Home » , , » Questo Corpo Mortale, thriller psicologico nel quale il lettore si trova coinvolto nella complicata trama che assomiglia a un mosaico.

Quando il corpo di una giovane donna, colpito da numerose coltellate, viene rinvenuto in un isolato cimitero di Londra, Lynley e la sua squa...

questo-corpo-mortale-elizabeth-george-libriQuando il corpo di una giovane donna, colpito da numerose coltellate, viene rinvenuto in un isolato cimitero di Londra, Lynley e la sua squadra sono chiamati a intervenire. 

Ma questo non è un caso come gli altri: li condurrà infatti dalle cupe periferie londinesi allo Hampshire, una zona dell'Inghilterra sconosciuta ai più, un luogo bello e al tempo stesso inquietante, dove gli animali vagano liberi per le strade, i tetti sono ancora di paglia e gli estranei non sono i benvenuti. Una zona che nasconde segreti tragici, crudeli, efferati. 

Cosa ha portato la vittima dalla serenità apparente dello Hampshire alla caleidoscopica confusione di Londra, e chi poteva volere la sua morte? Sono troppi, e spesso misteriosi, i personaggi che si muovevano nella sua orbita: una pittoresca sensitiva, un violinista visionario che sente le voci degli angeli, un artista di strada che colleziona amanti; oltre a un ex fidanzato dal passato oscuro... Un puzzle intricato e sconvolgente, strutturato per condurre il lettore fino alla fine del romanzo con il fiato in gola.

In “Questo corpo mortale” (Longanesi) di Elisabeth George  in Gran Bretagna il mese di giugno era insolitamente caldo. Si susseguivano “giorni senza una nuvola” i quali facevano presagire “un luglio e un agosto torridi”.
Questo clima si ravvisava sia nella movimentata Londra sia nella New Forest nell’Hampshire terra incantata nella quale sembrava non accadere mai nulla.
In uno dei tanti villaggi del luogo composto di cottage dai tetti di paglia e dove i pony “abitanti di antica data della New Forest” brucano liberamente nei prati, tra i sorbi e le betulle, sotto querce e faggi antichisssimi, una giovane donna Jemina Hastings era scomparsa improvvisamente alcuni mesi prima lasciando l’ex fidanzato Gordon Josse, il suo negozio avviato di dolci The Cupcake Queen, le sue amicizie e il fratello Robbie. In un rifugio accanto a una cappella del giardino - cimitero di Abney Park nella zona nord - orientale di Londra era stato ritrovato il cadavere di una giovane donna colpita da numerose coltellate, quel corpo mortale apparteneva proprio a Jemina Hastings, la quale aveva deciso di iniziare una nuova esistenza nella capitale britannica lontano dal suo luogo di origine. Le indagini erano state affidate a Isabelle Ardery sovrintendente investigativo provvisorio di New Scotland Yard, due figli gemelli di otto anni, divorziata, con una pericolosa propensione al bere. La squadra investigativa di Thomas Lynley le cui punte di diamante erano i sergenti investigativi Barbara Havers e Winston Nkata “molto alto, molto scuro, con il viso sfregiato da una cicatrice, ricordo di una rissa adolescenziale” ora erano alle dirette dipendenze dell’ultima arrivata, dopo che il sovrintendente Lynley aveva deciso di prendersi una pausa dal lavoro in seguito all’omicidio della moglie Helen.

La maestra assoluta del mystery all’inglese” come l’ha definita The New York Times, non delude i suoi appassionati lettori e riporta sulla scena del crimine l’ottavo Conte di Asherton il quale si era rifugiato nella natia Cornovaglia per cercare di dare libero sfogo al suo immenso dolore. L’aristocratico Thomas aveva deciso di ritornare a vivere a Londra nella sua abitazione nel quartiere di Belgravia accudito dal suo maggiordomo Charlie Denton. L’uomo era stato convinto da Isabelle a ritornare in servizio, insieme avrebbero cercato di risolvere un caso che via via si andava rivelando sempre più complicato. “Io credo che potremmo lavorare insieme Thomas. Credo che possiamo lavorare molto bene insieme, a dirla tutta”. Chi aveva ucciso Jemima dagli “occhi opachi” il cui cadavere è stato ritrovato in uno storico cimitero che sembra un labirinto dove non avrebbe dovuto stare?
Tutti i rapporti degli agenti investigativi che interrogarono sia Michael Spargo sia sua madre prima della formalizzazione delle accuse contro di lui, indicano che il mattino del decimo compleanno del ragazzo era cominciato male. Certo, tali rapporti potrebbero essere ritenuti so­spetti, vista la natura del crimine di Michael e la forte ostilità della po­lizia e dei membri della comunità nei suoi confronti, tuttavia non si può ignorare il fatto che la lunga relazione dell'assistente sociale ri­masta al suo fianco durante gli interrogatori e gli atti del successivo processo riferiscono le stesse cose. Ci sono sempre dei particolari che rimangono ignoti a chi studia gli abusi sull'infanzia, le disfunzioni fa­miliari e le psicopatologie causate da tali abusi e disfunzioni, ma i fatti principali non si possono nascondere, perché di essi sono necessaria­mente testimoni, a volte direttamente coinvolti, coloro che vengono in contatto con i soggetti coinvolti nel momento in cui questi mostra­no - consciamente o inconsciamente - i disturbi mentali, psicologici o emotivi di cui soffrono. Con Michael Spargo e la sua famiglia accad­de proprio questo.

