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Nel dicembre del 1957 un lungo inverno di cenere e ombra avvolge Barcellona e i suoi vicoli oscuri. La città sta ancora cercando di uscire ...
Autore di successo mondiale, Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 25 settembre 1964) è uno scrittore spagnolo che ha iniziato la sua carriera n...
Khaled Hosseini , (Kabul, 4 marzo 1965), è uno scrittore e medico afgano, pashtun, nato a Kabul, dove ha vissuto la sua infanzia. Dal 198...
Si dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma, per Amir , il passato è una bestia dai lunghi artigli, pronta a inseguirlo e a riacciuffarlo ...
Si dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma, per Amir, il passato è una bestia dai lunghi artigli, pronta a inseguirlo e a riacciuffarlo quando meno se lo aspetta.
Sono trascorsi molti anni dal giorno in cui la vita del suo amico Hassan - il ragazzo dal viso di bambola, il cacciatore di aquiloni - è cambiata per sempre in un vicolo di Kabul. Quel giorno, Amir ha commesso una colpa terribile.
Così, quando una telefonata inattesa lo raggiunge nella sua casa di San Francisco, capisce di non avere scelta: deve partire, tornare a casa, per trovare il figlio di Hassan e saldare i conti con i propri errori mai espiati. Ma ad attenderlo, a Kabul, non ci sono solo i fantasmi della sua coscienza. C'è una scoperta sconvolgente, in un mondo violento e sinistro dove le donne sono invisibili, la bellezza è fuorilegge e gli aquiloni non volano più.
Trent'anni di storia afgana - dalla fine della monarchia all'invasione russa, dal regime dei Talebani fino ai giorni nostri - rivivono in questo romanzo emozionante e pieno d'atmosfera, diventato ormai un caso internazionale.
Pubblicato in sordina negli Stati Uniti nel 2003, grazie al passaparola dei lettori e ai suggerimenti dei librai il "bestseller silenzioso" di Khaled Hosseini ha già venduto quattro milioni di copie solo sul mercato americano, e in Italia ha raggiunto il vertice di tutte le classifiche.
Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo I torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, le dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.
Da bambini Hassan e io ci arrampicavamo su uno dei pioppi lungo il vialetto che portava a casa mia e da lassù infastidivamo i vicini riflettendo la luce del sole in un frammento di specchio. Ci sedevamo uno di fronte all'altro su un farne, le gambe nude a penzoloni, e mangiavamo more di liso e castagne di cui avevamo sempre le tasche piene. Usalo il frammento di specchio a turno, ci tiravamo le more ^ridevamo come matti. Vedo ancora i raggi di sole che fil-1O attraverso il fogliame illuminando il viso di Hassan perfettamente tondo, come quello di una bambola cinese di 10, con il naso largo e piatto, gli occhi a mandorla, stretti i una foglia di bambù, giallo oro, verdi, o azzurri come fi a seconda della luce. Ricordo le piccole orecchie e il mento appuntito
Non mi avrebbe mai rifiutato nulla. E la sua fionda era infallibile. Quando suo padre Ali ci scopriva, si arrabbiava — per quanto si potesse arrabbiare una persona gentile come lui - e minacciandoci con il dito ci faceva scendere dall'albero. Poi ci requisiva lo specchio e ci ripeteva quello che sua madre diceva a lui quando era piccolo: che anche il diavolo usa gli specchi per distrarre i musulmani dalla preghiera. «E ride mentre lo fa» aggiungeva sempre, guardando severamente il figlio.
«Sì, padre» balbettava Hassan con gli occhi a terra. Ma non mi ha mai tradito. Non ha mai confessato che tanto lo specchio quanto le castagne erano idee mie.
Il vialetto di mattoni rossi che conduceva al cancello in ferro battuto continuava all'interno della proprietà di mio padre, terminando nel giardino sul retro della casa.
Tutti ritenevano che casa nostra, la casa di Babà, fosse la più bella di Wazir Akbar Khan, un quartiere nuovo e ricco nella zona nord di Kabul. C'era addirittura chi pensava che fosse la più bella della città. Il vialetto d'accesso, fiancheggiato da cespugli di rose, conduceva a una grande costruzione con pavimenti in marmo e finestre immense.
