. È la natura umana. Quando dobbiamo con­frontarci con la nostra mortalità, pensiamo all'aldilà. E cosa mi dici di te, Travis? Tu credi in Dio?»

«Certi giorni sì e certi altri no. Ma, anche quando ci credo, sono comunque abbastanza scettico. Per lei è semplice credere in Dio, ha avuto una vita facile. La mia storia è molto diversa.»

«Ti va di raccontarmela?»

«Non proprio.»

«Allora perché sei qui, Travis?»

Il tic. Quando la testa fu di nuovo ferma, gli occhi di Boyette si guardarono intorno nella stanza e poi si fermarono su quelli del pastore. I due si fissarono a lungo, entrambi senza sbattere le palpebre. Poi Boyette disse: «Reverendo, io ho fatto delle brutte cose. Ho fatto del male a persone innocenti. Non sono sicuro di volermi portare tutto nella tomba».
"Adesso finalmente arriviamo da qualche parte" pensò Keith. Il peso del peccato non confessato. La vergogna di una colpa sepolta. «Parlarmi di quelle brutte cose ti sarebbe d'aiuto. E il punto migliore da cui partire è la confessione.»

«Sarebbe confidenziale?»

«In linea di massima sì, ma ci sono delle eccezioni.»

«Quali eccezioni?»

«Se tu ti confidi con me e io mi convinco che costituisci un pericolo per te stesso o per altri, il vincolo di segretezza non vale. Posso fare i passi che ritengo necessari per proteggere te o l'altra persona. In altre parole, posso chiedere aiuto.»

«Sembra complicato.»

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Ritroviamo in questo nuovo lavoro di Mankell, il commissario Kurt Wallander protagonista della serie di libri che lo scrittore ha dedicat...

Ritroviamo in questo nuovo lavoro di Mankell, il commissario Kurt Wallander protagonista della serie di libri che lo scrittore ha dedicato al romanzo giallo.

Un po’ di anni sono passati dall’ultima volta che l’abbiamo incontrato, come sempre impegnato nel suo lavoro presso la polizia di Ystad, lavoro al quale dedica praticamente tutto se stesso con grande competenza, serietà e ostinazione.

Ha compiuto ormai sessant'anni e da cinque si è trasferito dall’appartamento di Mariagatan in una casetta nel verde fuori città. Un sogno che da tempo coltivava insieme a quello di avere un cane, che si procura subito dopo l’acquisto della nuova abitazione. Un cucciolo di labrador nero che chiama Jussi e che faticherà non poco ad addestrare.

Ma le novità non finiscono qui: sua figlia Linda lavora insieme a lui, al distretto di polizia di Ystad. Ha subito dimostrato di possedere tutte le doti necessarie per diventare l’erede ideale del padre e di ciò Wallander è particolarmente orgoglioso.

Ed è anche orgoglioso nel giorno in cui Linda lo renderà nonno, dando alla luce una bella bambina. Da qualche tempo la figlia vive con Hans von Enke che lavora per una società finanziaria di hedge funds. Wallander, anche in questo caso, come probabilmente ogni padre del mondo, ha qualche riserva sul giovane - ricco e nobile -, che riesce in parte a superare solo contagiato dall’entusiasmo e dalla sicurezza di Linda. Anche i futuri consuoceri concorrono con la loro semplicità e simpatia a tranquillizzarlo: Hankan von Enke è un ex Capitano di Corvetta.



Ha avuto nella sua vita incarichi delicati ed importanti ed ha comandato cacciatorpedinieri e sottomarini. La moglie Louise ha insegnato lingue. Sarà del tutto soddisfatto quando Linda gli riferirà in che modo i coniugi Enke si sono espressi nei suoi confronti: “Tuo padre è un gran bell’acquisto per la famiglia.” Le cose, dunque, sembrano aver preso la strada giusta, anche se Wallander non è un uomo semplice, vive sempre come inseguito da una serie di interrogativi sulla sua vita, sia passata che futura, ai quali non riesce a dare risposte.

Deve combattere ormai da dieci anni contro una forma di diabete che l’ha costretto a un drastico cambiamento di vita. Ma non sono bastati il moto, i nuovi regimi alimentari ed i farmaci; ora deve assumere giornalmente insulina.

Nonostante ciò continua con l’impegno di sempre a lavorare. Il caso di cui si sta occupando è la brutale aggressione nei confronti di due anziani: un vecchio commerciante di armi e sua moglie. Ed è durante questa indagine che succede un fatto imprevisto: durante una solitaria cena in un ristorante cittadino Wallander, visibilmente ubriaco, dimentica la pistola nel locale.

Si apre un’inchiesta a suo carico durante la quale il commissario è costretto a confessare di non ricordare di avere portato con sé l’arma nè dove abbia potuto perderla. Viene ovviamente sospeso dal suo lavoro fino alla chiusura dell’inchiesta, ma nel frattempo un altro grave fatto si aggiunge alla già non facile situazione: il capitano Hankan von Enke, padre di Hans suo genero, scompare.

Da qui si snoda la vicenda che Henning Mankell conduce con grande maestria. I colpi di scena dell'intreccio si legano alla capacità dell’autore di non perdere mai di vista la vita, i sentimenti, gli affetti e i problemi dei suoi protagonisti. Non mancano anche le considerazioni e le sottolineature sulla situazione della società e sulla politica svedese.

Mankell non si limita a raccontare una storia gialla ma costruisce un vero e proprio grande romanzo. Da leggere con calma, soprattutto perché questo pare sia l’ultimo libro che l’autore intende dedicare al suo protagonista più amato.







La storia inizia con un accesso d'ira. Fino a poco prima, nel Palazzo del governo svedese dove si verificò l'episodio, regnava la tranquillità del mattino.


La causa fu un rapporto che era stato consegnato la sera precedene e che il primo ministro, seduto al suo tavolo da lavoro scuro stava ora leggendo.

Era i uno dei primi giorni di primavera del 1983, a Stoccolma una indefinibile foschia umida era sospesa sulla città e sugli alberi che non avevano ancora iniziato a germogliare. La sua competenza in fatto di tempo era dovuta a un pas­satempo che coltivava al di fuori del lavoro.

Leander era ce­libe, viveva in un appartamento non troppo grande a Kungs-holmen ed era lì che si teneva in contatto con una rete mon­diale di entusiasti amici radioamatori.


Da tempo aveva impa­rato a memoria i diversi codici nel tipico gergo degli acroni-mi usati dai radioamatori.

Non solo che Qrt significava "Tra­smissione interrotta" o che Aurora si riferiva a interferenze nella trasmissione e ricezione dovute ad aurore boreali ad al­ta frequenza.


Quasi ogni sera, si sedeva con le cuffie sulle orecchie e trasmetteva i suoi Qrz: «Vi chiama...», a cui face­va seguito il suo nome.

Una leggenda raccontava che una volta, molto tempo addietro, il primo ministro dell'epoca, per qualche motivo, voleva informarsi sul tempo nei mesi di ottobre e novembre alla Pitcairn Island, la lontana isola dell'Oceano Pacifico dove i marinai del Bounty che si erano ammutinati contro il capitano Bligh avevano bruciato la na­ve sequestrata e dove erano rimasti per sempre.


