Mikael Blomkvist, un giornalista economico di discreto successo, perde la causa che lo vede accusato di diffamazione a mezzo stampa nei conf...

Mikael Blomkvist, un giornalista economico di discreto successo, perde la causa che lo vede accusato di diffamazione a mezzo stampa nei confronti del finanziere Wennerström e per questo motivo decide di dimettersi da direttore responsabile della rivista Millennium.

A Mikael viene proposto di occuparsi in maniera esclusiva di una storia risalente a quasi quarant'anni prima: la misteriosa scomparsa di Harriet Vanger, nipote e pupilla dell'ottantenne Henrik Vanger, un tempo magnate dell'industria svedese.

Mikael, malgrado sia sicuro di non trovare nessuna informazione in più rispetto a ciò che è stato scoperto in quarant'anni di indagini, accetta l'incarico e si trasferisce nel Gävleborg, nella cittadina immaginaria di Hedestad.

Lisbeth Salander per vivere fa la ricercatrice, in ciò supportata dalle sue capacità di hacker: su commissione si occupa di ricerche particolari allo scopo di trovare informazioni approfondite su persone o aziende.

La sua vita passata è un vero mistero, ma la certezza è che Lisbeth non può disporre in proprio dei suoi averi, nemmeno dei suoi soldi in banca, in quanto sotto tutela. Poiché l'avvocato che per anni le ha fatto da tutore, Holger Palmgren, ha avuto un ictus, a Lisbeth viene assegnato un nuovo tutore, Nils Bjurman, anch'esso avvocato, che si scoprirà essere un vero e proprio sadico. Lisbeth, grazie ai suoi metodi di ricerca, sistemerà definitivamente il nuovo tutore e tornerà a prendere possesso della sua vita.

Mikael e Lisbeth indagheranno insieme sulla scomparsa di Harriet Vanger e sugli sconvolgenti segreti della famiglia Vanger, scoprendo una realtà molto peggiore della loro più drastica immaginazione.

Sono passati molti anni da quando Harriet, nipote prediletta del potente industriale Henrik Vanger, è scomparsa senza lasciare traccia. Da allora, ogni anno l'invio di un dono anonimo riapre la vicenda, un rito che si ripete puntuale e risveglia l'inquietudine di un enigma mai risolto. 

Ormai molto vecchio, Henrik Vanger decide di tentare per l'ultima volta di fare luce sul mistero che ha segnato tutta la sua vita. L'incarico di cercare la verità è affidato a Mikael Blomkvist: quarantenne di gran fascino, Blomkvist è il giornalista di successo che guida la rivista Millennium, specializzata in reportage di denuncia sulla corruzione e gli affari loschi del mondo imprenditoriale. 

Sulle coste del Mar Baltico, con l'aiuto di Lisbeth Salander, giovane e abilissima hacker, indimenticabile protagonista femminile al suo fianco ribelle e inquieta, Blomkvist indaga a fondo la storia della famiglia Vanger. E più scava, più le scoperte sono spaventose. 

La storia di Lisbeth e Mikael proseguirà anche nei due successivi romanzi della trilogia, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta.



Era diventato un rito che si ripeteva ogni anno. Il desti­natario del fiore ne compiva stavolta ottantadue. Quando il fiore arrivò, aprì il pacchetto e lo liberò della carta da re­galo in cui era avvolto. Quindi sollevò il ricevitore e com­pose il numero di un ex commissario di pubblica sicurezza che dopo il pensionamento era andato a stabilirsi sulle rive del lago Siljan. I due uomini non erano solo coetanei, ma erano anche nati nello stesso giorno - fatto che in quel con­testo poteva essere considerato come una sorta d'ironia. Il commissario, che sapeva che la telefonata sarebbe arrivata dopo la distribuzione della posta delle undici, nell'attesa sta­va bevendo un caffè. Quest'anno il telefono squillò già alle dieci e trenta. Lui alzò la cornetta e disse ciao senza nem­meno presentarsi.

«È arrivato.»
«Cos'è, questa volta?»
«Non so che genere di fiore sia. Lo farò identificare. È bianco.»
«Nessuna lettera, suppongo?»
«No. Nient'altro che il fiore. La cornice è la stessa del­l'anno scorso. Una di quelle cornici da poco che uno si mon­ta da solo.»
«Timbro postale?»
«Stoccolma.»
«Calligrafia?»
«Come al solito, stampatello, tutte maiuscole. Lettere dritte e ordinate.»

Con ciò l'argomento era stato esaurito e i due rimasero seduti qualche minuto in silenzio, ognuno dalla sua parte della linea telefonica. Il commissario in pensione si lasciò andare contro lo schienale della sedia davanti al tavolo del­la cucina, succhiando la pipa. Sapeva comunque che non ci si aspettava più che ponesse qualche domanda risolutiva op­pure iperintelligente, in grado di gettare nuova luce sulla faccenda. Quel tempo era passato da un pezzo, e la con­versazione fra i due anziani conoscenti aveva piuttosto il ca­rattere di un rituale intorno a un mistero che nessun altro essere umano al mondo aveva il benché minimo interesse a risolvere.

Il suo nome latino era Leptospermum (Myrtaceae) Rubi­nette. Si trattava di un arbusto piuttosto anonimo dotato di piccole foglie simili a quelle dell'erica, che produceva un fiore di due centimetri con una corolla di cinque petali. Era al­to grossomodo dodici centimetri.
La pianta era originaria delle regioni montuose e del busb australiani, dove cresceva in robusti agglomerati. In Australia la chiamavano Desert Snow. Più avanti, un'esperta del giardi-no botanico di Uppsala avrebbe constatato che si trattava di una pianta insolita, raramente coltivata in Svezia. Nella sua pe­rizia, la studiosa scriveva che l'arbusto era imparentato con il Leptospermum Flavescens, e che sovente era confuso con il ben più comune cugino Leptospermum Scoparium, che cresceva abbondante in Nuova Zelanda.
Il Rubinette era, in definitiva, un fiore sorprendentemente modesto. Era privo di valore commerciale. Non possedeva proprietà medicamentose note né effetti allucinogeni. Non si poteva mangiare, era inutilizzabile come spezia e senza utilità nella fabbricazione di coloranti vegetali. Per contro aveva una certa importanza per gli abitanti originari dell'Australia, gli aborigeni, che tradizionalmente consideravano la zona intorno ad Ayers Rock e la relativa flora come sacra. L'unico scopo della pianta sulla terra sembrava di conseguenza essere quello di fare omaggio della sua capricciosa bellezza all'ambiente circostante.

Nella sua perizia, la botanica di Uppsala constatava che quel piccolo arbusto era poco comune in Australia, in Scandinavia era addirittura raro. Personalmente non ne mai visto un esemplare, ma dopo un'indagine fra i colleghi era venuta a sapere che erano stati fatti dei tentativi di introdurre la pianta in un giardino di Gòteborg, e si immaginava venisse coltivata privatamente in luoghi diversi, da appassionati di giardinaggio e botanici diletttanti dotati di piccole serre. Era difficile da coltivare  perché esigeva un clima mite e secco, e doveva essere ricoverata al chiuso durante i mesi invernali. Non tollerava il terreno calcareo ed esigeva annaffiature dal basso direttamente sulla radice. Era una pianta per coltivare gli esperti.

Il fiore era solamente l'ultimo di una lunga serie di scon­certanti omaggi che arrivavano regolarmente dentro una bu­sta imbottita il primo di novembre. Il genere variava ogni anno, ma si trattava sempre di fiori belli e relativamente ra­ri. Al solito, il fiore era stato essiccato, montato con cura su carta da acquerello e messo sotto vetro in una cornice di ti­po semplice nel formato 29 X 16 centimetri.

Il mistero dei fiori non era mai stato reso pubblico, era noto solo a una cerchia ristretta di persone. Tre decenni pri­ma, l'arrivo annuale del fiore era diventato oggetto di ana­lisi - presso il laboratorio della scientifica, fra esperti di im­pronte digitali e grafologi, fra investigatori della polizia, e in un gruppo di parenti e amici del destinatario. Attualmente gli attori del dramma si erano ridotti a tre: l'anziano festeg­giato, il poliziotto in pensione e ovviamente la persona sco­nosciuta che inviava il regalo. Siccome almeno i primi due avevano raggiunto un'età così avanzata che ormai per loro era tempo di prepararsi all'inevitabile, la cerchia degli inte­ressati si sarebbe presto ulteriormente ridotta.

Quando si furono congedati, l'ottantaduenne festeggiato rimase seduto immobile un lungo momento a osservare il fiore, grazioso ma insignificante, del quale ancora non co­nosceva il nome. Poi alzò lo sguardo sulla parete sopra la scrivania. C'erano appesi quarantatré fiori essiccati sotto ve­tro e in cornice, in quattro file di dieci fiori ciascuna, più una fila incompleta con quattro quadretti. Nella fila più in alto mancava un quadro. Il posto numero nove era vuoto. Desert Snow sarebbe diventato il quadro numero quarantaquattro.