Il pavimento dei quattro bagni era rivestito da intricati mosaici di piastrelle, scelte personalmente da Babà a Isfahan. Alle pareti delle stanze erano appesi arazzi intessuti con fili d'oro, che Babà aveva acquistato a Calcutta.Al piano superiore c'erano la mia camera da letto, quella di Babà e il suo studio, chiamato anche la "stanza del fumo", che profumava sempre di tabacco e cannella. Babà e i suoi amici se ne stavano lì, dopo cena, sdraiati sulle poltrone di pelle nera. Caricavano le pipe - Babà diceva "rimpinzare" -e discutevano dei loro tre argomenti preferiti: politica, affari, calcio. A volte chiedevo a Babà il permesso di rimanere con loro, ma lui ogni volta mi rispondeva: «Questo è il momento degli adulti. Perché non vai a leggere un libro?». Poi chiudeva la porta lasciandomi solo a domandarmi perché con lui fosse sempre il momento degli adulti. Mi sedevo in corridoio, le ginocchia piegate contro il petto, e a volte rimanevo lì un'ora, anche due, ad ascoltare chiacchiere e risate.
Il soggiorno al pianterreno aveva una parete curvilinea con mobili costruiti su misura. Sui muri immagini di famiglia. Una vecchia foto sgranata del nonno con re Nadir Shah, del 1931, due anni prima che il sovrano venisse assassinato: stivali da caccia, fucile in spalla e ai loro piedi un cervo abbattuto. C'era una foto del matrimonio dei miei genitori: mio padre elegantissimo nel suo completo nero, mia madre una (giovane e sorridente principessa in bianco. In un'altra foto lo padre e il suo migliore amico e socio in affari, Rahim lan, ritratti all'esterno della casa.
Nessuno dei due sorride, sono anch'io, in braccio a mio padre che ha l'aria stanca triste. Le mie dita stringono il mignolo di Rahim Khan. Di fianco al soggiorno c'era la sala da pranzo. Dal soffitto pendeva un lampadario di cristallo e al centro della , c'era un tavolo di mogano intorno al quale potevano SÌ una trentina di invitati - cosa che, dato che mio amava dare feste sontuose, accadeva quasi ogni settimana.
All'estremità meridionale del giardino, all'ombra di un nespolo, c'era la casa dei domestici, una capanna di argilla dove abitavano Hassan e Ali e dove io, nei diciotto anni in cui vissi lì, entrai pochissime volte. Era una stanza spoglia ma pulita, male illuminata da due lampade al cherosene e arredata con due materassi appoggiati alle pareti, uno di fronte all'altro, un vecchio tappeto di Herat con i bordi sfilacciati, uno sgabello a tre gambe e, in un angolo, un tavolo dove Hassan disegnava. Appeso al muro, solo un piccolo arazzo con le parole Allah-u-akbar, ricamate a perline, che Babà aveva regalato ad Ali di ritorno da uno dei suoi viaggi a Mashad.
Era in quella capannuccia che Sanaubar, la madre di Hassan, l'aveva messo al mondo nell'inverno del 1964. Mentre mia madre era morta dandomi alla luce, Hassan aveva perso la sua una settimana dopo la nascita, in un modo che per un afghano è peggio della morte: Sanaubar era fuggita con una compagnia di ballerini e cantanti girovaghi.
Hassan non parlava mai di lei, come se non fosse mai esistita. Mi chiedevo se la sognava, se immaginava che aspetto avesse e dove si trovasse. Mi domandavo se desiderava incontrarla. Provava anche lui la nostalgia struggente che provavo io per la madre che non avevo mai conosciuto?Un giorno, mentre andavamo al cinema Zainab a vedere un nuovo film iraniano, prendemmo la scorciatoia che attraversava la caserma vicino alla scuola media Istiqlal. Babà ce l'aveva severamente proibito, ma in quel periodo si trovava in Pakistan con Rahim Khan. Scavalcammo lo steccato che circondava la caserma, superammo un torrente e sbucammo in uno spiazzo di terra battuta dove arrugginivano vecchi carri armati abbandonati. Alcuni soldati giocavano a carte r fumavano all'ombra di uno di quei relitti. Uno ci scorse i-, dando di gomito al suo vicino, chiamò Hassan.