Michael era il sesto di nove figli. Due di loro (Richard e Rete, che all'epoca avevano diciotto e quindici anni) e la madre, Sue, erano già schedati per comportamento antisociale a causa di continue liti con i vicini, molestie nei confronti dei pensionati delle case popolari, ubria­chezza e danneggiamento di proprietà pubbliche e private. Il padre non viveva con loro: quattro anni prima del decimo compleanno di Michael, Donovan Spargo aveva abbandonato moglie e figli ed era andato a vivere in Portogallo con una vedova di quindici anni più vec­chia, lasciando un biglietto d'addio e una banconota da cinque ster­line sul tavolo della cucina. Da allora non si era più saputo nulla di lui. Al processo di Michael non si fece vedere.



Sue Spargo, che non aveva la benché minima qualifica lavorativa e il cui livello di istruzione non andava oltre un fallito tentativo di pren­dere il diploma, non si vergogna di ammettere « di essersi messa a bere un po' troppo » dopo l'abbandono da parte del marito e di ave

re, di conseguenza, un po' trascurato i suoi figli da quel momento in poi. Sembra che prima della partenza di Donovan Spargo la famiglia mantenesse un certo grado di stabilità apparente (come indicano sia i rapporti scolastici sia i commenti dei vicini e le relazioni della polizia), ma che, una volta partito il capofamiglia, i problemi ignoti alla comu­nità avessero cominciato a venire a galla.
La famiglia viveva nel Buchanan Estate, una squallida distesa di torri grigie di acciaio e cemento e casette a schiera, in un quartiere dall'appropriato nome di Gallows, « Forca », tristemente noto per le risse da strada, i furti d'auto, le effrazioni e le aggressioni agli an­ziani. Gli omicidi erano rari, ma la violenza era all'ordine del giorno. Gli Spargo erano tra i fortunati: essendo una famiglia numerosa, vi­vevano in una delle case a schiera e non in una delle torri; avevano un giardino sul retro e un fazzoletto di terra sul davanti, anche se incolti. La casa era composta da soggiorno, cucina, quattro camere da letto e un bagno. Michael condivideva la stanza con i fratelli minori; erano cinque in tutto, divisi in due letti a castello. Tre dei fratelli maggiori dividevano la stanza adiacente e solo Richard, il maggiore, aveva una stanza tutta per sé, un privilegio a quanto pare dovuto alla sua aggressività verso i fratelli minori. Anche Sue Spargo aveva una stan­za sua. È curioso notare come negli interrogatori affermi più volte che « quando i ragazzi si ammalavano dormivano con lei » e « non con quel mascalzone di Richard».

Il giorno del decimo compleanno di Michael, la polizia venne chia­mata poco dopo le sette. Una lite era degenerata al punto che i vicini avevano cercato di intervenire. Questi ultimi affermano che il loro in­tento era solo quello di riportare la pace e la tranquillità; Sue Spargo, al contrario, li accusa di aver aggredito i suoi ragazzi. L'esame dei ver­bali degli interrogatori della polizia rivela che tra Richard e Rete Spar­go era cominciata una lite al piano superiore, causata dal fatto che Rete non si decideva a liberare il bagno. Richard, molto più grande e forte del fratello, lo aveva aggredito brutalmente. A quel punto Doug, di sedici anni, era intervenuto in difesa di Rete; questo aveva trasformato Rete e Richard in alleati, che insieme avevano aggredito Doug. Quando Sue Spargo era intervenuta, la rissa si era già spostata al piano di sotto, e nel momento in cui era sembrato che Richard e Rete fossero sul punto di aggredire anche lei, il dodicenne David ave­va pensato di proteggerla con un coltello da macellaio preso in cuci­na, dove, a sentire lui, era andato a prepararsi la colazione.