Per la prima volta accadde tuttavia qualcosa che ruppe lo schema di tutti quegli anni. D'un tratto e senza preavviso, il vecchio cominciò a piangere. Rimase egli stesso sorpreso di quello sfogo improvviso dopo quasi quarant'anni. 
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Stieg Larsson, nome completo Karl Stig-Erland Larsson (Skellefteå, 15 agosto 1954 – Stoccolma, 9 novembre 2004), è stato uno scrittore e gio...

Stieg Larsson, nome completo Karl Stig-Erland Larsson (Skellefteå, 15 agosto 1954 – Stoccolma, 9 novembre 2004), è stato uno scrittore e giornalista svedese.


Esperto conoscitore di organizzazioni di estrema destra e neonaziste, è stato fondatore della rivista antirazzista Expo, consulente di Scotland Yard e corrispondente dal Regno Unito, consulente del Ministero della Giustizia svedese, inviato per l'OSCE.


È morto improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2004. Dopo la sua morte sono stati pubblicati i suoi romanzi polizieschi, facenti parte della trilogia Millennium.


È stato il secondo autore più venduto nel mondo nel 2008, dietro l'afghano Khaled Hosseini. A marzo 2010 la sua trilogia Millennium ha venduto 27 milioni di copie in oltre 40 paesi.


Cresciuto dai nonni materni, Larsson inizia a lavorare facendo i mestieri più vari. Nel 1983 diventa grafico presso l'agenzia di stampa svedese Tidningarnas Telegrambyrå. Poco alla volta si orienta verso il giornalismo diventando critico letterario (romanzi polizieschi e fumetti soprattutto).


Nel 1995, dopo l'omicidio di cinque ragazzi a Stoccolma per mano di estremisti di destra, lascia Tidningarnas Telegrambyrå per fondare la rivista trimestrale EXPO, con intenti antirazzisti, rivista che sarà schierata in prima linea contro il rigurgito neofascista in Svezia.


La battaglia di Stieg Larsson contro il razzismo, il fascismo e l'estremismo di destra è assolutamente seria: nel 1991 scrive, insieme a Anna-Lena Lodenius, Extremhögern ("Estremismo di destra"). Dieci anni dopo pubblica (a quattro mani con Mikael Ekman) Sverigedemokraterna: den nationella rörelsen ("Democratici svedesi: il movimento nazionale").


Comincia a tenere conferenze in tutto il mondo, Londra compresa, dove viene invitato da Scotland Yard, con cui inizierà a collaborare. In più occasioni riceve minacce di morte.



Politicamente, Stieg Larsson fu inizialmente un attivista della Kommunistiska Arbetareförbundet (Lega Comunista dei Lavoratori), che lasciò di sua volontà nel 1987 in contrasto con la scarsa democratizzazione dei Paesi del socialismo reale.


Grande fan di Pippi Calzelunghe, il personaggio creato nel 1945 da Astrid Lindgren, Larsson è stato anche lettore appassionato e profondo conoscitore di fantascienza.


L'autore è morto il 9 novembre 2004 a Stoccolma a causa di un infarto, nella redazione del suo giornale EXPO[4]. Il testamento del 1977, con cui egli disponeva la sua eredità a favore della sede di Umeå della sezione svedese della IV internazionale, è stato ritenuto non valido, per cui i suoi beni ed i proventi della vendita dei libri spettano al fratello ed al padre, Joakim ed Erland. Nessun diritto all'eredità è stato riconosciuto alla sua compagna di sempre, l'architetta Eva Gabrielsson, con cui aveva vissuto per 32 anni.


Sino al 2004, anno della sua morte, Larsson aveva pubblicato solamente saggi sulla democrazia svedese e sui movimenti di estrema destra. Solo poco prima di morire Larsson contattò una delle principali case editrici svedesi, la Norstedts, e consegnò una serie di tre romanzi polizieschi che costituiscono la trilogia Millennium.


Larsson aveva pensato ad una serie di dieci romanzi e prima di morire aveva già sviluppato il quarto ed il quinto volume. In seguito alla sua morte, la trilogia conobbe un enorme successo, dapprima in Svezia quindi in Francia, dove fu pubblicato dalla casa editrice Actes Sud, poi in tutta Europa divenendo il caso letterario dell'anno: finora sono stati venduti 8 milioni di copie.


Attualmente i suoi libri sono tradotti in 25 paesi. In Italia i suoi libri sono stati tutti pubblicati dalla casa editrice Marsilio.


La trilogia Millennium è composta da:


    2005 - Uomini che odiano le donne (Män som hatar kvinnor), Marsilio, 2007.


Mikael Blomkvist, un giornalista economico di discreto successo, perde la causa che lo vede accusato di diffamazione a mezzo stampa nei confronti del finanziere Wennerström e per questo motivo decide di dimettersi da direttore responsabile della rivista Millennium.


A Mikael viene proposto di occuparsi in maniera esclusiva di una storia risalente a quasi quarant'anni prima: la misteriosa scomparsa di Harriet Vanger, nipote e pupilla dell'ottantenne Henrik Vanger, un tempo magnate dell'industria svedese.


Mikael, malgrado sia sicuro di non trovare nessuna informazione in più rispetto a ciò che è stato scoperto in quarant'anni di indagini, accetta l'incarico e si trasferisce nel Gävleborg, nella cittadina immaginaria di Hedestad.


    2006 - La ragazza che giocava con il fuoco (Flickan som lekte med elden), Marsilio

Mikael Blomkvist è tornato saldamente alla direzione di Millennium, la rivista da lui fondata è ascesa alle luci della ribalta per aver smascherato i loschi traffici dei vertici della finanza svedese.


Unico rimpianto: non avere più alcun rapporto con la giovane, geniale hacker Lisbeth Salander, che gli ha salvato la vita e con cui ha avuto una breve ma intensa relazione. Lisbeth, infatti, ha tagliato ogni contatto e si trova in viaggio ormai da mesi, alle prese con il tentativo di ricostruirsi una vita dopo la travagliata (e ai lettori pressoché sconosciuta) infanzia, le violenze del tutore e una nuova emergente passione: la matematica, cui si appassiona nel tentativo di risolvere una versione del teorema di Fermat.


    2007 - La regina dei castelli di carta (Luftslottet som sprängdes), Marsilio

la_regina_dei_castelli_di_cartaLa regina dei castelli di carta (in lingua originale Luftslottet som sprängdes) è un romanzo poliziesco dello scrittore e giornalista svedese Stieg Larsson. Il romanzo è il terzo della trilogia Millennium, pubblicata postuma dopo la prematura scomparsa dell'autore. Nel romanzo si ritrovano i personaggi di Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist, già presenti negli altri due romanzi della trilogia.

Le vicende proseguono esattamente dove Larsson le aveva interrotte nel precedente romanzo. Lisbeth e Zalachenko sono sopravvissuti, e vengono ospedalizzati nella stessa struttura sanitaria, in due stanze poco distanti, le condizioni di lei sono peggiori rispetto a quelle del padre tant'è che è costretta all'immobilità a letto. La copertura di Alexander Zalachenko, rischia di saltare.
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Lo Harjedalen, nel nord della Svezia, è una terra di foreste sterminate, i cui lunghi inverni sono a stento rischiarati dal bagliore della...

Lo Harjedalen, nel nord della Svezia, è una terra di foreste sterminate, i cui lunghi inverni sono a stento rischiarati dal bagliore della neve. E qui, in un casolare sperduto, che Herbert Molin, ex poliziotto in pensione, decide di ritirarsi. E qui, un brutale assassino lo raggiunge per accompagnarlo in un ultimo, terribile ballo con la morte.

Quando la polizia arriva sulla scena del delitto, trova delle impronte di sangue che sembrano tracciare i passi del tango. Il trentasettenne Stefan Lindman, ispettore della polizia di Boras, un tempo collega della vittima, per non doversi confrontare con la malattia che lo tormenta si butta a capofitto nelle indagini e scopre ben presto l'inquietante passato nazista di Molin. Esiste un legame tra la sua morte atroce e le sue convinzioni politiche?

E qual è il ruolo della rete neonazista che, sempre più nitida, viene alla luce e sembra toccare lo stesso Lindman molto da vicino? Sulle tracce dell'assassino, che dalla Sveziaportano in Germania e Argentina, la sua inchiesta ripercorre un pezzo doloroso della nostra storia.

Lo attende una rivelazione sconvolgente, oltre all'amara consapevolezza che la follia che per anni devastò l'Europa non è affatto sepolta.


 L'aereo era decollato da un aeroporto militare nei pressi di Londra poco dopo le due del pomeriggio del 12 dicembre 1945. Piovigginava e faceva freddo. Di tanto in tanto soffiava­no forti raffiche che agitavano la manica a vento. Ma poi il vento cessò. L'aereo era un bombardiere quadrimotore Bristol Blenheim che aveva già partecipato alla battaglia d'Inghilterra nell'autunno del 1940. Era stato colpito più volte dai caccia tedeschi e costretto a un attcrraggio di fortuna. Ma era sem­pre stato possibile ripararlo e destinarlo nuovamente al com­battimento. Ora che la guerra era finita, veniva per lo più usato per il trasporto degli approvvigionamenti alle truppe inglesi di stanza nella Germania vinta e distrutta.