«Ehi, tu. Io ti conosco.»Non l'avevamo mai visto prima. Era un uomo tarchiato con la testa rasata e una barba nera di qualche giorno. Il modo in cui ci guardava, con un sorriso lascivo, mi spaventò. «Non fermarti» dissi tra i denti.
«Ehi, hazara! Guardami in faccia quando ti parlo!» gli urlò il soldato. Passò la sigaretta al suo vicino, unì indice e pollice della mano destra e infilò il medio della sinistra in quel cerchietto. Dentro e fuori. Dentro e fuori. «Ho conosciuto tua madre, lo sapevi? L'ho conosciuta proprio bene. L'ho presa da dietro laggiù, vicino al torrente.»
I soldati scoppiarono in una risata. Uno fischiò. «Non fermarti, non fermarti» ripetei.
«Che fica stretta e zuccherosa aveva!» diceva ghignando un soldato, mentre i suoi camerati gli stringevano la mano. Più li, nel buio del cinema, sentii Hassan singhiozzare.
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II volto bagnato di sudore e lacrime, l'uomo corre per salvarsi la vita.
"Eccolo! Eccolo là!"
L'ex schiavo non capisce bene da dove venga la voce. Dalle sue spalle? Da sinistra o da destra? Dal tetto di una delle case decrepite che si allineano lungo queste sordide strade acciottolate? Nell'aria di luglio calda e densa come paraffina, l'uomo smilzo salta un cumulo di stereo di cavallo. I net turbini non arrivano qui, in questa parte della città. Charles Singleton si ferma presso un bancale con un'alta pila di bari lotti appoggiata sopra, tentando di riprendere fiato.
La detonazione di una pistola. Il proiettile si perde chissà dove. L'eco secca dell'arma da fuoco lo riporta di colpo alla guerra: quei momenti assurdi e folli in cui manteneva la sua posizione con indosso una polverosa divisa blu, puntando un pesante moschetto su uomini dalla polverosa divisa grigia, che a loro volta puntavano i fucili su di lui.
Adesso corre più veloce. Quelli sparano di nuovo. Anche stavolta mancano il bersaglio.
"Qualcuno lo fermi. Cinque dollari in oro per chi lo prende."
Ma i pochi già per strada a quest'ora, irlandesi per lo più, stracciaioli o operai che se ne vanno al lavoro con le piccozze e i secchi per la calce, non pensano affatto a fermare il negro, che ha lo sguardo feroce, muscoli grossi e una determinazione spaventosa. Quanto alla ricompensa, a offrirla a gran voce è stato un poliziotto, il che significa che la promessa non sarà mantenuta.
Una fotografia mostrava Charles Singleton a ventotto anni, con indosso la divisa della Guerra Civile. Era alto e aveva mani grandi. L'uniforme tesa sul petto e sulle braccia lascia va intuire muscoli possenti. Labbra grosse, zigomi alti, viso tondo e pelle molto scura.
Fissando quel volto serio, con quegli occhi calmi e penetranti, la ragazza credette di trovare qualche somiglianza tra sé e lui. Si riconobbe nei lineamenti dell'antenato, nella rotondità del viso, nell'intensa sfumatura della pelle. Tuttavia, del fisico di Singleton le era rimasto ben poco: come le ragazze di Delano Project amavano farle notare, Geneva Seattle era magra quanto un ragazzine delle elementari.
Riprese a leggere, ma un rumore la interruppe. Un click nella sala. Lo scatto di una serratura? Poi dei passi. Una pausa. Un altro passo. Poi silenzio. Geneva guardò dietro di sé, tuttavia non vide nessuno.