A quel punto erano stati coinvolti i vicini, svegliati dal rumore al di là delle pareti. Purtroppo queste persone, tre in tutto, si erano pre­sentate dagli Spargo armate di una mazza da cricket, un cric e un martello. Stando al resoconto di Richard, era stata proprio la vista di quelle armi a fargli perdere il controllo. « Volevano attaccarci, altro che », affermò il ragazzo, che si considerava il capofamiglia, in dove­re di proteggere la madre e i fratelli.

Michael Spargo si era svegliato nel bel mezzo di quel delirio. « Ri­chard e Rete se la stavano prendendo con la mamma », si legge nella sua deposizione. « Li sentivamo, io e i piccoli, ma non volevamo met­terci in mezzo. » Afferma che non era spaventato, ma alla richiesta di ulteriori spiegazioni, risulta chiaro che aveva fatto di tutto per stare alla larga dai fratelli maggiori per « evitare guai se mi fossi messo con­tro di loro ». Cosa che non sempre gli riusciva, come confermato dai suoi insegnanti, tre dei quali avevano riferito agli assistenti sociali di graffi, ecchimosi, bruciature e di almeno un occhio nero. Tuttavia, l'unico effetto di quei rapporti era stato solo un sopralluogo. Eviden­temente il sistema era troppo oberato per occuparsene.

Ci sono riscontri del fatto che Michael sfogasse quei maltratta­menti sui fratellini minori. Dalle testimonianze raccolte dopo che i quattro più piccoli vennero dati in affidamento, sembra infatti che Michael fosse stato incaricato di evitare che il piccolo Steve « bagnas­se il letto». Privo di indicazioni su come far fronte al compito, pare che facesse regolarmente ricorso alle botte con il fratellino di sette anni, il quale a sua volta sfogava la sua rabbia sui più piccoli.
Non si sa se quel mattino Michael abbia picchiato i fratellini. A sentire lui, una volta arrivata la polizia, si era alzato, aveva messo la divisa della scuola ed era sceso in cucina con l'intenzione di fare co­lazione. Sapeva che era il suo compleanno, ma non si aspettava che la ricorrenza venisse ricordata. « Non me ne fregava niente», avreb­be detto più tardi alla polizia.

La colazione consisteva in cereali e merendine alla marmellata. Non c'era latte-fatto che Michael ribadisce due volte nei primi inter­rogatori - per cui aveva mangiato i cereali così com'erano, lasciando le merendine ai fratellini più piccoli. Ne aveva presa una e l'aveva messa nella tasca della giacca a vento color senape (sia la merendina sia la giacca a vento si sarebbero rivelati particolari cruciali) ed era uscito di casa dal cortile posteriore.
Disse che era sua intenzione andare direttamente a scuola, e nel primo interrogatorio ribadisce di esserci andato. Non cambia versione fino a quando non gli viene letta la deposizione del suo insegnante che al contrario attesta la sua assenza; a quel punto cambia la storia e confessa di essere andato negli orti del Buchanan Estate, situati die­tro le case a schiera dove vivevano gli Spargo, e che una volta lì, for­se, « poteva aver tormentato un po' un vecchio che lavorava in uno degli orti » e « forse poteva essere entrato in uno dei capanni » e « poteva aver preso un paio di cesoie, solo che non le aveva tenute, non lo faceva mai ». Il « vecchio » in questione conferma la presenza di Michael negli orti alle otto del mattino, anche se ritiene improba­bile che gli appezzamenti coltivati potessero avere per lui qualche in­teresse, tanto che aveva passato circa un quarto d'ora « a calpestar­li », afferma il pensionato, finché « non gliene ho dette quattro. Allo­ra se n'è andato, con una sfilza di parolacce».

Sembra che a quel punto Michael si sia incamminato in dirczione della scuola, a poco più di un chilometro dal Buchanan Estate. E du­rante il tragitto si sia imbattuto in Reggie Arnold.