Proprio quel giorno, Mike Garbett, comandante a bordo, era stato informato che nel pomeriggio avrebbe trasportato un passeggero in una località di nome Bùckeburg, da dove sareb­be poi stato prelevato per fare ritorno in Inghilterra la sera suc­cessiva. Il maggiore Perkins, il suo diretto superiore, non l'a­veva informato di chi fosse quell'uomo né di quale incarico dovesse svolgere in Germania. E Garbett non aveva fatto domande. Anche se la guerra era finita, a volte aveva l'im­pressione che fosse ancora in corso. I trasporti segreti erano piuttosto frequenti.

Ricevuti gli ordini, era andato a sedersi in una delle barac­che dell'aeroporto insieme al copilota Peter Foster e al navi­gatore Chris Wiffin. Sul tavolo, erano aperte le carte geografi­che della Germania. L'aeroporto si trovava a poche miglia dalla città di HamSln. Garbett non ci era mai stato prima, ma Peter Poster lo conosceva. Dato che l'area circostante era pianeg­giante, il volo di avvicinamento non sarebbe stato difficile. L'u­nico inconveniente poteva essere la nebbia. Wiffin andò a par­lare con i meteorologi. Al suo ritorno informò gli altri che sulla Germania settentrionale e centrale nel pomeriggio e in serata era previsto ciclo sereno. Definito il piano di volo, avevano allora calcolato la quantità di carburante necessaria, poi ave­vano arrotolato le carte.

«Trasporteremo un solo passeggero» disse Garbett. «Ma non so chi sia.»

Non gli fecero domande, né Garbett se ne aspettava. Erano ormai tre mesi che volava con Poster e Wiffin. Erano uniti per­ché erano tra i sopravvissuti. Molti piloti della Raf erano morti durante la guerra, nessuno di loro sapeva quanti amici avesse perso. Essere ancora vivi era un motivo di sollievo, anche se accompagnato dal tormento di avere avuto salva la vita che i morti sul campo avevano disperatamente invocato.

Poco prima delle due, una berlina varcò i cancelli dell'aero­porto. Poster e Wiffin erano già a bordo del grande aereo, impegnati negli ultimi preparativi prima del decollo. Garbett aspettava sulla pista di cemento piena di crepe. Quando vide che il passeggero non era un militare ma un civile, corrugò la fronte. L'uomo che era sceso dal sedile posteriore era basso di statura e tarchiato. In bocca aveva un sigaro spento. Aprì il bagagliaio dell'auto e prese una valigia nera. In quello stesso momento il maggiore Perkins arrivò a bordo della sua jeep. L'uomo che doveva essere trasportato in Germania portava il cappello calcato sulla fronte e Garbett non riuscì a vedere i suoi occhi. Si sentiva a disagio. Quando il maggiore Perkins fece le presentazioni, il passeggero borbottò il proprio nome. Garbett non riuscì a capire cosa avesse detto.

«Possiamo decollare» disse Perkins.
«Ci sono altri bagagli?» chiese Garbett.
L'uomo scosse il capo.

«È meglio non fumare durante il volo» aggiunse Garbett. «L'aereo è vecchio. Potrebbero esserci delle fessure. Di solito i vapori della benzina si notano quando è ormai troppo tardi.» L'uomo non rispose. Garbett lo aiutò a salire a bordo. Den­tro, l'aereo era vuoto, fatta eccezione per tre scomode sedie di acciaio. L'uomo si mise a sedere posando la valigia fra le gambe. Garbett si chiese quali oggetti di valore stesse portan­do in Germania.

Una volta in volo, effettuò una virata a sinistra per immet­tersi nella rotta che Wiffin gli aveva mostrato. Poi raddrizzò l'aereo e, una volta raggiunta l'altitudine indicatagli, affidò i comandi a Poster. A questo punto si girò a osservare il pas­seggero. L'uomo aveva sollevato il bavero del cappotto e aveva calcato ancora di più il cappello sulla fronte.
Si chiese se stesse dormendo. Ma qualcosa gli diceva che era perfettamente sveglio.
L'attcrraggio all'aeroporto di Bùckeburg si svolse senza dif­ficoltà, nonostante il buio e la pista scarsamente illuminata. Un'auto scortò l'aereo fino ai margini di un lungo hangar, dove diversi veicoli militari erano in attesa. Garbett aiutò il passeggero a scendere dall'aereo. Ma quando allungò la mano per prendere la valigia, l'uomo scosse la testa e l'afferrò lui Stesso. Poi salì su una delle vetture e l'autocolonna partì • immediatamente. Wiffin e Poster erano scesi dall'aereo e vide-i'to i fanali posteriori dell'auto scomparire. Il freddo li faceva tremare.

«La cosa mi incuriosisce» disse Wiffin. «Meglio lasciar perdere» rispose Garbett. Poi indicò una jeep che stava avvicinandosi all'aereo. «Credo che dormiremo qui» disse. «Suppongo che quella tp sia per noi.»

fePresero visione dei posti letto assegnati e cenarono. Poi, ni meccanici dell'aeroporto li invitarono a bere in una delle de della città sopravvissute ai bombardamenti. Wiffin e Iter accettarono, ma Garbett era stanco e rimase nella came-Una volta a letto, non riuscì ad addormentarsi. Disteso, liedeva chi fosse mai quel passeggero. Cosa aveva di così importante in quella valigia 8a non permettere a nessuno di toccarla?
Garbett borbottò fra sé nell'oscurità. Quell'uomo era in mis­sione segreta. Doveva semplicemente riportarlo in Inghilterra il giorno dopo. Nient'altro.

Guardò l'orologio. Era già mezzanotte. Sistemò il cuscino, e quando Wiffin e Poster tornarono verso l'una si era già addormentato.

Donald Davenport lasciò il carcere britannico che racco­glieva i prigionieri di guerra tedeschi poco dopo le undici di sera. Abitava in un albergo risparmiato dalla guerra, che ora veniva usato come alloggiamento per gli ufficiali britannici di stanza a Hameln. Sentiva la stanchezza pesargli addosso e aveva bisogno di dormire se voleva portare a termine la sua missione il giorno dopo senza commettere errori. Il sergente inglese MacManaman, che gli era stato assegnato come assi­stente, gli faceva provare una sensazione di inquietudine. A Davenport non piaceva lavorare con collaboratori inesperti. Molte cose potevano andare storte, soprattutto quando la mis­sione era così importante come quella che li aspettava.

Rifiutò una tazza di tè e andò direttamente nella sua came­ra. Si mise a sedere alla scrivania e iniziò a leggere gli appun­ti dell'incontro che si era svolto mezz'ora dopo il suo arrivo. Per prima cosa lesse il formulario battuto a macchina che gli aveva consegnato un giovane maggiore di nome Stuckford, il responsabile dell'intera operazione.
Spiegò il documento, sistemò la lampada della scrivania e lesse i nomi. Kramer, Lehmann, Heider, Volkenrath, Grese... Erano dodici nomi in tutto: tre donne e nove uomini. Studiò le informazioni accuratamente e prese appunti. Ci volle un po' di tempo perché, come sempre, il suo orgoglio professionale gli imponeva la massima scrupolosità. Posò la penna solo quan­do era quasi l'una e mezza. A quel punto si era fatto un'idea chiara di tutto. Aveva fatto le sue valutazioni e controllato tre volte di non avere trascurato nulla. Si alzò dalla sedia, si mise a sedere sul letto e aprì la valigia. Anche se sapeva che non dimenticava mai niente, controllò che tutto fosse a posto. Prese una camicia pulita, chiuse la valigia, poi si lavò con l'acqua fredda, che era tutto ciò che l'albergo poteva offrire.
Aveva sempre difficoltà ad addormentarsi. E fu così anche quella notte.

Quando bussarono alla porta poco dopo le cinque, Daven­port era già in piedi e vestito. Dopo una rapida colazione attra­versarono la cittadina buia e tetra e raggiunsero il carcere. Il sergente MacManaman era già sul posto. Era pallidissimo, e Davenport si chiese se sarebbe riuscito a portare a termine il suo compito. Ma Stuckford, che li aveva raggiunti e sembrava avere intuito la sua inquietudine, lo prese in disparte assicuran­dogli che, se anche poteva sembrargli insicuro, MacManaman non avrebbe avuto esitazioni.
Alle undici tutti i preparativi erano stati ultimati. Davenport aveva deciso di iniziare con le donne. Dato che le loro celle si trovavano nel corridoio più vicino al patibolo, avrebbero sicu­ramente sentito il rumore della botola che si apriva. E voleva risparmiarglielo. Non teneva conto dei reati commessi dai sin­goli prigionieri. La correttezza gli imponeva di iniziare con le donne.

Tutti quelli che dovevano essere presenti avevano preso  posto. Davenport fece cenno a Stuckford che, a sua volta, fece  un cenno a una delle guardie del carcere. Si udirono alcuni ordini e il rumore metallico delle chiavi, poi la porta di una cella si aprì.

Davenport rimase in attesa.