Provò un brivido, ma disse a se stessa che non doveva avere paura. Erano stati i brutti ricordi a innervosirla: le ragazze di Delano che la picchiavano nel cortile della Langston Hughes High School e quella volta che Tonya Brown e la sua banda delle St. Nicholas Houses l'avevano trascinata in un vicolo e massacrata di botte, tanto da farle saltare un molare. I ragazzi erano quelli che mettevano le mani addosso, quelli che faceva no gli stronzi. Ma era con le ragazze che scorreva il sangue.
Falla a fette. Falla a fette, la troia...
Ancora passi. Un'altra pausa.
Silenzio.
Non che il posto fosse per sua natura rassicurante. Buio, silenzioso, con un sentore di muffa nell'aria. E non c'era nessun altro, non alle otto e un quarto del martedì mattina. Il museo era ancora chiuso (i turisti erano a letto o stavano facendo colazione), ma la biblioteca apriva alle otto. Geneva era fuori ad aspettare già da prima: moriva dalla voglia di leggere quell'articolo.
In quel momento occupava un cubicolo in fondo a una grande sala da esposizioni, tra manichini senza volto che indossavano costumi dell'Ottocento. Alle pareti erano appesi dipinti di uomini e donne dai cappelli bizzarri e di cavalli dalle zampe ossute.
Alle sue spalle galoppano gli agenti a cavallo. Altri ne appaiono davanti a lui, agli ordini di un poliziotto con l'elmetto in testa, che brandisce una pistola. "Alt! Fermo dove sei, Charles Singleton! Sono il capitano Walter Simms. Sono due giorni che ti cerco."
D liberto obbedisce. Le spalle forti si incurvano, le braccia pendono lungo i fianchi, i polmoni si riempiono dell'aria umida e rancida che sale dal fiume Hudson. Charles è vicino agli uffici dei rimorchiatori. Lungo il corso del fiume, vede svettare gli alberi dei velieri, a centinaia, con la loro promessa di libertà. Si appoggia, ansante, alla grande insegna della Swiftsure Express Company e guarda il capitano avvicinarsi. Gli zoccoli del cavallo fanno un sonoro clop, clop, clop sul l'acciottolato.
"Charles Singleton, sei in arresto per furto. Arrenditi, o ti prenderemo con la forza. In un caso o nell'altro, finirai in ca ene. Se scegli la resa non ti verrà fatto del male. Se invece scegli di resistere ne pagherai care le conseguenze. A te la decisione."
"Sono accusato di un crimine che non ho commesso! "
"Te lo ripeto: arrenditi o muori. Non hai altra scelta."
"Nossignore, ne ho un'altra", grida Charles. E riprende la fuga, verso il molo.
"Fermati o spariamo!" intima il capitano Simms.
Ma il liberto si lancia oltre il parapetto del molo, come un cavallo che salta un ostacolo. Per un momento sembra sospeso in aria, poi precipita per una decina di metri e si tuffa nelle acque torbide dell'Hudson, mormorando alcune parole: forse una preghiera a Gesù, forse una dichiarazione d'amore alla moglie e al figlio. Qualunque cosa sia, gli inseguitori non riescono a sentirlo.
Una ventina di metri più in là, il quarantunenne Thompson Boyd fece un passo verso la ragazza dopo essersi sistemato il passamontagna sulla faccia, con i buchi in corrispondenza degli occhi. Controllò che il tamburo del revolver non si in ceppasse. L'aveva già fatto prima, ma nel suo mestiere non si poteva mai essere sicuri. Rimise in tasca l'arma ed estrasse lo sfollagente dal taglio praticato nel suo impermeabile scuro.
Fra lui e il tavolo del lettore di microfiche c'erano gli scaffali di libri della sala dei costumi. Premette le dita infilate nei guanti di lattice sugli occhi, che quella mattina bruciavano più del solito. Batté le palpebre dal dolore.
Si guardò intorno di nuovo, per assicurarsi che la sala fosse effettivamente deserta.