Reggie e Michael non potevano essere più diversi: mentre quest'ulti­mo era alto per la sua età, e piuttosto magro, Reggie era grassottello, tracagnotto e con la testa rasata, dettaglio per cui veniva regolar­mente preso in giro a scuola (era soprannominato Crapapelata), ma a differenza di Michael i suoi vestiti erano sempre puliti e in ordi­ne. Secondo gli insegnanti, Reggie era un bravo ragazzo, ma molto suscettibile; alla richiesta di maggiori spiegazioni, tendono ad attri­buire questa suscettibilità ai « problemi con il padre e la madre, oltre che al problema del fratello e della sorella ». Stando a ciò, è probabil­mente corretto affermare che la strana natura del matrimonio degli Arnold, aggiunta all'invalidità del fratello maggiore e all'infermità mentale della sorella, rendesse Reggie particolarmente vulnerabile al­lo scompiglio della vita quotidiana.
C'è da dire che la sorte non aveva servito delle belle carte a Rudy e Laura Arnold: il figlio maggiore era inchiodato su una sedia a rotelle a causa di una gravissima paralisi cerebrale e la figlia era stata dichia­rata inadatta a frequentare una classe normale. Due fattori che ave­vano portato gli Arnold a concentrare tutte le loro attenzioni sui figli dliabìlì, caricando di ulteriori tensioni un matrimonio già fragile, durante il quale si erano più volte lasciati, con il risultato che Laura era costretta a cavarsela da sola.

Era quindi improbabile che, in una simile situazione, Reggie potes­se ricevere molte attenzioni. Laura confessa candidamente di « non essersi comportata bene con lui », mentre il padre afferma di « averlo fatto andare da lui quattro o cinque volte », riferendosi evidentemen­te all'adempimento dei propri doveri nei periodi di separazione. Co­me si può immaginare, il bisogno insoddisfatto di attenzioni e cure di Reggie si era trasformato in tentativi di attirare l'attenzione degli adulti. Fuori casa questo si traduceva in piccoli furtarelli e in episodi di bullismo verso i ragazzi più piccoli; a scuola, invece, in una condot­ta indisciplinata. Purtroppo questa sua mancanza di disciplina era in­terpretata dai professori come « suscettibilità », appunto, e non co­me il grido di aiuto che in effetti era. Quando veniva contraddetto, Reggie rovesciava il banco e lo prendeva a testate, come faceva con i muri, e si buttava per terra smaniando.
Secondo i resoconti sul giorno del delitto - confermati dalle tele­camere di sorveglianza - Michael Spargo e Reggie Arnold si incontra­rono davanti a un negozio vicino a casa di Reggie, sul percorso che Michael faceva per andare a scuola. I due ragazzi si conoscevano e dovevano aver giocato insieme in passato, anche se i rispettivi geni­tori non sapevano nulla della loro amicizia. Laura Arnold dice di aver mandato Reggie al negozio a prendere il latte, e il negoziante confer­ma che Reggie aveva effettivamente comprato mezzo litro di latte parzialmente scremato oltre, a quanto pare, ad aver rubato due bar­rette di Mars, «per scherzo», a sentire Michael.

Michael si unì a Reggie e, mentre tornavano a casa di quest'ulti­mo, celebrarono l'incontro aprendo il cartone del latte, che versaro­no nel serbatoio di una Harley-Davidson, uno scherzo a cui assistette lo stesso proprietario della moto, il quale li inseguì invano. Il motoci­clista riconobbe in seguito la giacca a vento color senape indossata da Michael e, pur non conoscendo il nome di nessuno dei due ragaz­zi, fu in grado di identificare Reggie Arnold tra le fotografie che la po­lizia gli mostrò.

Arrivato a casa senza il latte che era stato mandato a comprare, Reggie raccontò alla madre, con Michael a suffragare la sua versione, di essere stato aggredito da due ragazzi, i quali gli avevano rubato il denaro per il latte. « Piangeva e stava per fare una delle sue solite sce­nate», afferma Laura Arnold. « E io gli ho creduto: che altro potevo fare? » In effetti. Considerando che doveva prendersi cura da sola di due bambini disabili, la mancanza di un cartone di latte, per quanto necessario fosse stato quel mattino, non poteva che sembrare poca cosa. Volle invece sapere chi fosse il ragazzo che accompagnava il fi­glio. Reggie presentò Michael Spargo come un « compagno di scuo­la », e se lo portò dietro mentre andava a svolgere il secondo dei compiti che la madre gli aveva assegnato, vale a dire fare alzare dal letto la sorella. A quel punto erano quasi le otto e quarantadn-que, e se i ragazzi avevano in programma di andare a scuola, sareb­bero arrivati tardi. Senza dubbio ne erano consapevoli, come risulta dall'interrogatorio di Michael, che riferisce di un diverbio tra Reggie e sua madre a proposito dell'ordine da lei impartito: « Reggie si lamen­tava che avrebbe fatto tardi, ma a lei non importava. Gli disse di por­tare il culo di sopra e di far scendere la sorella, e che doveva ringra­ziare Dio di non essere come gli altri due». A quanto pare, era un ritornello che Laura ripeteva di frequente.