Il giorno se­guente, Leander aveva fornito al primo ministro le previsioni meteorologiche richieste, senza fare domande. Era, come si è già detto, un uomo molto discreto.


Quando passava camminando lentamente nei corridoi, le malelingue bisbigliavano che nessuno al ministero degli Esteri poteva misurarsi con lui quando si trattava di contatti internazionali.


Ma neppure Àke Leander avrebbe potuto prevedere l'ac­cesso d'ira che stava per infrangere l'atmosfera tranquilla di quel mattino.

Il primo ministro finì di leggere l'ultima pagina, si alzò e andò alla finestra. Fuori i gabbiani volteggiavano nell'aria.

Allora erano venute alla luce delle prove. Ma che fine ave­vano fatto?
Nessuno sa quello che il ministro della Difesa dell'epoca disse in difesa propria e della commissione d'inchiesta.


Non scrisse alcun rapporto e Olof Palme, che fu assassinato alcu­ni anni più tardi, non lasciò alcun commento scritto al ri­guardo.

Neanche Àke Leander fece commenti, né a voce né per iscritto, sull'accesso d'ira nell'ufficio del primo ministro. La­sciò il suo posto di lavoro nella primavera del 1989 e si ritirò nel suo appartamento per comunicare con i suoi amici via radio.

Fu ringraziato calorosamente dal primo ministro di al­lora e, quando morì in silenzio nell'autunno del 1998, nessu­no ebbe mai la sensazione che si aggirasse come un fantasma del Palazzo del governo


L'episodio si svolse con tale le che nessuna delle persone che in quel momento io nelle vicinanze ci fece caso. L'uomo arrestato si i Wennerstròm, era un colonnello dell'aeronautica

Una spia al soldo dell'Unione Sovietica. lento del suo arresto, Tage Erlander, il primo mi­se dell'epoca, stava rientrando da una delle rare i ferie all'estero, trascorsa in uno dei villaggi Reso ale.

Quando era sceso, subito circondato dai i solo era del tutto impreparato ma anche qua-ite all'oscuro del caso. Non sapeva nulla del-a proposito del colonnello Wennerstròm.


I sospetti erano turbinati nella sua mente come vecchia polvere quando il ministro della Difesa conferiva personalmente con lui, di tanto in tanto.

Ma nulla di serio, niente che meritasse particolare attenzione. Vi erano sempre sospetti di spie sovietiche che si muovevano fra le acque tor­bide della guerra fredda. La risposta di Erlander fu quindi quella che fu.

L'uomo che era stato ininterrottamente per di­ciassette anni il primo ministro svedese ci rimediò una peno­sa figura da idiota, senza sapere cosa rispondere, in quanto né il ministro della Difesa Andersson né alcun'altra persona coinvolta nel caso l'avevano informato di quanto stava suc­cedendo.


Durante il volo di un'ora da Copenaghen a Stoc­colma, avrebbe avuto il tempo di essere sufficientemente ag­giornato su quella faccenda scabrosa e di prepararsi prima di incontrare l'orda di giornalisti eccitati.

Ma nessuno gli era andato incontro a Kastrup, l'aeroporto della capitale danese, per accompagnarlo in Svezia.


Anche se non fu mai di dominio pubblico, durante i giorni che seguirono, Erlander fu molto vicino a dare le dimisioni da primo ministro e da capo del partito socialdemocrata.


Mai prima di allora era stato così deluso dai suoi colleghi di governo. Naturalmente, anche Olof Palme, che già allora era il favorito a succedergli, condivideva lealmente la negligenza all'origine dell'umiliazione.




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Secondo di cinque fratelli, Grisham è nato nel 1955 a Jonesboro, Arkansas, in una modesta famiglia del sud. Suo padre ha lavorato come opera...

Secondo di cinque fratelli, Grisham è nato nel 1955 a Jonesboro, Arkansas, in una modesta famiglia del sud. Suo padre ha lavorato come operaio edile e coltivatore del cotone. Dopo essersi spostati spesso, la famiglia si è trasferita nel 1967 nella piccola città di Southaven, Mississippi.

Consigliato dalla madre, il giovane Grisham divenne un avido lettore, influenzato particolarmente dal lavoro di John Steinbeck di cui ammirava la chiarezza.

Mentre studiava alla Mississippi State University, Grisham cominciò a tenere un diario, una pratica che successivamente lo ha aiutato nelle sue attività creative. Dopo aver conseguito la laurea in legge nel 1981, ha esercitato la professione di avvocato nella piccola città Southaven per quasi un decennio.

Nel 1983 venne eletto per i Democratici alla Camera dei Rappresentanti del Mississippi, dove resterà fino al 1990 pur continuando la sua professione di avvocato. Nel suo tempo libero, e come hobby, Grisham cominciò a lavorare al suo primo romanzo, nel quale esplorava cosa sarebbe accaduto se il padre di una ragazza stuprata avesse assassinato i suoi aggressori. Nel 1987, dopo tre anni di lavoro, la sua opera prima, A Time to Kill (Il momento di uccidere), venne completata. Inizialmente rifiutata da diversi editori, venne infine accettata dalla Wynwood Press, che lo pubblicò nel giugno 1988 con una tiratura di sole 5.000 copie.

Appena finito di scrivere Il momento di uccidere, Grisham iniziò subito un nuovo romanzo. Il socio fu il settimo romanzo più venduto del 1991. La rivista statunitense Publishers Weekly dichiarò Grisham: "Lo scrittore maggiormente venduto degli anni novanta", con un totale di 60.742.289 copie.

I suoi romanzi sono definiti legal thriller, riprendono molto dalla sua esperienza di avvocato e sono stati oggetto di numerose versioni cinematografiche.

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Bibliografia.

* 1989 - Il momento di uccidere (A Time to Kill).
* 1991 - Il socio (The Firm).
* 1992 - Il rapporto Pelican (The Pelican Brief).
* 1993 - Il cliente (The Client).
* 1994 - L'appello (The Chamber).
* 1995 - L'uomo della pioggia (The Rainmaker).
* 1996 - La giuria (The Runaway Jury).
* 1997 - Il partner (The Partner).
* 1998 - L'avvocato di strada (The Street Lawyer).
* 1999 - Il testamento (The Testament).
* 2000 - I confratelli (The Brethren).
* 2001 - La casa dipinta (A Painted House).
* 2001 - Fuga dal Natale (Skipping Christmas).
* 2002 - La convocazione (The Summons).
* 2003 - Il re dei torti (The King of Torts).
* 2003 - L'allenatore (Bleachers).
* 2004 - L'ultimo giurato (The Last Juror).
* 2005 - Il broker (The Broker).
* 2006 - Innocente. Una storia vera (The Innocent Man).
* 2007 - Il professionista (Playing for Pizza).
* 2008 - Ultima sentenza (The appeal)
* 2006 - Innocente. Una storia vera (The Innocent Man)
* 2009 - Il Ricatto (The Associate).
* 2010 -Ritorno a Ford County (Ford County).
* 2010 - Io Confesso (The Confession)


Trasposizioni cinematografiche.