Non c'erano guardiani, né lì né al piano di sotto. Non c'era no videocamere di sicurezza né registri dei visitatori. Tutto be ne. Ma qualche problema logistico c'era lo stesso. Poiché nel la sala regnava un silenzio di tomba e Thompson non poteva avvicinarsi in silenzio alla sua vittima, il rischio era che la ra gazza, sapendo che c'era qualcuno nella sala, si mettesse in allarme.
Perciò, dopo essere entrato in quell'ala della biblioteca e avere chiuso a chiave la porta dietro di sé, si era prodotto in una risata. Thompson Boyd aveva smesso di ridere da parecchi anni. Ma era un artigiano che capiva il potere della risata e sapeva come impiegarlo a proprio vantaggio, nel suo lavo ro. Una risata, un saluto amichevole e il rumore di un cellulare che veniva chiuso l'avrebbero di sicuro tranquillizzata, lo sapeva.
Il trucco sembrava funzionare. Sbirciò oltre la lunga fila di scaffali e scorse la ragazza concentrata sullo schermo. La vide stringere i pugni nervosamente, mentre leggeva.
Fece per avvicinarsi.
Thompson sbirciò l'ennesima volta. La ragazza, era tornata a sedersi e stava leggendo uno dei libri, aperto in cima alla pila. Ne aveva una dozzina davanti a sé. Con il sacchetto in cui aveva messo preservativi, taglierino e nastro adesivo nella mano sinistra e con lo sfollagente nella destra, si avviò verso di lei.
Le si avvicinò da dietro: sei metri, cinque, trattenendo il respiro.
Tre metri. Anche se si fosse voltata di scatto, ora lui avrebbe potuto raggiungerla con un balzo, rompendole un ginocchio o colpendola alla testa.
Due metri, uno e mezzo...
Si fermò e depose il set da stupro su uno scaffale. Afferrò lo sfollagente di lucido legno di rovere con entrambe le mani e lo sollevò in aria. Fece un passo avanti.
La ragazza, intenta a leggere, non si era minimamente accorta del suo aggressore, ormai a un metro da lei. Con tutte le sue forze, Thompson abbatté lo sfollagente sul berretto di maglia della ragazza.
Crack...
All'impatto sordo del legno sulla testa, una dolorosa vibrazione si riverberò nelle mani di Thompson.
Ma qualcosa non andava. Il suono, la sensazione, non era no quelli giusti. Che cosa stava succedendo?
Thompson Boyd balzò all'indietro, mentre il corpo cade va sul pavimento.
E andava in pezzi.
Il torso del manichino cadde da una parte, la testa rotolò da un'altra. Thompson rimase a fissarlo attonito per un istante. Sulla metà inferiore dello stesso manichino era drappeggiato un vestito rigonfio, uno di quelli in mostra come esempi di abbigliamento delle donne nell'America della ricostruzione.
No...
In qualche modo, la ragazza doveva avere intuito la minaccia che incombeva su di lei. Aveva sfilato i libri dagli scaffali come alibi per alzarsi, prendere un manichino, vestirne la metà superiore con là sua felpa e il suo berretto e infine sistemarlo sulla sedia.
Ma adesso dov'era?
Il rumore dei passi in corsa era la risposta alla sua domanda.
Thompson Boyd la sentì scappare verso l'uscita di sicurezza. Rimise lo sfollagente nel taglio dell'impermeabile, estrasse la pistola e si lanciò all'inseguimento.
Maya Vidal, l'adolescente protagonista del nuovo romanzo di Isabel Allende, caduta nel circuito dell'alcol e della droga, riesce a ...
Una settimana fa, all'aeroporto di San Francisco, la nonna mi abbracciò senza piangere e mi ripeté che, se avevo a cuore la mia esistenza, non dovevo mettermi in contatto con nessuno finché non avessimo avuto la certezza che i miei nemici non mi cercavano più. La mia Nini è paranoica, come tutti gli abitanti della Repubblica popolare indipendente di Berkeley, perseguitati dal governo e dagli extra-ri, ma nel mio caso non stava esagerando: qualsiasi prevenzione non sarebbe stata di troppo. Mi consegnò un quaderno con cento pagine perché tenessi un diario della mia vita come avevo fatto dagli otto ai quindici anni, quando ancora il destino non mi aveva girato le spalle. "Avrai tempo per te, Maya. Approfitta per scrivere delle enormi sciocchezze che hai commesso, magari in questo modo ti rendi conto della loro portata" mi disse.