Reggie però non obbedì all'ordine e mandò sua madre « a fare quella brutta cosa » (queste le parole di Michael; Reggie doveva esse­re stato molto più diretto). I due ragazzi uscirono e una volta in strada videro Rudy Arnold, che doveva essere arrivato mentre loro erano in casa, il quale se ne stava in macchina « come se avesse paura di en­trare ». Lui e Reggie si scambiarono qualche parola, di tenore tutt'al-tro che amichevole, almeno da parte di Reggie. Michael asserisce di aver chiesto chi fosse quell'uomo, perché pensava che fosse « il ra­gazzo della madre, o qualcosa di simile», sentendosi rispondere che « quello stupido coglione » era suo padre, dichiarazione alla qua­le seguì un piccolo atto di vandalismo: Reggie prese il cestino del latte di un vicino, lo buttò in strada, gli saltò sopra e lo ruppe.

Michael afferma di non aver preso parte alla cosa. Nella sua depo­sizione a quel punto afferma di aver avuto intenzione di andare a scuola, ma che Reggie aveva insistito per saltare la lezione e andare a divertirsi, una volta tanto. Fu di Reggie, a quanto afferma Michael, l'idea di includere lan Barker in quello che seguì.

All'età di undici anni lan Barker era già stato etichettato come ragaz-10 difficile, disadattato, problematico, pericoloso, borderline, iroso e pllcopatico, a seconda dei rapporti sui quali appare. All'epoca era l'u-figlio di una ragazza di ventiquattro anni (il padre rimane tuttora ignoto) che lui aveva sempre preso per sua sorella. Sembra che fosse parecchio affezionato alla nonna, che credeva sua madre, mentre odiava la ragazza che in realtà lo era. Quando aveva compiuto nove anni era stato considerato grande abbastanza per conoscere la verità. Lui però non l'aveva presa affatto bene, soprattutto perché l'aveva saputo quando Patricia Barker era stata invitata ad andarsene dalla casa di sua madre, portandosi dietro il figlio. La nonna di lan afferma di aver cercato di amarli « con severità. Sarei stata più che felice di tenerli con me tutti e due, il ragazzo e Tricia, a patto che quella ra­gazza lavorasse, ma lei non voleva saperne, voleva solo feste, amici e uscire come e quanto le pareva. Ho pensato che se fosse stata costret­ta ad allevare suo figlio da sola, avrebbe cambiato modo di fare ».

Tricia però non era cambiata. Il governo le aveva assegnato una casa, anche se piccola, dove doveva dividere la stanza con il figlio. Probabilmente la stessa stanza dove lan aveva cominciato a vedere sua madre mentre faceva sesso con uomini diversi e, almeno in un'occasione, con più di uno. Vale la pena notare che lan non si rife­risce mai a lei né come a sua madre né come a Tricia, ma con una serie di epiteti quali « puttana, troia, zoccola, vacca, baldracca ». La nonna non viene nemmeno nominata.

Michael e Reggie non ebbero difficoltà a rintracciare lan Barker, quel mattino. Non andarono a casa sua - a sentire Reggie, « sua ma­dre era sempre incazzata, e gridava parolacce dalla porta » - ma si imbatterono in lui mentre se la prendeva con un ragazzine più picco­lo che stava andando a scuola, lan « gli aveva buttato per terra lo zai­no », e stava frugando all'interno alla ricerca di qualcosa di valore, so­prattutto soldi. Non trovando niente che valesse la pena rubare, lan « lo sbattè contro il muro di una casa » e, secondo le parole di Mi­chael, «cominciò a picchiarlo».

Né lui né Reggie cercarono di fermarlo. Reggie dice che «si stava solo divertendo un po', avevo capito che non voleva fargli male »; Mi­chael afferma invece che « non riuscivo a vedere bene cosa stava fa­cendo », cosa alquanto improbabile, visto che i due ragazzi erano da­vanti a lui sul marciapiede. Quali che fossero le intenzioni di lan, si risolsero nel nulla: un motociclista si fermò e chiese cosa stava succe­dendo, mettendo in fuga i ragazzi.

Qualcuno ha suggerito che proprio la frustrazione delle sue pulsio­ni violente sia stata all'origine di quello che avvenne in seguito. E in effetti, durante l'interrogatorio Reggie sembra più che ansioso di puntare il dito contro lan. Ma benché il suo carattere iroso lo avesse portato in passato a commettere atti riprovevoli, che lo misero in una luce ben peggiore rispetto agli altri due ragazzi quando saltò fuori la verità, le prove dimostrarono che fu correo in quello che seguì.


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