* Il socio (The Firm, 1993), regia di Sydney Pollack
* Il rapporto Pelican (The Pelican Brief, 1993), regia di Alan J. Pakula
* Il cliente (The Client, 1994), regia di Joel Schumacher
* Il momento di uccidere (A Time to Kill, 1996), regia di Joel Schumacher
* L'ultimo appello (The Chamber, 1996), regia di James Foley
* L'uomo della pioggia (The Rainmaker, 1997), regia di Francis Ford Coppola
* Conflitto di interessi (The Gingerbread Man, 1998)
* The Street Lawyer (2003) - film TV
* A Painted House (2003) - film TV
* La giuria (Runaway Jury, 2003), regia di Gary Fleder
* Mickey (2004)
* Fuga dal Natale (Christmas with the Kranks, 2004), regia di Joe Roth



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Una giapponese fa tremare (di paura) Jack Nicholson e Anthony Hopkins. Se a provocarvi incubi cinematografi­ci sono Jack Terrance, l'a...

Una giapponese fa tremare (di paura) Jack Nicholson e Anthony Hopkins.

Se a provocarvi incubi cinematografi­ci sono Jack Terrance, l'allucinato scrittore di Shining interpretato da Jack Nicholson o il geli­do psicanalista canniba­le di II silenzio degli inno­centi portato sullo scher­mo da Anthony Hop­kins, tremate: i critici del Times, che hanno re­datto una classifica dei «10 film più psicopatici» del cinema, relegano questi personaggi «so­lo» al secondo e al terzo posto.

Di peggio c'è Asami Yamazaki, la sadica protagonista di Auditìon, don­na bellissima, interpretata dall'ex modella Eihi Shiina, amata dagli appassionati dell'hor­ror nipponico.

La classifica prose­gue con lo yuppie Christian Bale), protagonista di American Psycho. Seguono l'ossessiva Glenn Close (Attrazione fatale} e la fanatica Kathy Bates, armata di martello, di Misery non deve morire. Ultimo, Robert Garlyle in Trainspotting. Vio­lento, ma un po' troppo buono.

1. Eihi Shiina
Audition
2. Jack Nicholson
Shinning


3. Anthony Hopkins
Il silenzio degli innocenti

4. Christian Bale
American Psicho


5. Glenn Glose
Attrazione fatale


6. Robert Mitchum
Cape Fear (Il Promontorio della Paura)





7. Kathy Bates

Misery non deve morire

8. Joe Pesci
Quei bravi ragazzi

9. Bette Davis
Che fine ha fatto Baby JaNE?


10. Robert Carlyle
Trainspotting






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È il 1327. Il giorno di Ognissanti, quattro bambini si allontanano di nascosto dal priorato di Kingsbridge mentre sono in corso i festeggiam...

È il 1327. Il giorno di Ognissanti, quattro bambini si allontanano di nascosto dal priorato di Kingsbridge mentre sono in corso i festeggiamenti. Il gruppo, composto da un piccolo genio, un bulletto, una ladruncola e una ragazzina dalle grandi ambizioni, assiste per caso nella foresta all'uccisione di due uomini.

Da allora le vite di questi ragazzi saranno indissolubilmente legate tra loro e, una volta adulti, conosceranno amore, avidità, ambizione e vendetta. Vivranno momenti di prosperità e carestia, malattia e guerra. Dovranno fronteggiare la più terribile epidemia di tutti i tempi: la peste.

Uno di loro viaggerà per il mondo per poi tornare a casa, un altro diventerà un nobiluomo potente e corrotto, una ragazza inseguirà l'amore impossibile e un'altra sfiderà il potere della Chiesa.

Ma su ciascuno resterà l'ombra di quell'inspiegabile omicidio di cui sono stati testimoni in quel fatidico giorno della loro infanzia.

Da quasi vent'anni il romanzo I Pilastri della terra continua ad appassionare milioni di lettori nel mondo, con un successo senza precedenti.

Oggi Ken Follett ritorna al Medioevo ambientando Mondo senni fine due secoli dopo la costruzione della cattedrale gotica di Kingsbridge, sullo sfondo di un lento ma inesorabile mutamento - che rivoluzionerà le arti quanto le scienze - in cui ci si lascia alle spalle il buio e si cominciano a intravedere i primi bagliori di una nuova epoca. Mondo senza fine segna il grandioso ritorno di uno dei maestri della narrativa del nostro tempo.


Gwenda aveva otto anni, ma il buio non le faceva paura.
Quando aprì gli occhi non vide nulla, però non fu questo a spaventarla. Sapeva di trovarsi al priorato di Kingsbridge, nel lungo edificio di pietra chiamato ospitale, stesa a terra su un giaciglio di paglia. Accanto a lei era sdraiata la ma­dre; dal tiepido profumo, Gwenda comprese che stava allat­tando il piccolo, ancora senza nome. Vicino alla mamma c'erano il papà e poi il fratello maggiore Philemon, di dodi­ci anni.

L'ospitale era affollato, e benché la bambina non riuscisse a vedere le altre famiglie coricate sul pavimento, stipate co­me pecore in un recinto, percepiva l'odore acre dei loro corpi caldi. All'alba sarebbe stato Ognissanti, che quell'anno cade­va di domenica e quindi era un giorno particolarmente be­nedetto. La sera che lo precedeva, la vigilia, era un momento pericoloso in cui gli spiriti maligni circolavano liberamente. Al pari della famiglia di Gwenda, centinaia di persone erano accorse a Kingsbridge dai villaggi vicini per trascorrere la fé sta entro i confini consacrati del priorato e assistere all'alba ni servizio religioso.

Come tutte le persone di buonsenso, Gwenda temeva gli spiriti maligni, ma ancor più la terrorizzava quel che avreb­be dovuto fare durante la funzione.

Scrutò nell'oscurità cercando di non pensarci. Sapeva che nella parete di fronte a lei c'era una finestra ad arco priva di Vetri - solo gli edifici più importanti avevano vetri alle finestre -, con appena una tenda di lino a riparare dalla fredda aria autunnale. Tuttavia non scorse alcun bagliore grigia­stro nel punto in cui doveva trovarsi l'apertura, e se ne ral­legrò. Sperava che il mattino tardasse ancora.
Non c'era nulla da vedere, ma molto da ascoltare.

La pa­glia che copriva il pavimento frusciava in continuazione, ogni volta che la gente si agitava o cambiava posizione men­tre dormiva. Un bimbo si mise a piangere, forse svegliato da un brutto sogno, e fu subito tranquillizzato da un affettuoso bisbiglio. Di tanto in tanto qualcuno farfugliava una mezza parola nel sonno. Da qualche parte arrivarono i rumori di due persone che stavano facendo le cose che tutti i genitori facevano ma di cui non parlavano mai, quello che Gwenda chiamava "grugnire", perché non sapeva come definirlo al­trimenti.


Molto presto scorse una luce. Dalla porta a est del lungo stanzone, dietro l'altare, entrò un monaco con una candela in mano; l'accostò a un accenditoio posto lì accanto e con quello fece ardere le lampade alle pareti. Ogni volta la sua lunga ombra si proiettava sul muro come un riflesso, men­tre l'accenditoio incrociava la propria sullo stoppino del lume.