Per non offenderla, misi il quaderno nello zaino, ma non avevo intenzione di usarlo, anche se qui, in effetti, il tempo si dilata e scrivere è un modo per occuparlo. Questa prima settimana di esilio è stata lunga per me. Mi trovo su un'isoletta quasi invisibile sulla carta geografica, calata in pieno Medioevo. Mi risulta complicato scrivere della mia vita, perché non distinguo tra i ricordi e ciò che è frutto della mia immaginazione; la pura verità può risultare tediosa e per questa ragione, senza rendermene conto, la modifico o la enfatizzo, anche se mi sono riproposta di correggere questo difetto e di mentire il meno possibile in futuro. Ed è così che ora, quando perfino gli yanomamis dell'Amazzonia usano i computer, mi ritrovo a scrivere a mano. Procedo lentamente e la mia grafia sembra cirillico, visto che nemmeno io riesco a decifrarla, ma immagino che pagina dopo pagina inizierà a migliorare. Scrivere è come andare in bicicletta: non lo dimentichi, per quanto passino anni senza fare pratica. Cerco di procedere in ordine cronologico, dato che un qualche ordine ci deve essere, e ho pensato che seguire questo mi sarebbe risultato faci^ le, ma perdo il filo, divago o mi ricordo di qualcosa di importante diverse pagine più avanti e non c'è più modo di inserirlo. La mia memoria si muove tra cerchi, spirali e acrobazie da trapezista.
Sono Maya Vidal, diciannove anni, sesso femminile, nubile, senza un innamorato per mancanza di opportunità e non perché sia schizzinosa, nata a Berkeley, California, passaporto americano, temporaneamente rifugiata in un'isola nel Sud del mondo. Mi hanno chiamato Maya perché la mia Nini ha una passione per l'India e perché ai miei genitori non è venuto in mente un altro nome, pur avendo avuto nove mesi tempo per pensarci. In indi maya significa "incantesimo, illusione, sogno". Niente a che vedere col mio carattere. Attilla mi starebbe meglio, perché dove passo lascio solo terra bruciata.
La mia storia inizia in Cile con mia nonna, la mia Nini, molto prima che nascessi, perché se lei non fosse emigrata all’estero, non si sarebbe innamorata del mio Popò né si sarebbe stabilita in California, mio padre non avrebbe conosciuto mia madre e io non sarei io, bensì una ragazza cilena molto diversa.
Come sono? Un metro e ottanta, cinquantotto chili, gambe muscolose, mani impacciate, occhi azzurri o grigi, secondo l'ora del giorno, probabilmente bionda, ma non ne sono certa visto che da parecchi anni non vedo il colore naturale dei miei capelli. Non ho ereditato l'aspetto esotico di nonna, con la sua pelle olivastra e quelle occhiaie scure e danno un'aria dissoluta, e nemmeno quello di mio padre, eJegante come un torero e altrettanto vanitoso; non assomiglio nemmeno a mio nonno,il mio magnifico Popò, sfortunatamente non è il mio progenitore biologico ma il secondo marito della mia Nini.
Assomiglio a mia madre, almeno per corporatura e colore della pelle, una principessa della Lapponia, come credevo prima di avere l'uso della ragione, ma una hostess danese della quale padre, pilota, s'innamorò in aria. Lui era troppo giovane per sposarsi, ma si mise in testa che quella era la donna della sua vita e la inseguì con ostinazione finché lei non accettò per stanchezza. O forse perché era incinta. Il fatto è che se ne pentirono dopo meno di una settimana.. Qualche giorno dopo quando suo marito era in volo, mia madre fece le valigie,e prese un taxi. La mia Nini era in giro per San Francisco a fare campagna contro la Guerra del Golfo, ma il mio Popò trovò il fagotto che lei gli allungò senza dargli nessuna spiegazione,prima di salire di corsa sul taxi che la stava aspettando.