La prima a presentarsi fu Irma Grese. Per un attimo la [lente glaciale di Davenport fu colta da un senso di meravi-|ia. Come poteva quella ventiduenne bionda ed esile avere ustato a morte dei prigionieri nel campo di concentramento i Bergen-Belsen? Era poco più che una ragazzina. Ma quan-era stata pronunciata la sua condanna a morte, nessuno iva avuto dubbi. Era un mostro, doveva morire. La donna crociò lo sguardo di Davenport, poi lo alzò verso il patibolo. Le guardie la condus&ro su per la scala. Davenport le sistemò le gambe esattamente sopra alla botola e le mise il capestro attorno al collo, controllando allo stesso tempo che MacManaman non maneggiasse maldestramente la cintura di cuoio che le aveva stretto intorno alle gambe. Poco prima di metterle il cappuccio sulla testa, sentì la donna pronuncia­re con voce appena udibile una sola parola.

«Schnell!»

MacManaman fece un passo indietro e Davenport allungò la mano per raggiungere la leva che azionava l'apertura della botola. La donna sprofondò, Davenport sapeva di avere cal­colato esattamente la lunghezza della fune. Sufficientemente lunga da causare la rottura della vertebra del collo evitando però che la testa si staccasse dal corpo. Scese con MacManaman al di sotto dell'impalcatura che sosteneva il patibolo e rimosse il corpo, poi l'ufficiale medico inglese controllò il battito del cuore e constatò il decesso. Il corpo fu portato via. Davenport sapeva che nella dura terra del cortile del carcere erano state scavate delle fosse.

Tornò nuovamente al patibolo e controllò sui suoi docu­menti a quale lunghezza doveva regolare la corda destinata alla donna successiva. Quando tutto fu pronto, fece nuovamente un cenno a Stuckford, e poco dopo Elisabeth Volkenrath era sulla porta con le mani legate dietro la schiena. Era vestita come Irma Grese, con un vestito grigio che le scendeva fino a sotto le ginocchia.

Tre minuti dopo, anche lei era morta.   

Complessivamente, le esecuzioni capitali erano durate due ore e sette minuti. Davenport aveva calcolato due ore e un quarto. MacManaman aveva portato a termine il suo compito. Tutto era andato come previsto. Dodici criminali di guerra tedeschi erano stati giustiziati. Davenport ripose le corde e le cinture di cuoio nella valigia nera e si accomiatò dal sergente MacManaman.

«Bevi un bicchiere di cognac» disse. «Sei stato un bravo assi­stente.»
«Se lo sono meritato» rispose brevemente MacManaman. «Non ho affatto bisogno del cognac.»

Davenport lasciò il carcere insieme al maggiore Stuckford. Si chiese se sarebbe stato possibile fare ritorno in Inghilterra prima di quanto previsto. Era stato lui stesso a chiedere di ripartire in serata. Qualcosa poteva andare storto. Dodici ese­cuzioni capitali in un solo giorno non erano cosa abituale nep­pure per Davenport, il boia più esperto d'Inghilterra. Decise però di non modificare il piano concordato.

Stuckford lo accompagnò al ristorante dell'albergo e ordinò da mangiare. Presero posto in una sala in disparte. Stuckford aveva una ferita di guerra che lo costringeva a trascinare la gamba sinistra. Davenport provava simpatia per lui, soprattut­to perché non faceva domande inutili. Detestava le persone che chiedevano come ci si sentiva a giustiziare questo o quel cri­minale che, in un modo o nell'altro, era diventato famoso per quanto i giornali avevano scritto.

Mangiarono scambiandosi soltanto alcuni vaghi commenti. Sul tempo e sul fatto che gli inglesi avrebbero potuto aspettarsi qualche razione extra di tè o tabacco in vista dell'imminente finale. Fu solo in seguito, bevendo il tè, che Stuckford commentò uello che era successo nella mattinata.

Lehmann era stato l'ultimo che Davenport aveva impiccato quella mattina. Un piccolo uomo che era andato incontro alla morte con tutta calma, quasi assente.
«Aveva un fratello spieiato» continuò Stuckford. «Ed è spa­rito nel nulla. Forse è già riuscito a usare uno dei canali di fuga dei nazisti. Può essere in Argentina o in Sudafrica, e in questo caso non lo prenderemo mai.»

Rimasero seduti in silenzio. Fuori pioveva.


«Waldemar Lehmann era un sadico senza paragoni» disse Stuckford. «Non solo fu smisuratamente spieiato con i prigio­nieri. Provava anche gusto a insegnare ai suoi subordinati l'ar­te della tortura. Avrebbe dovuto essere impiccato come il fra­tello. Ma non l'abbiamo trovato. Non ancora.»

Alle cinque Davenport ritornò all'aeroporto. Nonostante indossasse un cappotto pesante, sentiva freddo. Il pilota lo stava aspettando vicino all'aereo. Davenport si chiese a cosa stesse pensando. Poi salì sull'aereo e prese posto sulla sedia gelata, alzò il bavero del cappotto per proteggersi.

Garbett avviò i motori. L'aereo prese velocità e scomparve fra le nuvole. Davenport aveva assolto al suo compito. Era andata bene. Non per niente veniva considerato il boia più abile d'Inghil­terra. L'aereo sobbalzò passando con difficoltà attraverso una zona di vuoti d'aria. Davenport pensava a quello che gli aveva detto Stuckford riguardo ai criminali di guerra fuggiti. E pensava a Lehmann che provava gusto a insegnare agli altri i più raffinati metodi di tortura.

Si strinse il cappotto intorno al corpo. Avevano superato i vuoti d'aria. L'aereo era sulla rotta di casa, verso l'Inghilterra. Era stata una buona giornata. Aveva fatto il suo dovere senza intoppi. Nessuno dei prigionieri aveva tentato di opporre resi­stenza mentre veniva condotto sul patibolo. Nessuna testa si era staccata dal corpo.

Era soddisfatto. Adesso poteva pregustare i tre giorni liberi che lo attendevano. Poi avrebbe dovuto impiccare un assassi­no a Manchester.
Si addormentò sul sedile duro, nonostante il rumore assor­dante dei motori.
Mike Garbett continuava a chiedersi chi fosse quel passeg­gero.
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Una fredda e buia sera di ottobre nel sud della Scania. L'avvocato Gustaf Torstensson sta tornando a casa dopo una visita a un cliente...

Una fredda e buia sera di ottobre nel sud della Scania. L'avvocato Gustaf Torstensson sta tornando a casa dopo una visita a un cliente. 
All'improvviso scorge una figura legata a una sedia al centro della strada. 

Con una brusca frenata evita la collisione. Scende dall'auto, fa alcuni passi e viene colpito violentemente alla nuca. Il giorno successivo, l'avvocato viene trovato morto all'interno della sua macchina capovolta in un campo. 

Nel frattempo, il commissario Kurt Wallander vaga irrequieto su una spiaggia a Skagen all'estremo nord della Danimarca. Da mesi è in preda a una forte depressione. Si sente finito, è deciso a porre termine alla sua carriera di poliziotto.

Kurt Wallander, deciso a ritirarsi dalla sua attività di commissario di polizia di Ystad, è costretto a tornare in servizio per indagare sulla morte dell'avvocato Gustaf Torstensson, deceduto in circostanze misteriose in un incidente stradale. 

La polizia, che in un primo momento aveva archiviato il caso come un normale incidente, inizia a sospettare di omicidio, allorquando il figlio di Torstensson, Sten, anch'egli avvocato, viene freddato con dei colpi di pistola nel suo ufficio legale. 

Prima di morire Sten Torstensson aveva contattato Wallander per convincerlo ad occuparsi dello strano incidente occorso al padre. Ben presto l'acuto commissario si pone sulle tracce di un insospettabile magnate della finanza svedese, Alfred Herderberg, che gestisce i suoi affari dall'inaccessibile castello di Farnholm, cliente facoltoso dello studio legale e ultimo ad incontrare in vita Gustaf Torstensson. 

Durante le indagini, la segretaria dello studio legale è destinaria di una mina antiuomo trovata nel suo giardino e lo stesso Wallander, assieme alla nuova collega in forze alla polizia di Ystad, Ann-Britt Hoglund, scampa per un soffio ad un attentato. 

Il commissario deve inoltre indagare anche sul finto suicidio di Lars Borman, che aveva inviato agli avvocati, prima di morire, delle lettere minatorie. Il ritrovamento di uno strano contenitore nell'auto incidentata di Torstensson conduce sulla pista di un abietto traffico d'organi umani.



La nebbia è come un animale da preda che si muove silen­ziosamente, pensò.
Non riuscirò mai ad abituarmi. E questo anche se ho vissu­to tutta la mia vita nella Scania dove la nebbia circonda co­stantemente le persone e le rende invisibili.Erano le nove di sera dell'11 ottobre 1993.
La nebbia era avanzata rapidamente dal mare. Stava gui­dando per tornare a casa a Ystad e aveva appena passato Bròsarps Backar quando la sua auto si infilò dritta nel muro bianco del banco di nebbia.

Immediatamente, sentì la paura crescere dentro di sé.