La luce crescente illuminò le file di corpi indistinti raggo­mitolati a terra, avvolti in mantelli di lana grezza o addos­sati ai vicini in cerca di calore. I malati occupavano i paglie­ricci accanto all'altare per trarre il massimo beneficio dalla sacralità del luogo. Sul lato opposto, una scala conduceva al piano superiore, dove erano alloggiati i nobili in visita: in quella occasione, il conte di Shiring con alcuni, membri della sua famiglia.

Il monaco si sporse verso Gwenda per accendere il lume sopra la sua testa e sorrise nell'incrociarne lo sguardo. Lei ne studiò il viso alla tremula luce e riconobbe in lui frate Godwyn. Era giovane e bello, e la notte precedente aveva rivolto a Philemon parole gentili.

Vicino a Gwenda c'era un'altra famiglia del suo villaggio: Samuel, un prospero contadino con un vasto podere, la mo­glie e i due figli, il più piccolo dei quali, Wulfric, era un bambino pestifero di sei anni, convinto che lanciare ghian­de alle femmine e poi darsela a gambe fosse la cosa più di­vertente del mondo.

La famiglia di Gwenda non era ricca. Il padre non posse­deva terre e faceva il bracciante per chiunque fosse disposto a pagarlo. Il lavoro non mancava mai durante l'estate, ma dopo il raccolto, quando cominciavano i primi freddi, spes­so pativano la fame.

Per questo lei era costretta a rubare.

Immaginò di essere sorpresa in flagrante: una mano forte l'afferrava in una morsa, mentre lei si dibatteva disperata­mente; una voce profonda e crudele diceva: "Bene, bene, ec­co una ladruncola"; il dolore e l'umiliazione delle frustate, e poi la cosa peggiore, la straziante sofferenza di vedersi moz­zare la mano.

Suo padre aveva già subito quella punizione: il braccio si­nistro terminava in un orrendo moncherino rattrappito. Se la cavava bene con una mano sola, riusciva a maneggiare la pa­la, a sellare un cavallo e perfino a costruire una rete per cattu­rare gli uccelli, e tuttavia era sempre l'ultimo bracciante a ve­nire ingaggiato in primavera e il primo a essere lasciato a casa in autunno. Non poteva cercare lavoro fuori del villag­gio, perché l'amputazione lo marchiava come ladro e quindi nessuno era disposto ad assumerlo. Negli spostamenti, co­priva il moncherino con un guanto imbottito per non essere scansato da ogni estraneo che incontrava, ma l'espediente non ingannava a lungo le persone.

Gwenda non aveva assistito alla punizione del padre, su­bita prima che lei nascesse, ma se l'era spesso immaginata, e in quel momento non riusciva a smettere di pensare che la stessa cosa sarebbe accaduta a lei. Nella mente vedeva la la­ma della scure abbattersi sul suo polso, tranciando pelle e ossa fino a recidere per sempre la mano dal braccio. Dovette serrare i denti per impedirsi di gridare a squarciagola.

I pellegrini cominciavano ad alzarsi; si stiravano, sbadi­gliavano, si stropicciavano gli occhi. Gwenda si mise in pie­di e si rassettò i vestiti. Aveva ereditato tutti gli indumenti dal fratello maggiore: sopra una camiciola di lana lunga fi-
no alle ginocchia portava una tunica fermata in vita da un cordone di canapa; i calzari, un tempo allacciati, avevano gli occhielli ormai laceri e le stringhe si erano consumate, per cui li legava con paglia intrecciata. Infilò i capelli in un berretto di code di scoiattolo e fu pronta.

Incrociò lo sguardo del padre, che le indicò furtivamente una famiglia: una coppia di mezza età con due figli poco più grandi di lei. L'uomo, basso e magro, aveva la barba rossa e ricciuta. Stava affibbiandosi la spada, il che lo identificava come armigero o cavaliere: alla gente comune, infatti, non era concesso portare la spada. La moglie era una donna esile e accigliata, dai modi bruschi.

Mentre Gwenda li studiava, frate Godwyn li salutò ri­spettosamente con un cenno del capo. «Buongiorno, sir Ge­rald, lady Maud.»

Gwenda vide che cosa aveva attirato l'attenzione del ge­nitore: la borsa che sir Gerald teneva appesa alla cintola con una cinghietta di cuoio. Una borsa rigonfia che poteva con­tenere parecchie centinaia di sottili penny d'argento e mo­netine da mezzo e da un quarto di penny, i soldi che circola­vano in Inghilterra: una quantità di denaro che suo padre avrebbe guadagnato in un anno, se fosse riuscito a trovare lavoro, sufficiente per sfamare tutta la famiglia fino all'ara­tura di primavera. Forse quella borsa conteneva addirittura monete d'oro straniere, fiorini fiorentini o ducati veneziani.

Gwenda portava al collo un piccolo coltello in un fodero di legno. Grazie alla lama affilata avrebbe potuto tagliare con un colpo deciso la cinghietta e far cadere la borsa nella sua mano, a meno che sir Gerald, avvertendo qualcosa di strano, non l'avesse bloccata prima...

Godwyn alzò la voce per sovrastare il brusio. «Per amore di Cristo, che ci insegna la carità, la colazione sarà servita dopo la messa di Ognissanti» disse. «Per intanto, è possibile dissetarsi all'acqua pura della fontana nel cortile. Ricordate, prego, di usare le latrine esterne: non si orina qui dentro!»

Frati e suore erano rigorosi in fatto di pulizia. La sera pre­cedente, Godwyn aveva sorpreso un bambino di sei anni mentre faceva pipì in un angolo e lo aveva buttato fuori con tutta la famiglia. Senza un penny per pagarsi la taverna, sa­rebbero stati costretti a passare la fredda notte di ottobre sul pavimento di pietra del portico nord della cattedrale. An­che gli animali erano banditi. Hop, il cane a tre zampe di Gwenda, era stato scacciato. La bambina si chiese dove a-vesse trascorso la notte.
Quando tutti i lumi furono accesi, Godwyn aprì il massic­cio portone di legno. Gwenda sentì l'aria pungente della notte sulle orecchie e sulla punta del naso. Gli ospiti si strin­sero nei mantelli e cominciarono a defluire. Quando sir Ge­rald e i familiari si incamminarono, il papà e la mamma si misero in fila dietro di loro, seguiti da Gwenda e Philemon.

Fino ad allora era stato Philemon a rubare, ma il giorno prima, al mercato di Kingsbridge, aveva rischiato di essere acciuffato. Si era lasciato sfuggire di mano un vasetto di co­stoso olio che aveva arraffato dal chiosco di un mercante ita­liano; per fortuna non si era rotto nel cadere, però tutti aveva­no visto. Il ragazzino se l'era cavata sostenendo di averlo accidentalmente urtato sul banco.
Philemon, fino a poco tempo prima basso e poco appari­scente come Gwenda, nel corso dell'ultimo anno era cresciu­to parecchio, la voce si era fatta profonda e lui si muoveva in modo goffo e maldestro, come se non riuscisse ad abituarsi alle nuove dimensioni del suo corpo. La sera precedente, do­po l'incidente del vasetto d'olio, il papà aveva dichiarato che Philemon era ormai troppo grande per rubare cose di valore, e quindi da quel momento sarebbe stato compito di Gwenda farlo.
Era per questo che lei aveva dormito così male, quella notte.