Ho paura della nebbia, pensò. Invece dovrei avere paura dell'uomo che ho appena incontrato al castello di Farnholm. Quell'uomo cordiale con quei suoi collaboratori che incutono timore e che si muovono sempre discretamente facendo in modo che i loro volti rimangano nell'ombra. Adesso che so quello che si nasconde dietro a quel suo sorriso di cittadino irreprensibile e al di sopra di ogni sospetto, dovrei pensare solo a lui. È lui quello che devo temere. Non la nebbia che sale silenziosa da Hanobukt. Adesso che so che quell'uomo non esiterebbe un attimo a uccidere chiunque cerchi di osta­colarlo.
Presto fu costretto ad azionare il tergicristallo per eliminare In pillimi ili umidità dal parabrezza. Odiava guidare quando era buio. Il riflesso dei fari sull'asfalto non gli permetteva di distinguere le lepri che continuavano a tagliargli la strada.
Gli era capitato di investire una lepre una sola volta. Era successo trent'anni prima, una sera di primavera mentre gui­dava in dirczione di Tomelilla.

Ricordava ancora il movimento istintivo e inutile del suo piede sul pedale del freno e subito dopo il colpo sordo contro la lamiera. Si era fermato ed era sceso dall'auto. La lepre era stesa sull'asfalto con le zampe posteriori che si muovevano spasmodicamente. Il torso era paralizzato e la lepre continuava a tenere gli occhi fissi su di lui. Si era scosso e aveva raccolto una pietra sul ciglio della strada, l'aveva scagliata contro la testa dell'animale chiudendo gli occhi. Poi era tornato rapidamente all'auto senza voltarsi.
Non aveva mai dimenticato gli occhi della lepre e il movi­mento delle zampe. Non era mai riuscito a liberarsi di quel­l'immagine. Gli tornava in mente in continuazione, spesso quando meno se lo aspettava.

Cercò di scacciare la sensazione di nausea. Una lepre morta da trent'anni può perseguitare un essere umano ma senza troppe conseguenze, pensò. Ho già abba­stanza da fare con quelle vive per occuparmi anche di quelle morte. Si accorse che istintivamente alzava lo sguardo sempre più spesso verso lo specchietto retrovisore.





Ho paura, pensò nuovamente. Solo adesso mi sto rendendo conto che la mia è una fuga. Sto fuggendo perché adesso so quello che le mura del castello di Farnholm nascondono. E so anche che loro sanno che ho capito. Ma fino a che punto? Abbastanza perché possano temere che io possa venire meno al giuramento di mantenere il segreto professionale che ho prestato quando sono diventato avvocato tanto tempo fa? In un'epoca lontana quando i giuramenti erano ancora conside­rati un impegno sacro. È possibile che abbiano paura degli scrupoli di coscienza di un vecchio avvocato?
Lo specchietto retrovisore continuava a rimanere buio. Era solo nella nebbia. In poco meno di un'ora avrebbe raggiunto Ystad.

Per un attimo, a quel pensiero provò un senso di sollievo. Dunque non lo avevano seguito. Domani avrebbe deciso quel­lo che doveva fare. Avrebbe parlato con suo figlio che era anche suo collaboratore e socio dello studio legale. Nel corso
della sua vita, aveva imparato che esiste sempre una soluzione. Doveva essercene una anche questa volta.

Con la mano, cercò la radio nel buio. La voce di un uomo che parlava di una nuova scoperta scientifica nel campo della genetica invase l'abitacolo. Le parole erano semplici suoni senza significato. Guardò il quadrante dell'orologio, mancava­no pochi minuti alle nove e mezza. Lo specchietto retrovisore era ancora buio. La nebbia sembrava sempre più fitta. A di­spetto di questo aumentò leggermente la pressione sull'accele­ratore. Più la distanza dal castello di Farnholm aumentava, più si sentiva tranquillo. Forse, dopotutto, si era lasciato prendere inutilmente dall'angoscia.

Con uno sforzo cercò di pensare lucidamente. Come era iniziato tutto? Una normale conversazione telefo­nica, un messaggio scritto su un foglietto posato sulla sua scrivania, nel quale lo si pregava di mettersi in contatto con una persona per chiarire una questione d'affari urgente. Non conosceva la persona che aveva telefonato. Ma aveva chiamato ugualmente, un piccolo studio legale in una cittadina svedese insignificante non poteva permettersi di rifiutare un cliente alla cieca. Ricordava ancora quella voce al telefono, raffinata, con la tipica intonazione dell'alta borghesia svedese, ma allo stesso tempo chiaramente la voce di un uomo che misurava la propria vita in termini di tempo prezioso. Aveva illustrato il suo caso, una transazione complicata che riguardava una so­cietà di navigazione con sede legale in Corsica e una serie di trasporti di forniture di cemento in Arabia Saudita dove una società rappresentava la Skanska, una delle più importanti imprese edili svedesi. L'uomo aveva fatto vaghi accenni a un progetto per una moschea gigantesca che avrebbe dovuto essere costruita a Khamis Mushayt. O forse si trattava di un'università a Gedda.

Alcuni giorni dopo si erano incontrati all'hotel Continental nel centro di Ystad. Era arrivato in anticipo e il ristorante era ancora deserto, a parte un cameriere iugoslavo dall'espressio­ne triste che rimaneva con lo sguardo fisso su una delle grandi finestre. Era metà gennaio e un vento violento si era alzato dal Baltico e presto avrebbe iniziato a nevicare. Ma l'uomo che si era avvicinato al suo tavolo era abbronzato, indossava un com­pleto blu scuro e non doveva avere più di cinquant'anni. In qualche modo sembrava una figura incongrua sia per il mese di gennaio che per Ystad. Si sarebbe detto un estraneo e in qualche modo il suo sorriso non aveva niente a che fare con quel suo volto abbronzato.

Quello era il suo primo ricordo dell'uomo del castello di Farnholm. Un uomo apparentemente senza alcun legame, con un abito blu scuro fatto su misura, che si muoveva in un proprio universo, al cui centro era il sorriso e nel quale le ombre terrificanti di satelliti bui sembravano seguire un'orbita protettrice intorno alla sua persona.

Già allora c'erano delle ombre. Non riusciva a ricordare che si fossero mai presentati. Si erano seduti a un tavolo ap­partato e, al termine dell'incontro, si erano alzati silenziosa­mente.

L'occasione di una vita, pensò con amarezza. Sono stato così stupido da pensare che potesse esistere. Il mondo imma­ginario di un avvocato non deve essere intorbidito dall'illu­sione di un paradiso in attesa, almeno non sulla terra. Dopo sei mesi, l'uomo abbronzato rappresentava la metà del fattu­rato dello studio legale e un anno dopo gli introiti erano rad­doppiati. I pagamenti venivano effettuati puntualmente e non era mai stato necessario inviare un solo sollecito. Tutto que­sto aveva persino permesso loro di fare restaurare da cima a fondo la casa dove avevano lo studio, e tutte le transazioni erano state oneste anche se complicate e non sempre facili da seguire. L'uomo del castello di Farnholm sembrava impegna­to in affari in tutti i continenti, in luoghi che sembravano del tutto casuali. Spesso ricevevano fax e telefonate e, di tanto in tanto, anche messaggi radio da città sconosciute che riusciva a malapena a individuare sul mappamondo situato di fianco alla sua scrivania. Ma tutte le transazioni erano state ir­reprensibili anche se spesso nebulose e difficili da interpre­tare.

Un momento d'oro, ricordava di avere pensato. È proprio questo. E professionalmente, devo essere eternamente grato al caso che ha fatto sì che l'uomo di Farnholm abbia scelto pro­prio il nostro studio sull'elenco telefonico.

I suoi pensieri furono interrotti brutalmente. Per un attimo si era detto che era uno scherzo della sua immaginazione. Ma non si era sbagliato, due fari erano apparsi nello specchietto retrovisore.

L'auto era apparsa come dal nulla e ora era molto vicina.
La paura lo attanagliò nuovamente. Dunque lo stavano se­guendo. Avevano pensato che potesse venire meno al suo giu­ramento di avvocato e iniziare a parlare.
Il suo primo impulso fu di spingere sull'acceleratore e di dileguarsi nella nebbia. Aveva cominciato a sudare copiosa­mente. I fari erano sempre più vicini.
Le ombre che uccidono, pensò. Non molleranno certamen­te la presa, non riuscirò a sfuggire al mio destino.

In quello stesso momento, l'auto lo sorpassò. Intravide il volto grigio di un uomo anziano al di là del finestrino e poi le luci di posizione posteriori furono inghiottite dalla nebbia.
Prese un fazzoletto dalla tasca e asciugò il sudore dal volto e dalla nuca.




Fra poco arriverò a casa, pensò. Non succederà nulla. Come sempre, la signora Dunér ha scritto sulla mia agenda che oggi avevo un appuntamento al castello di Farnholm. Nessuno, neppure lui manderebbe i suoi uomini a uccidere un vecchio avvocato che sta tornando a casa. Sarebbe troppo ri­schioso.

Dovevano passare quasi due anni prima che si rendesse conto per la prima volta che c'era qualcosa di strano. Si era trattato di un incarico semplice, il controllo di contratti per i quali il Dipartimento per le esportazioni si era fatto garante per un totale di crediti considerevole. Pezzi di ricambio per turbine destinate alla Polonia e trebbiatrici per la Cecoslovac­chia. Era stato un dettaglio quasi insignificante, alcune cifre che improvvisamente non corrispondevano. Dapprima aveva pensato che si trattasse di un errore di trascrizione, forse solo due somme che erano state invertite. Ma controllando nuova­mente tutto dall'inizio, aveva dovuto constatare che l'errore non era affatto casuale, ma che era stato fatto di proposito. Non mancava nulla e tutte le cifre erano corrette, a eccezione del risultato finale. Ricordava che era sera tardi e che si era appoggiato allo schienale della sedia rendendosi conto di ave­re scoperto una truffa.

Dapprima non aveva voluto crederci. Ma alla fine non era riuscito a trovare altre spiegazioni plau­sibili. All'alba era uscito e aveva camminato per le strade deserte di Ystad. Arrivato nella piazza principale, si era ferma­to, riconoscendo che l'uomo del castello di Farnholm aveva commesso un reato. Truffa aggravata ai danni del Dipartimento per le esportazioni, frode fiscale e una serie di falsificazioni di documenti.
Da quel momento, aveva costantemente cercato di indivi­duare i buchi neri in tutti i documenti che Farnholm mandava al suo studio. E li aveva trovati, non sempre, ma quasi. Len­tamente, era riuscito a farsi un quadro dell'entità del reato. A lungo aveva cercato di non credere ai propri occhi, ma alla fine non aveva avuto scelta.
Eppure non aveva reagito. Al contrario, aveva persino evi­tato di parlare della sua scoperta con suo figlio.

Lo aveva fatto perché inconsciamente non voleva credere che fosse vero? D'altronde, nessun altro, né le autorità fiscali né altri, era riuscito a scoprire la truffa.

Aveva forse scoperto un segreto che non esisteva?

Oppure, forse era già troppo tardi sin dall'inizio? Sin dal giorno in cui l'uomo del castello di Farnholm era diventato il cliente più importante del suo studio legale?
La nebbia era sempre più fitta. Ma pensò che forse si sareb­be diradata a pochi chilometri da Ystad.

In quello stesso momento, capì che non avrebbe potuto continuare in quel modo. Ora sapeva che le mani dell'uomo del castello di Farnholm erano sporche di sangue.
Doveva parlare con suo figlio. A parte tutto, la giustizia funzionava ancora in Svezia, anche se sembrava esitare e inde­bolirsi sempre di più. Il suo stesso silenzio era stato parte di quel processo. Il fatto che avesse nascosto la verità così a lungo non giustificava un suo ulteriore indugio.

Non avrebbe mai avuto il coraggio di togliersi la vita. Improvvisamente fu costretto a frenare bruscamente. Qualcosa era apparso nel fascio di luce dei fari. Dapprima aveva creduto che si trattasse di una lepre. Poi, si era reso conto che c'era qualcos'altro sulla strada fra la nebbia. Accese gli abbaglianti.

Al centro della strada c'era una sedia. Una sedia senza schienale, forse uno sgabello, sul quale era seduto un manichi­no. Un manichino dal volto bianco. O forse era un essere umano che assomigliava a un mani­chino. Il cuore gli batteva irregolarmente.

La nebbia sembrava inghiottire la luce dei fari. La sedia e il manichino erano reali quanto la paura paraliz­zante che lo attanagliava. Alzò nuovamente lo sguardo e fissò lo specchietto retrovisore. Solo un muro impenetrabile di nebbia buia. Lentamente guidò fino a circa dieci metri dal manichino. Poi fermò nuovamente l'auto. Il manichino sembrava un essere umano. Non uno spaven­tapasseri piazzato a caso sulla strada.
È stato messo lì per me, pensò. Allungò una mano tremante, spense la radio e rimase in ascolto. Intorno c'era solo silenzio. Non riusciva a prendere una decisione.

Non era la sedia nella nebbia e neppure quel manichino spettrale che lo facevano esitare. C'era qualcos'altro, qualcosa non lontano che non riusciva a vedere. Qualcosa che forse era soltanto dentro di lui. Ho paura, disse nuovamente a se stesso. La paura mi impe­disce di pensare lucidamente. Alla fine si slacciò la cintura di sicurezza e aprì la portiera dell'auto. L'aria fredda e umida lo sorprese.

Scese dall'auto, con lo sguardo fisso sulla sedia e sul mani­chino illuminati dai fari. Aveva l'impressione di essere davanti a un palcoscenico in attesa che un attore facesse la sua com­parsa. Quello fu il suo ultimo pensiero.Poi udì un rumore dietro di sé. Ma non riuscì mai a voltarsi. Il colpo era stato diretto alla nuca. Quando il suo corpo si accasciò sull'asfalto umido era già morto.

La nebbia era sempre più fitta. Mancavano sette minuti alle dieci.

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Dopo una serata trascorsa in un locale, due ragazze, di cui una minorenne, aggrediscono un tassista con un martello e lo finiscono a coltell...

Dopo una serata trascorsa in un locale, due ragazze, di cui una minorenne, aggrediscono un tassista con un martello e lo finiscono a coltellate.

Il commissario Wallander non riesce a crederci, incapace di trovare una logica nei gesti dei nuovi assassini, ma è sicuro che quell'omicidio nasconda qualcosa.

Altri delitti lo coinvolgono in indagini sempre più complesse: il cadavere di un uomo viene trafugato dall'obitorio e riportato ai piedi del Bancomat dove era stato ritrovato; qualche, giorno dopo, in seguito a un imponente blackout, in una centrale elettrica si scopre il corpo carbonizzato di una ragazza.

Diversi tasselli di un unico disegno. Per ricomporlo, Wallander deve affrontare una nuova dimensione del crimine.

Si assiste anche ad un conflitto con uno dei suoi più stretti collaboratori che, nel tentativo di prenderne il posto, non esita a metterlo in cattiva luce mettendone in dubbio le capacità

In questo ottavo romanzo la figlia "ribelle" dell'ispettore Wallander annuncia l'intenzione di voler entrare nel corpo di polizia seguendo così le orme del padre.

Nella storia vengono presentati molti fatti e non a tutti lo scrittore dà una risposta.

Soluzione apparentemente paradossale perché tradizione vuole che al genere poliziesco lo scrittore riservi una spiegazione ai fatti narrati, per quanto strani questi possano sembrare.

Improvvisamente, alla sera, il vento cominciò a perdere di in­tensità. Poi cessò del tutto.
Era uscito sul balcone. Di giorno, riusciva a intravedere il mare ; fra una casa e l'altra. Ma ora era circondato dal buio. Di tanto in tanto, portava sul balcone il suo vecchio binocolo da marina inglese e lo usava per guardare le finestre accese nel palazzo di fronte. Ma ogni volta aveva la sgradevole sensazione che qualcuno lo resse scoperto.
Il ciclo era stellato.

È già autunno, pensò. Forse questa notte gelerà. Anche se sarebbe troppo presto qui in Scania.

Un'auto passò in lontananza. Fu colto da un brivido e tornò all'interno. La porta del balcone si chiudeva con difficoltà. Prese il bloc-notes che era sul tavolo della cucina di fianco al telefono e anotò che il giorno dopo avrebbe dovuto controllare la porta.
Passò nel soggiorno. Per un attimo, rimase fermo sulla por­si guardò intorno. Come ogni domenica, aveva rimesso tutto in ordine. Ogni volta che entrava in una stanza perfettamente pulita provava sempre lo stesso senso di soddisfazione. Avvicinò alla scrivania vicino alla parete. Spostò la sedia, accanto la lampada da tavolo e prese il voluminoso giornale di bordo che conservava in un cassetto. Come d'abitudine, iniziò a leggere Iquello che aveva scritto la sera prima.

4 ottobre 1997. Il vento ha soffiato a raffiche tutto il giorno. Secondo il Servizio meteorologico nazionale, soffiava a 8-10 nodi al secondo. Brandelli di nuvole si rincorrevano nel cielo. Alle sei di mattina, la temperatura era di 7 gradi. Alle due aveva rag­giunto gli 8 gradi. Di sera è scesa a  meno 1. Alla fine, aveva aggiunto quattro frasi.

«Oggi, lo spazio è vuoto e abbandonato. Nessun messaggio. C. non risponde alle chiamate. Tutto è calmo».

Alzò il coperchio del calamaio e intinse cautamente il pennino d'acciaio. Aveva ereditato la penna da suo padre e l'aveva custo­dita sin dal giorno in cui, ancora giovane, aveva iniziato a lavorare come assistente nella piccola filiale di una banca a Tomelilla. Quando prendeva appunti sul giornale di bordo, usava solo ed esclusivamente quella penna.
Aveva scritto che il vento aveva cominciato a perdere di inten­sità per poi cessare del tutto. Aveva visto che il termometro fissa­to all'esterno della finestra della cucina segnava tre gradi. Il cielo era sereno. Aveva continuato, annotando di avere impiegato tre ore e venticinque minuti per riordinare l'appartamento. Dieci mi­nuti in meno della domenica precedente.