Il vero nome di Philemon era Holger. All'età di dieci anni aveva deciso di farsi frate, per cui aveva annunciato a tutti che da quel momento si sarebbe chiamato Philemon, un no­me molto più adatto a un religioso. Stranamente la maggior parte delle persone si era mostrata condiscendente verso quel suo desiderio, mentre i genitori avevano continuato a chiamarlo Holger.

Oltre la porta si profilarono due file di monache tremanti che reggevano torce accese per illuminare la strada che dal­l'ospitale conduceva al grande portale ovest della cattedrale di Kingsbridge. Le ombre vacillavano intorno alle torce, co­me se gli spiriti e i demoni della notte danzassero lì vicino, tenuti a distanza solo dalla santità delle monache.

Gwenda si aspettava di vedere Hop appena fuori, invece il cagnolino non c'era. Forse aveva trovato un posto al caldo dove passare la notte. Mentre avanzavano verso la chiesa, il papà fece in modo di stare alle calcagna di sir Gerald. Qual­cuno, da dietro, le tirò con forza i capelli e Gwenda gridò, te­mendo che si trattasse di uno spirito maligno, ma voltandosi vide Wulfric, che con una risata schizzò indietro per sfuggi­re alle sue mani.

«Stai bravo!» lo rimbrottò il padre, allungandogli uno scappellotto, e il bambino scoppiò a piangere.

L'immensa chiesa era una forma indistinta che torreggiava sulla folla accalcata. Soltanto le parti inferiori erano chiara­mente visibili, archi e montanti delineati dalla tremula luce arancione e rossa delle torce. La processione rallentò nell'av-vicinarsi all'ingresso della cattedrale. Gwenda vide arrivare dalla direzione opposta una fiumana di gente proveniente dalla città. Erano centinaia, pensò, se non migliaia, anche se non aveva un'idea precisa di quante persone ci volessero per fare un migliaio, perché non sapeva contare fino a mille.

La folla attraversò lentamente il vestibolo. La luce inquie­ta delle torce cadeva sulle figure scolpite lungo i muri, fa­cendole danzare all'impazzata. Al livello inferiore vi erano demoni e mostri. Gwenda guardò con apprensione draghi e grifi, un orso dalla testa di uomo, un cane con due corpi e un solo muso. Alcuni demoni lottavano con esseri umani: un diavolo metteva un cappio al collo di un uomo, un mo­stro dai tratti di volpe trascinava una donna per i capelli, un'aquila con le mani artigliava un uomo nudo. Al di sopra di queste scene, una fila di santi rappresentati al riparo di un baldacchino e poi, ancora più in alto, gli apostoli assisi in trono; infine, nell'arco sovrastante il portale principale, san Pietro con la chiave e san Paolo con una pergamena al­zavano lo sguardo adorante su Gesù Cristo.

Gwenda sapeva che Gesù le diceva di non peccare se non voleva subire il tormento dei diavoli, ma gli esseri umani la terrorizzavano ben di più. Se non fosse riuscita a rubare la borsa di sir Gerald, avrebbe assaggiato la frusta del padre e, quel che era peggio, alla famiglia non sarebbe restato che nutrirsi di zuppa di ghiande. Lei e Philemon avrebbero pa­tito la fame per intere settimane, la mamma avrebbe perso il latte e il piccolo sarebbe morto come gli ultimi due fratelli­ni. Il papà sarebbe scomparso per giorni, senza altro da mettere in pentola al suo ritorno che uno scarno airone o un paio di scoiattoli. La fame era ancora peggio delle frustate: faceva soffrire più a lungo.

Fin da piccola le era stato insegnato a rubacchiare: una mela da un banco, un uovo appena deposto dalla gallina di un vicino, un coltello distrattamente lasciato cadere a terra da un ubriaco in una taverna. Ma col denaro era tutt'altra cosa. Se fosse stata sorpresa a rubare a sir Gerald, non sa­rebbe servito a nulla scoppiare in lacrime e sperare di essere trattata da piccola monella, come una volta le era riuscito dopo avere sottratto un paio di calzari di cuoio buono a una suora dal cuore tenero. Tagliare il legaccio della borsa di un cavaliere era non un peccatuccio da bambini, ma un vero e proprio reato da adulti, e lei sarebbe stata trattata di conse­guenza.

Si sforzò di non pensarci. Era piccola, agile e svelta, e a-vrebbe preso la borsa senza farsene accorgere, come un fan­tasma; a patto che fosse riuscita a non tremare.

La grande chiesa era già gremita. Nelle navate laterali mo­naci incappucciati reggevano torce che proiettavano balugi-nii rossastri. Gli imponenti pilastri si innalzavano verso l'o­scurità. Gwenda si tenne vicina a sir Gerald mentre la folla si accalcava verso l'altare. Il cavaliere dalla barba rossa e la mo­glie smilza non si accorsero di lei, e i due figli non le dedica­rono più attenzione di quanta ne dedicassero ai muri di pie­tra della cattedrale. Gwenda perse di vista i familiari, rimasti indietro.

La navata centrale si riempì in fretta. La ragazzina non aveva mai visto tanta gente tutta insieme: più che in un giorno di mercato sul prato della cattedrale. Le persone si salutavano, felici di trovarsi in quel luogo sacro al riparo dagli spiriti maligni, e il suono di tutte le conversazioni crebbe fino a diventare una specie di sordo boato.

Al rintocco della campana, scese il silenzio.

Sir Gerald era accanto a una famiglia di cittadini. Indossa­vano tutti mantelli di tessuto fine, quindi probabilmente era­no ricchi mercanti di lana. Vicino al cavaliere c'era una bam­bina sui dieci anni. Gwenda si mise alle loro spalle. Cercò di passare inosservata ma, con suo grande sgomento, la bambi­na si voltò per rivolgerle un sorriso rassicurante, come a dir­le di non avere paura.

I frati che circondavano la folla spensero le torce a una a una, finché la grande chiesa fu immersa nella più completa oscurità.

Gwenda si chiese se la bambina ricca si sarebbe ricordata di lei in seguito. Non le aveva soltanto lanciato un'occhiata distratta per poi ignorarla, come in genere facevano tutti. L'aveva notata, forse avvertendo il suo timore, e per quello le aveva sorriso con aria amichevole. Ma nella cattedrale c'e­rano centinaia di bambini. Nella luce fioca, non poteva es­sersi fatta un'impressione molto chiara di lei, cercò di rassi­curarsi Gwenda.

Invisibile al buio, mosse un passo avanti per insinuarsi con cautela tra le due figure. Sentì la morbida lana del mantello della bambina da un lato e il tessuto più ruvido della vecchia sopravveste del cavaliere dall'altro. Era l'occasione giusta per puntare alla borsa.

Introdusse la mano nella scollatura della tunica e sfilò dal fodero il piccolo coltello.
II silenzio fu interrotto da un urlo raccapricciante. Gwenda se lo aspettava, la mamma le aveva spiegato che cosa sarebbe accaduto durante la funzione, eppure ne fu sconvolta. Sem­brava il grido di una persona sotto tortura.

Seguì un suono stridulo e ripetuto, come se qualcuno bat­tesse su un piatto metallico. Poi altri rumori: pianti, risate folli, un corno da caccia, un crepitio, versi di animali, una campana fessa. Nella congregazione, un bambino scoppiò a
piangere, imitato ben presto da altri. Alcuni adulti ridevano nervosamente: tutti sapevano che quei rumori erano prodot­ti dai monaci, e tuttavia la cacofonia risultava agghiacciante.

Non era il momento di prendere la borsa, pensò Gwenda spaventata. Tutti erano vigili, tesi. Il cavaliere avrebbe perce­pito anche il minimo sfioramento.
Il rumore diabolico si intensificò finché non si inserì un nuovo suono: una musica. Sul principio era così impercetti­bile che Gwenda pensò di averla immaginata, poi pian pia­no prese vigore. Le suore intonarono un canto. Gwenda sentì il corpo entrare in tensione. Il momento era ormai vici­no. Muovendosi come un fantasma, leggera come l'aria, si voltò indietro verso sir Gerald.

Sapeva esattamente che cosa indossava il cavaliere: una veste di lana pesante fermata in vita da un'ampia cintura borchiata. La borsa era legata alla cintura con una cinghietta di cuoio. Sulla veste portava una sopravveste ricamata, co­stosa ma logora, con bottoni d'osso ingiallito sul petto. Ne aveva allacciato solo qualcuno, forse impigrito dalla sonno­lenza, oppure perché il tratto dall'ospitale alla chiesa era molto breve.

Con la massima delicatezza, Gwenda appoggiò le piccole dita sulla sopravveste. Immaginò che la mano fosse un ragno, talmente leggero da risultare inawertibile. Fece avanzare la mano ragno e, trovata l'apertura, la insinuò sotto l'orlo della sopravveste, fino alla pesante cintura, sfiorando la borsa.

Il pandemonio andò attenuandosi mentre la musica cre­sceva di volume. Un mormorio riverente salì dalle prime fi­le di fedeli. Gwenda non riusciva a vedere nulla, ma sapeva che sull'altare era stata accesa una lampada per illuminare un reliquiario, una teca di avorio e oro riccamente intarsia­ta, contenente le ossa di sant'Adolfo, che non era lì quando le luci si erano spente. La folla avanzò perché tutti cercava­no di avvicinarsi ai sacri resti. Premuta tra sir Gerald e l'uo­mo che gli stava davanti, Gwenda sollevò la mano destra e appoggiò la lama del coltello alla cinghietta della borsa.

Il cuoio, resistente, non cedette al primo tentativo. La bambina usò il coltello come un seghetto, sperando con tutta se stessa che sir Gerald fosse troppo interessato alla scena in atto sull'altare per accorgersi di quanto stava accadendo sotto il suo naso. Alzò gli occhi e si rese conto di cominciare a vedere il profilo della gente intorno a lei: frati e suore sta­vano accendendo le candele. La luce sarebbe presto diven­tata più intensa. Non c'era tempo da perdere.

Gwenda diede un colpo secco con il coltello e sentì la cin-ghietta cedere. Sir Gerald emise una sorta di grugnito: aveva sentito qualcosa oppure quel verso era la sua reazione allo spettacolo che si svolgeva sull'altare? La borsa cadde, atter­rando sulla mano di Gwenda, ma era talmente grossa che lei non riuscì ad afferrarla bene. In un attimo di terrore pensò che le sarebbe scivolata a terra, fra i piedi delle persone incu­ranti, allora chiuse con forza il pugno per trattenerla.

Avvertì un lampo di sollievo euforico: l'aveva presa.

La situazione, però, era ancora molto pericolosa. Il cuore le batteva così forte che tutti, le sembrava, avrebbero potuto sentirlo. Si voltò in fretta per dare la schiena al cavaliere. Nello stesso istante infilò la pesante borsa nello scollo della tunica. Si rese conto che quel rigonfiamento al di sopra della cintola, prominente come il ventre di un vecchio, non pote­va passare inosservato. Spostò la borsa sul fianco, per co­prirla in parte con il braccio. Con la luce più forte sarebbe stata comunque visibile, ma non aveva altro posto in cui na­sconderla.

Rimise il coltello nel fodero. Doveva allontanarsi in fretta, prima che sir Gerald si accorgesse del furto, ma la ressa dei fedeli, che l'aveva aiutata a prendere la borsa senza essere notata, a quel punto ostacolava la sua fuga. Tentò di retroce­dere, di aprirsi un varco tra i corpi dietro di lei, ma tutti spin­gevano avanti per cercare di guardare le ossa del santo. Era intrappolata, impossibilitata a muoversi, proprio davanti al­l'uomo che aveva derubato.

Una voce all'orecchio le disse: «Stai bene?».

Era la bambina ricca. Gwenda si sforzò di soffocare il pa­nico. Non doveva farsi notare. Una bambina più grande pronta ad aiutarla era l'ultima cosa di cui aveva bisogno. Non rispose.

«Attenti!» disse la bambina ai vicini. «State schiacciando questa piccolina.»

Gwenda ebbe voglia di gridare. Quell'atteggiamento pre­muroso avrebbe finito per farle mozzare la mano.

Nel tentativo disperato di allontanarsi, spinse con forza l'uomo davanti a lei, con l'unico risultato di retrocedere. Riuscì soltanto ad attirare l'attenzione di sir Gerald.
«Non riesci a vedere niente da lì in basso, vero?» chiese la sua vittima in tono gentile e, con grande orrore di Gwenda, l'afferrò sotto le braccia per sollevarla.
Si sentì impotente. La mano dell'uomo sotto l'ascella quasi sfiorava la borsa. Gwenda era rivolta in avanti, quindi lui po­teva vederle soltanto la nuca, e guardava al di sopra della calca l'altare intorno al quale frati e suore stavano accenden­do altre candele mentre cantavano per il santo morto da tan­to tempo. Sullo sfondo, una debole luce apparve oltre il gran­de rosone sul lato est: stava sorgendo il sole, che avrebbe scacciato tutti gli spiriti maligni. Il frastuono era cessato e i canti risuonarono con più forza.

Un frate alto e di bell'aspetto salì all'altare, e Gwenda lo riconobbe: era Anthony, il priore di Kingsbridge. Sollevando le mani in un gesto benedicente, disse a voce alta: «E così, ancora una volta, per grazia di Cristo Gesù, il male e le tene­bre di questo mondo vengono scacciati dall'armonia e dalla luce della santa Chiesa di Dio».

I fedeli esplosero in un urlo di gioia, poi cominciarono a rilassarsi. Il momento culminante della cerimonia era pas­sato. Gwenda si dimenò, sir Gerald colse il messaggio e la rimise a terra. Tenendo il viso voltato per non farsi vedere, lei lo superò per aprirsi un varco verso la parte posteriore della chiesa. La folla non si accalcava più per guardare l'al­tare, quindi la bambina riuscì a farsi strada tra i corpi. Più si allontanava, più diventava facile, finché finalmente si trovò vicino al grande portale ovest e scorse la sua famiglia.