Inoltre, dopo essere rimasto seduto nella chiesa di Santa Maria a meditare per mezz'ora, aveva fatto una passeggiata fino al porto turistico.

Prima di continuare si fermò a riflettere. Poi, aggiunse una fra­se nel giornale di bordo.

«Alla sera, breve passeggiata».

Prese la carta assorbente e asciugò con cura quello che aveva scritto, ripulì il pennino d'acciaio e abbassò il coperchio del cala­maio.

Prima di richiudere il giornale di bordo, volse lo sguardo verso il vecchio orologio da marina davanti a lui sulla scrivania. Le lan­cette segnavano le undici e venti.
Andò in ingresso, mise la sua vecchia giacca di pelle e infilò i piedi in un paio di stivali di gomma. Prima di lasciare l'apparta­mento, controllò di avere messo in tasca le chiavi di casa e il por­tafoglio.

Arrivato in strada, rimase immobile nell'ombra e si guardò in­torno. Come aveva previsto, non c'era nessuno. Poi, si mise a camminare. Come d'abitudine, prese a sinistra, attraversò la stai da che portava a Malmò e si avviò in dirczione dei grandi maga/ zini e dell'edificio di mattoni rossi che ospitava l'Ufficio delle im­poste. Aumentò l'andatura finché non riuscì a trovare il suo ahi tuale e regolare ritmo serale. Di giorno camminava più rapida mente, perché voleva sudare. Le passeggiate della sera erano diverse. Cercava soprattutto di rilassarsi dai pensieri della giornata per prepararsi al sonno della notte e al giorno dopo.

All'altezza dei grandi magazzini per il fai da te, una donna sta­va portando a passeggio il proprio cane. Era un pastore tedesco. Quando usciva alla sera, la incontrava spesso. Un'auto gli passò di fianco ad alta velocità. Intravide un giovane al volante, riuscì a udire la musica nonostante i finestrini chiusi.

Non sanno quello che li aspetta, pensò. Presto, tutti questi gio­vani che vanno in giro nelle loro auto con la musica a tutto volu­me si rovineranno l'udito.

Non sanno quello che li aspetta. Così come non lo sanno le si­gnore sole che portano i loro cani a prendere aria.

Quel pensiero gli fece provare un senso di euforia. Pensò a tut­to il potere che condivideva. Alla sensazione di essere uno degli eletti. Coloro che avevano il potere di annientare verità fossilizza­te per crearne altre completamente nuove e inaspettate. Si fermò e alzò lo sguardo verso il cielo stellato. In verità, nulla è comprensibile, pensò. La mia stessa vita, così come la luce delle stelle che ha impiegato un'infinità di tempo e spazio per arrivare fino a me. L'unica cosa che può dare un barlu­me di significato al tutto è quello che faccio. La proposta che mi è stata fatta quasi vent'anni fa e che ho accettato senza esitazione.

Continuò a camminare. Più rapidamente ora, perché i pensieri che prendevano forma nella sua mente lo turbavano. Si rese conto di provare un crescente senso di impazienza. Avevano atteso così a lungo. Ora si stava avvicinando il momento in cui avrebbero calato le loro visiere invisibili e visto la loro enorme ondata travolge­re la terra.
'Ma quel momento non era ancora giunto. Il tempo non era ancora sufficientemente maturo. L'impazienza era una debolezza che non poteva permettersi.

Si fermò. Era già arrivato al centro del quartiere di villette. fon aveva intenzione di andare oltre. Voleva essere di ritorno a a, disteso sul suo letto, poco dopo mezzanotte. 1 Si girò e cominciò a tornare sui suoi passi. Appena oltre l'Ufficio delle imposte, decise di andare al Bancomat di fianco ai grandi magazzini.

Mise la mano nella tasca dove aveva il portafoglio, voleva ritirare del denaro. Voleva solo controllare l'estratto Sto per assicurarsi che tutto fosse in ordine.  Si fermò alla luce dello sportello e prese la carta blu. La signora il pastore tedesco non c'era più. Udì il rumore di un autotreno carico passare sulla strada da Malmò. Probabilmente si stava dirigendo verso il terminal dei traghetti per la Polonia. A giudica­re dal frastuono, il tubo di scappamento doveva essere rotto.

Digitò il suo codice personale e schiacciò il pulsante dell'estrat­to conto. Riprese la carta e la ripose nel portafoglio. Udì il suono metallico all'interno del distributore. Il pensiero lo fece sorridere.

Se solo la gente sapesse, pensò. Se solo la gente sapesse quello che l'aspetta.

Prese il biglietto bianco con l'estratto conto. Quando mise la mano in tasca per prendere gli occhiali, si rese conto di averli la­sciati nella giacca che aveva indossato per andare al porto. Per un attimo provò un senso di irritazione per averli dimenticati.

Si avvicinò a un lampione, socchiuse gli occhi e controllò l'estratto conto.

Il pagamento automatico effettuato venerdì era stato registrato. Così come la somma in contanti che aveva prelevato il giorno pri­ma. Il saldo era di 9765 corone. Era tutto a posto.

Quello che accadde dopo fu del tutto inaspettato. Fu come se fosse stato colpito dal calcio di un cavallo: un dolo­re immenso. Rovinò in avanti stringendo convulsamente nella mano il bi­glietto bianco con le cifre. Quando la sua testa sbattè contro l'asfalto gelido, ebbe un atti­mo di lucidità.

Il suo ultimo pensiero fu di non riuscire a capire.

Poi, fu avvolto da un buio che sembrava provenire da tutte le parti contemporaneamente.

Era appena trascorsa la mezzanotte. Era ormai lunedì 6 ottobre 1997. Un altro autotreno passò diretto verso il terminal dei traghetti. Poi, tutto fu avvolto dal silenzio.

Appena salito sulla sua auto a Mariagatan a Ystad, Kurt Wallander provò un'acuta sensazione di disagio. Era poco dopo le ot­to di mattina del 6 ottobre 1997. Lasciando la città alle sue spalle, si chiese perché avesse accettato. Provava una intensa avversione , per i funerali. Eppure stava proprio andando a un funerale. Dato i che era partito con un buon anticipo, decise di non prendere la puperstrada per Malmò, ma di seguire la statale lungo la costa in ezione di Svarte e di Trelleborg.

Alla sua sinistra si intravedeva iI mare. Un traghetto si stava avvicinando al porto. 5i disse che quello sarebbe stato il quarto funerale al quale partecipava in sette anni. Il primo era stato quello del suo collega Nydberg, morto di cancro. Era stata una malattia lunga e straziante. Wallander era andato spesso all'ospedale a trovare Rydberg, che sii stava consumando lentamente. Per Wallander, la sua morte un duro colpo. Era stato Rydberg a farlo diventare un  poliziotto. Gli aveva insegnato a fare le domande giuste. E di  Rydberg, Wallander aveva imparato gradualmente la difficile arte di analizzare la scena di un crimine.

Prima di iniziare a con lui, Wallander non era altro che un mediocre poliziotto. Ed era stato solo più tardi, quando Rydberg era già morto, Wallander si era reso conto di non essere soltanto testardo ma di avere anche di avere un notevole grado di abilità.,  e quando si trovava nel mezzo di un'indagine complicata e al punto di non sapere quale strada scegliere per continuare' allander comunicava mentalmente con Rydberg. Non un giorno senza che sentisse la mancanza del suo collega. 

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“Insolito e crudele” è il quarto libro scritto dalla scrittrice americana Patricia Cornwell. Si tratta, in particolare, di uno dei suoi ...

“Insolito e crudele” è il quarto libro scritto dalla scrittrice americana Patricia Cornwell.

Si tratta, in particolare, di uno dei suoi migliori romanzi gialli ed ha vinto nel 1993 il Gold Dagger Awart, assegnato ogni anno dalla Crime Writer’s Association, l’Associazione americana degli scrittori di libri gialli.

Si tratta, in particolare, di un romanzo ricco di colpi di scena e con protagonista l’ormai nota dottoressa Kay Scarpetta, direttrice del centro di medicina legale di Richmond, uno dei più importanti della Virginia. Insieme alla sua équipe, in particolare, Kay Scarpetta dovrà risolvere un caso spinoso e difficile e dovrà persino difendersi da chi cercherà di incastrarla.

Trama.
Il romanzo è ambientato poco prima di Natale a Richmond: la dottoressa Scarpetta si prepara a compiere l’autopsia sul corpo di Ronnie Joe Waddel, condannato per l’omicidio di Robyn Naismith compiuto 10 anni prima e giustiziato sulla sedia elettrica.

Quella che sembra un’operazione di routine, ben presto, però, si complica e assume valenze assai diverse.

Alla dottoressa Kay Scarpetta, infatti, viene chiesto di recarsi in ospedale per analizzare le ferite di un ragazzino di 13 anni trovato in fin di vita vicino un cassonetto della spazzatura.

Il bambino, in particolare, è stato brutalmente mutilato e ferito con un’arma da fuoco e si pensa che abbia subito anche una violenza sessuale, ipotesi avvalorata dal fatto che i suoi abiti sono stati trovati piegati ai suoi piedi.