II padre la scrutò pieno di aspettativa, pronto a montare su tutte le furie se lei non fosse riuscita nell'intento. Gwenda estrasse la borsa dalla tunica e gliela lanciò, ben lieta di libe­rarsene. Lui l'afferrò al volo, la girò lentamente e vi guardò
dentro. Un sorriso beato si dipinse sul viso. Poi passò la bor­sa alla madre, che si affrettò a nasconderla tra le pieghe della copertina in cui era avvolto il suo piccolo.
Quella terribile prova era finita, ma Gwenda correva an­cora dei rischi. «Una bambina ricca mi ha notato» disse, con­sapevole dell'acuto terrore nella propria voce.

Gli occhi piccoli e scuri del padre furono attraversati da un lampo di collera. «Ha visto quel che hai fatto?»

«No, ma ha detto agli altri di non schiacciarmi, e poi il ca­valiere mi ha sollevato per farmi vedere meglio.»

La mamma emise un cupo lamento.

«Dunque, ti ha visto in faccia» disse il papà.
«Ho cercato di tenere la testa voltata.»
«Comunque, è meglio evitare che ti incontri di nuovo. Non ci torniamo, all'ospitale dei frati. Andiamo alla taverna per la colazione.»
«Non riusciremo a nasconderci per tutto il giorno» os­servò la mamma.
«No, ma possiamo confonderci tra la folla.»

Gwenda cominciò a sentirsi meglio. Il papà sembrava con­vinto che non ci fosse un pericolo reale, e comunque la rassi­curava che a quel punto fosse lui a decidere, sollevandola dal peso della responsabilità.

«E poi» continuò lui «voglio pane e carne, non il porridge acquoso dei frati. Me lo posso permettere, adesso!»

Uscirono dalla chiesa. Il cielo era soffuso del chiarore per­laceo dell'alba. Gwenda voleva prendere la mamma per ma­no, ma il piccolo si mise a piangere e la madre si distrasse. Poi Gwenda vide un cagnolino senza una zampa, tutto bian­co con il muso nero, attraversare di corsa il recinto della cat­tedrale e venirle incontro con un familiare passo sbilenco.

«Hop!» gridò lei, e lo sollevò per abbracciarlo.

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Delitto di mezza estate (titolo originale Steget efter - One step behind) è un romanzo giallo dello scrittore svedese Henning Mankell edito ...

Delitto di mezza estate (titolo originale Steget efter - One step behind) è un romanzo giallo dello scrittore svedese Henning Mankell edito nel 1997; è la settima storia della saga dell'ispettore di polizia Kurt Wallander ed è ambientata, come le altre, a Ystad, Svezia.

Tre ragazzi vengono uccisi in un bosco durante la festa del solstizio d'estate. Uno dei principali collaboratori di Wallander, l'ispettore Svedberg viene trovato morto. Sembra che tra i delitti ci sia un collegamento.

Svedberg in segreto aveva condotto un'indagine sui tre ragazzi e nascosto del materiale tra cui una fotografia di donna.

Che cosa unisce l'ispettore ucciso ai ragazzi e alla donna?

Kurt Wallander, a cui è stato diagnosticato il diabete, assalito dai dubbi sull'integrità del collega morto, si trova di fronte ad un assassino esperto sempre avanti di un passo, che sembra conoscere le mosse della polizia.

Due foto tra le carte di Svedberg convincono Wallander dell'inesorabile intreccio tra i due casi di omicidio, mal'assassino è sempre un passo in anticipo sulle mosse degli investigatori,che sono alle prese con gli inquietanti segreti di "uno di loro", un uomo checredevano di conoscere.

E' impossibile intuirne i movimenti, prevedere chisarà la sua prossima vittima: in una calma apparente cova la follia criminale.

Ritratto di una società svedese in cui la violenza e la brutalità prendono sempre più piede, dove la polizia deve comunque combattere per arginare le forze negative che agiscono per deteriorare la società.

La pioggia smise di cadere poco dopo le cinque. L'uomo rannicchiato vicino al grosso tronco iniziò a to­gliersi lentamente la giacca a vento. La pioggia che era caduta per poco più di mezz'ora non era stata intensa.

Ma l'uomo si rese conto che l'umidità era penetrata nei suoi indumenti. Si sentì preso da una rabbia improvvisa. Non voleva prendere un raffreddore. Non in quel momento, non in piena estate.

Posò la giacca e si alzò. Le gambe gli si erano irrigidite. 'Iniziò a dondolarsi avanti e indietro lentamente per permette­te al sangue di rifluire. Allo stesso tempo continuò a guardarsi intorno.

Sapeva che quelli che stava aspettando non sarebbero am­ati prima delle otto. Esattamente come avevano stabilito.

Ma che se minimo, c'era sempre il rischio che qualcuno potesse praggiungere da uno dei tanti sentieri che attraversavano la erva naturale.

Era il solo imprevisto che anche un piano perfetto come il suo non poteva prevedere. La sola cosa di cui non poteva ere sicuro.

Eppure non era affatto preoccupato. Era la vigilia di mezza estate. Nella riserva non esistevano né campeggi né aree pubbliche.

Inoltre, sapeva che quelli avevano scelto cura un luogo dove erano certi di rimanere indisturbati, vevano deciso dove incontrarsi esattamente due settimane.

Mentre vagava la riserva, aveva evitato con cura di farsi notare. Una volta sola aveva intravisto una coppia di anziani camminare lungo uno dei sentieri. Ma era riuscito a nascondersi e la coppia era passata senza vederlo.

Quando era arrivato in quel luogo aveva capito subito che era il posto ideale. Una depressione del terreno poco lontano da un sentiero. Protetta alla vista da fitti arbusti. Poco più lontano si ergeva un gruppo di alberi.

Non avrebbero potuto scegliere un luogo migliore. Sia per loro scopi, ma ancora di più per i suoi. Le nuvole avevano iniziato a diradarsi. Appena il sole fece capolino, sentì subito una piacevole sensazione di caldo.

In quei primi venti giorni, il mese di giugno era stato ecce­zionalmente freddo. Tutti quelli con cui aveva parlato si erano lamentati di quel gelido inizio di estate nella Scania. Era stato d'accordo con loro.

Era sempre d'accordo.

È il modo migliore di sfuggire, pensò. Evitare tutto quello che gli si presentava davanti.

Si era imposto di usare quell'espediente in ogni occasione. Ne aveva fatto un'arte.

L'arte di dare l'impressione al prossi­mo di essere sempre d'accordo.

Alzò lo sguardo verso il cielo. Non avrebbe più piovuto. La primavera e il preludio dell'estate erano stati veramente trop­po freddi. Ma ora nella chiara serata di mezza estate, final­mente il sole era apparso.


Sarà una notte magnifica, pensò. Una notte che varrà la pena di ricordare.
Poteva sentire l'odore dell'erba bagnata: Udì un uccello che si alzava in volo poco lontano. Alla sua sinistra, fra gli alberi al di là del pendio, riusciva a intravedere il mare.

Divaricò le gambe e sputò il tabacco da masticare che aveva in bocca. Poi lo calpestò con cura nel terreno.

Non lasciava mai tracce dietro di sé. Mai e poi mai. Pensò che avrebbe dovuto smetterla di usare il tabacco da masticare. Era un vizio. Qualcosa che non gli si addiceva.

Avevano deciso di incontrarsi nella cittadina di Hammar.

Era il luogo più adatto visto che alcuni venivano da Simrishamn e gli altri da Ystad. Di lì avrebbero guidato fino alla riserva naturale, avrebbero parcheggiato le loro automobili e si sarebbero incamminati verso il luogo che avevano scelto.

Non era stata una decisione facile. Avevano discusso a lun­go alternative e proposte diverse. Ma quando finalmente uno di loro aveva parlato di quel luogo, tutti avevano accettato immediatamente. Forse perché non avevano più molto tempo.

I preparativi da mettere in atto erano tanti e il giorno prescel­to era ormai vicino. Uno di loro si era incaricato di procurare il cibo e le bevande, un altro era andato a Copenaghen per affittare i vestiti e le parrucche che servivano. Niente era stato lasciato al caso.

Avevano persino preparato tutto il necessario in caso di brutto tempo.
Alle due del pomeriggio della vigilia della festa di mezza estate, uno di loro, che si era offerto di farlo, aveva messo il grande telo di plastica in una borsa insieme a un rotolo di nastro adesivo e a dei picchetti da tenda in metallo leggero.

Non avrebbero permesso alla pioggia di fermarli. Ma avrebbe­ro fatto in modo di non bagnarsi.

Tutto era stato predisposto accuratamente. Ma nessuno aveva potuto prevedere quello che sarebbe accaduto. Uno del gruppo si era improvvisamente ammalato. Era una giovane donna.

E forse tra loro quella che aveva maggiormente pregustato ciò che avrebbero fatto in quella vigilia della festa di mezza estate.

Lei era stata l'ultima a en­trare a fare parte del gruppo, poco meno di un anno prima. Si era svegliata all'alba e non si era sentita bene. Subito aveva pensato che fosse una reazione dovuta all'eccitazione per quella festa.
Ma qualche ora più tardi, quando mezzogiorno era ormai passato, aveva iniziato a vomitare e ad avere febbre. Rimase distesa a letto sperando che fosse un semplice malessere passeggero. Ma quando quello che doveva venirla a prendere suonò, andò alla porta con fatica e fu costretta a dirgli che non avrebbe potuto partecipare alla festa.

Parcheggiarono vicino alla riserva naturale, presero le ceste li avviarono lungo uno dei sentieri. Uno di loro ebbe l'im-fessione di avere sentito il suono di una fisarmonica in lontananza. Ma intorno c'èrano solo uccelli e il lontano brusio del mare.

Appena arrivati sul luogo prescelto si resero immediata­mente conto che era il posto ideale. Lì sarebbero stati in pace. Lì avrebbero potuto attendere l'alba.

Ora il cielo era completamente libero da nuvole.

Sarebbe stata una notte di mezza estate serena e luminosa.

Già dall'inizio di febbraio avevano deciso come avrebbero celebrato la festa di mezza estate. Quella sera erano rimasti seduti a lungo bevendo una grande quantità di vino e discu­tendo giocosamente sul vero significato della parola crepuscolo.

Quando aveva veramente inizio quel momento tra la luce e il buio che viene chiamato crepuscolo? Era veramente possi­bile usare parole per descrivere l'imbrunire? Fino a che punto era possibile notare quando la luce diventava tanto debole da capire di trovarsi in quel vago istante di transizione, quel momento fugace ed effimero, così vicino alle ombre che avan­zavano lentamente ma inesorabilmente?

Non erano riusciti a trovare un punto di accordo. Il crepu­scolo rimase un mistero irrisolto. Poi, quella sera, avevano iniziato a programmare la loro festa.
Quando arrivarono a quella depressione del terreno, posa­rono i loro cesti e poi ognuno di loro scelse un luogo e iniziò a cambiarsi i vestiti al riparo dei folti cespugli. Con l'aiuto di piccoli specchi infilati tra i rami, controllarono che le parruc­che fossero a posto.

Nessuno di loro si rese conto che poco più lontano un uomo stava osservando attentamente i loro preparativi. Le parrucche presentarono il problema minore. Fu più difficile con i corsetti, i cuscini e le sottovesti. Altrettanto laboriosi furono gli alti colletti inamidati, gli jabot e gli spessi strati di cipria. Ma tutto doveva essere perfetto. Stavano preparandosi per un gioco. Ma lo facevano seriamente per renderlo il più reale possibile.

Quando uscirono da dietro ai rispettivi cespugli e si guar­darono erano le otto. Per tutti e tre la sensazione era meravi­gliosa ed emozionante allo stesso tempo. Ancora una volta erano usciti dalla propria epoca ed erano entrati in un'altra. L'epoca di Bellman. Il grande poeta svedese. Si avvicinarono l'uno all'altro e scoppiarono a ridere.

Ma tornarono immediatamente seri. Stesero il grande telo di plastica e iniziarono a svuotare i cesti. Poi accesero il registratore portatile con la cassetta sulla quale avevano registrato diverse versioni delle Epistole di Fredman, il lavoro di Bellman che preferivano.

La festa ebbe così inizio. Più tardi, al ritorno dell'inverno, avrebbero pensato spesso a quella sera.

Stavano creando un loro nuovo mistero.

A mezzanotte non aveva ancora preso una decisione.

Ma sapeva di non avere fretta. Sapeva che sarebbero rimasti fino all'alba. Forse si sarebbero fermati per dormire fino a mattino inoltrato?

Conosceva i loro piani nel minimo dettaglio. E questo gli dava una sensazione di superiorità senza limiti.

Solo colui che ha il sopravvento poteva sfuggire, salvarsi.

Appena passate le undici, quando si era reso conto che erano ubriachi, aveva cautamente cambiato posizione. Già durante la sua prima visita a quel luogo aveva scelto da dove avrebbe cominciato. Si trattava di un folto cespuglio verso la metà del pendio. Da lì aveva un panorama completo di tutto quello che accadeva intorno e sul telo azzurro chiaro. Poteva avvicinarsi senza essere notato. Di tanto in tanto si allontana­vano dal telo per rispondere ai loro bisogni naturali. Anche questo non poteva sfuggirgli.

Mezzanotte era ormai passata. Ma aspettava ancora. Non riusciva ad agire perché improvvisamente si sentiva insicuro. Qualcosa era cambiato. Era successo qualcosa.

Avrebbero dovuto essere in quattro. Ma una mancava. Nella sua mente cercò tutte le possibili spiegazioni. Non esisto­no spiegazioni. È successo qualcosa di imprevisto. Forse la Ragazza ha cambiato idea? Forse si è ammalata?

Ascoltò la musica. Le loro parole. Le risate. Di tanto in ito immaginava di essere seduto con loro su quel telo azzurcon un bicchiere di vino in mano. Dopo, più tardi, avrebbe trovato una delle parrucche. Forse anche uno dei loro vestiti?
jante cose poteva fare. Non c'erano limiti. La sua superiorità non avrebbe potuto essere più grande neppure se si fosse invisibile.

Erano ormai le tre e dieci.

Serie del commissario Kurt Wallander

  • 1994 - L'uomo che sorrideva (Mannen som log - The Man Who Smiled).
  • 1998 - Muro di fuoco (Brandvägg - Firewall).
  • 1999 - Piramide (Pyramiden - The Pyramid).
  • 2002 - Prima del gelo (Innan frosten - Before the frost).
  • 2009 - L'uomo inquieto (Den orolige mannen).

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