Dopo un’accurata analisi, la dottoressa Kay Scarpetta è assalita da tremendi dubbi: la vittima, infatti, presenta numerosi elementi in comune con Robyn Naismith, la ragazza uccisa dieci anni prima da Ronnie Joe Waddel.

Com’è possibile tutto ciò? Ronnie Joe Waddel è stato giustiziato proprio la notte stessa del ritrovamento del ragazzino e durante i 10 anni che ha passato in prigione, non ha mai avuto modo di uscire. Il corpo steso sul suo tavolo delle autopsie è proprio quello di Ronnie Joe Waddel?

La situazione si complica quando la dottoressa Kay Scarpetta si accorge che l’hard disk del suo computer è stato manomesso e, per scoprire il responsabile, chiede aiuto a sua nipote Lucy.

Sicuramente la manomissione del computer deve essere collegata alle indagini che sta svolgendo, perché da quel momento Kay inizia ad essere accusata ingiustamente.

Un altro omicidio, inoltre, sembra avvalorare ancora di più l’ipotesi che Ronnie Joe Waddel sia riuscito in qualche modo a sfuggire alla sedia elettrica, ma la verità è ancora lontana e le indagini continuano.

Con amarezza e stupore Kay si accorge che tutte le informazioni su Ronnie Joe Waddel sono sparite dai computer, compreso il report della sua autopsia e inizia a dubitare persino della sua stessa équipe.

Leggi anche: La Traccia, chiarire la misteriosa morte di una quattordicenne è il compito di Kay Scarpetta.

«Pronto?» disse una voce maschile che invece non riconob­bi. «Vorrei parlare con il capo medico legale, Kay Scarpetta.»


«Sono io» risposi.


«Oh, bene. Sono il detective Joe Trent. Ho trovato il suo numero sull'elenco, scusi se la disturbo a casa.»


Dal tono sembrava nervoso. «È che ci troviamo in una situazione... avremmo proprio bisogno del suo aiuto.»


«Di cosa si tratta?» chiesi, fissando ansiosamente il televiso­re. Stavano trasmettendo una pubblicità. Sperai che non mi volessero sulla scena di un nuovo delitto.


«Qualche ora fa un ragazzo bianco di tredici anni è stato adescato all'uscita di un negozio nel Northside. Gli hanno sparato alla testa. Potrebbero esserci dei risvolti a sfondo ses­suale.»


Ebbi un tuffo al cuore. Allungai la mano per prendere carta e penna. «Dov'è il cadavere?»


«Lo hanno ritrovato sul retro di una grande drogheria in Patterson Avenue. Voglio dire, che non è deceduto. Non ha ancora ripreso conoscenza, e in effetti non sappiamo nemme­no se se la caverà.


Quindi, visto che non c'è di mezzo un mor­to, so che non è un caso per lei. Però, vede, il fatto è che alcune ferite sono davvero strane. Non ne avevo mai viste di simili.


So che lei ha molta esperienza, così speravo che potesse aiu­tarmi a capire come e perché sono state procurate.»


«Me le descriva» dissi.


«Dunque, innanzitutto parliamo di due zone: una all'inter­no della coscia destra, in alto, verso l'inguine, l'altra intorno alla spalla destra. Mancano interi brandelli di carne, come se fossero stati asportati, e lungo i margini delle ferite compaio­no graffi e strane incisioni. In questo momento si trova all'Henrico Doctor's.»


«Avete rinvenuto i tessuti recisi?» Stavo scartabellando mentalmente i miei archivi alla ricerca di qualche analogia con casi del genere.


«Non ancora. Comunque i nostri uomini stanno continuan­do le ricerche, anche se l'aggressione potrebbe essere avvenu­ta all'interno di un veicolo.»


«Quale veicolo?»

«La macchina dell'aggressore. Il parcheggio dove è stato rinvenuto il corpo si trova a circa sei chilometri dal negozio in il ragazzo era stato visto l'ultima volta.
Probabilmente è salito sulla macchina di qualcuno, magari con la forza.» «Avete scattato delle foto alle ferite, prima di portarlo in ospedale?


«Sì, anche se i medici non possono fare molto. Visto il quan-Itivo di pelle mancante, sarà necessario effettuare un tra­tto - un trapianto a tutto spessore - hanno detto.»


Significava che gli avevano ripulito le ferite, somministrato antibiotici per via endovenosa e che adesso aspettavano aticargli un prelievo cutaneo dal gluteo. Se, invece, aveva cambiato idea e gli avevano scalzato i tessuti circostanti per suturare, allora non mi sarebbe rimasto granché da vedere. Non hanno suturato le ferite» dissi, così mi è stato riferito.» Vuole che venga a dare un'occhiata?»


Sarebbe magnifico» disse lui, sollevato. «Così potrà esaminare ferite di persona. Quando?»


Domani andrebbe benissimo.»


Accordo. A che ora? Se non le dispiace preferirei sul .»


Va bene alle otto? La aspetterò davanti al pronto soccorso.» sarò» dissi, mentre lo speaker televisivo mi fissava con pa. Riappesi, afferrai il telecomando e alzai il volume. genia? Nessuna novità da parte del governatore?»


La camera inquadrò il penitenziario di stato: un tratto del James River, appena fuori dal centro della città, duecento anni erano stati stipati i peggiori criminali. Nell'oscurità si agitavano manifestanti armati e sostenitori della pena capitale dai volti improvisamente spigolosi sotto la luce cruda dei riflettori. La vista di facce che ridevano mi gelò il sangue nelle vene. Poi, una graziosa corrispondente con un cappotto rosso in primo piano. Eccomi, Bill» esordì. «Come sai, nella giornata di ieri è stata istituita una linea telefonica diretta fra il penitenziario e del governatore Norring. Non si hanno ancora notizie, ma questo la dice lunga: se il governatore non intende in­tervenire, mantiene il silenzio.»


«E che atmosfera si respira? Ci sono fermenti?»


«No, per ora la situazione è tranquilla. Qui fuori sono ormai radunate alcune centinaia di persone, e il penitenziario è pra­ticamente deserto. La maggior parte dei detenuti è stata tra­sferita nel nuovo istituto di pena di Greensville, qui ne sono rimasti pochissimi.»


Spensi la tv. Qualche minuto dopo ero già in macchina, di­retta verso est, la sicura delle portiere abbassata e la radio ac­cesa. La stanchezza si stava insinuando in me come una spe­cie di anestesia. Mi sentivo appannata e malinconica. Odiavo le esecuzioni capitali. Odiavo aspettare la morte di qualcuno, per poi inciderne con il bisturi le carni ancora calde. Ero un medico con una specializzazione in legge. Mi avevano inse­gnato cosa dava la vita e cosa la toglieva, cosa era giusto e co­sa sbagliato. Poi, l'esperienza era diventata la mia maestra. Una maestra che con la mia parte più pristina, idealista e ana­litica, ci si era pulita le scarpe. È straziante ritrovarsi costretti ad ammettere che molti cliché sono veri. Non esiste giustizia a questo mondo. E nulla avrebbe mai potuto cancellare quello che Ronnie Joe Waddell aveva fatto.


Da nove anni era rinchiuso nel braccio della morte. Non ero stata io a occuparmi della sua vittima, uccisa prima che mi ve­nisse assegnato l'incarico di capo medico legale della Virginia e che mi trasferissi a Richmond. Ma avevo studiato il suo dossier, e conoscevo anche il più piccolo e raccapricciante dettaglio del­la vicenda. La mattina del quattro settembre di dieci anni pri­ma, Robyn Naismith aveva telefonato a Channel 8, dove lavo­rava come annunciatrice, dicendo di essere indisposta. Era uscita per comprare qualche medicina, poi era rincasata. Il giorno seguente avevano ritrovato il suo corpo nudo e strazia­to nel salotto, appoggiato contro il televisore. Un'impronta di sangue rilevata sull'armadietto dei medicinali era poi stata identificata come appartenente a Ronnie Joe Waddell.


Quando arrivai, sul retro dell'obitorio trovai alcune macchi­ne parcheggiate. Fielding, il mio vice, Ben Stevens, l'amministratore, e Sifwn Story, la mia assistente di sala, erano già lì.


Il portone della zona di carico era aperto e le luci illuminavano la pavimentazione catramata dell'interno. Mentre parcheggiava a mia volta, un agente della polizia di stato scese dall'auto pattuglia dov'era rimasto seduto a fumare.


Jon è rischioso tenere la porta aperta?» chiesi. Era un tizio e magro, con folti capelli bianchi. Sebbene in passato avessimo già avuto modo di parlarci, non riuscivo a ricordare i nome.


Per adesso non sembrano esserci problemi, dottoressa Scarpetta» rispose, allacciandosi la giacca di nylon pesante, ho visto in giro facce sospette.


In modo che così resti.»


L'importante è che lei non si allontani.» Sò contare su di me. In caso di difficoltà possiamo chiedere dei rinforzi. Pare ci siano molti manifestanti. Immagino abbia letto sul giornale di quella petizione. Hanno raccolto non so quante firme e l'hanno presentata al governatore.
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