La nipotina era così leggera che stava in una sola mano del nonno. Poco dopo la principessa danese spedi per posta i documenti del divorzio e già che c'era la rinuncia all'affidamento della figlia. Mia madre si chiama Marta Otter e l'ho conosciuta l'estate dei miei otto anni, quando i nonni mi portarono in Danimarca.
Sono in Cile, il paese di mia nonna Nidia Vidal, dove l'oceano si mangia la terra a morsi e il continente sudamericano si sgrana in isole. Per essere precisi, mi trovo a Chiloé, nella regione di Los Lagos, tra il parallelo 41 e il 43, latitudine Sud, un arcipelago di circa novemila chilometri quadrati di superficie e più o meno duecentomila abitanti, tutti più bassi di me. In mapudungun, la lingua degli indigeni della regione, Chiloé significa terra dei cahuiles, i gabbiani dalla voce stridula e dalla testa nera, ma si sarebbe dovuta chiamare terra del legno e delle patate. Oltre a Isla Grande, dove si trovano le città più popolose, ci sono molte piccole isole, parecchie delle quali disabitate. Alcune formano piccoli gruppi di tre o quattro e sono così vicine le une alle altre che con la bassa marea sono collegate tra loro via terra, ma non ho avuto la fortuna di finire in una di queste: vivo a quarantacinque minuti di lancia a motore, con mare calmo, dal paese più vicino.
Il mio viaggio dal Nord della California fino a Chiloé è iniziato sulla nobile Volkswagen gialla di mia nonna, che dal 1999 ha avuto diciassette incidenti ma corre come una Ferrari. Sono partita in pieno inverno, in uno di quei giorni ili vento e pioggia in cui la baia di San Francisco perde i colori, e il paesaggio sembra disegnato col pennino, bianco, nero,! grigio. La nonna guidava con il suo stile, a singhiozzi, aggrappata al volante come a un salvagente, con gli occhi inchiodati su di me più che sulla strada, intenta a darmi le ultime istruzioni. Non mi aveva ancora spiegato esattamente dove mi stava mandando; Cile era stata l'unica parola che mi aveva detto quando aveva progettato il piano per farmi sparire. In macchina mi rivelò i particolari e mi consegnò una piccola guida turistica in edizione economica.
"Chiloé? Ma che posto è questo?" le domandai. "Lì ci sono tutte le informazioni di cui hai bisogno" disse indicando il libro.
"Sembra piuttosto lontano..."
"Più ti allontani e meglio è. A Chiloé ho un buon amico, Manuel Arias, l'unica persona al mondo, oltre a Mike Kelly, a cui posso chiedere di tenerti nascosta per uno o anni. "
"Uno o due anni? Ma sei impazzita, Nini?"
"Senti, ragazzina, ci sono momenti in cui non si ha il minimo controllo sulla propria vita, le cose succedono e basta, e questo è proprio uno di quei momenti" mi annunciò con il viso incollato al parabrezza, cercando di orientarsi, mentre viaggiavamo alla cieca nel groviglio di autostrade, arrivammo appena in tempo all'aeroporto e ci separammo senza troppe smancerie; l'ultima immagine che conservo e la Volkswagen che si allontana a sobbalzi nella pioggia. Viaggiai per diverse ore fino a Dallas, premuta tra il finestrino una cicciona che sapeva di noccioline tostate e poi su un aereo, che mi avrebbe lasciato a Santiago dieci ore dopo ero affamata, in preda a ricordi, pensieri e immersa nella lettura del libro su Chiloé, che esaltava le bellezze delle chiese di legno e la vita rurale.
All'improvviso apparve una valle verde, i campi seminati e in lontananza Santiago, dove sono natimia nonna e mio padre e dove vive un pezzo della storia della mia famiglia.
Del passato di mia nonna, raramente ne parla, come se la sua vita fosse iniziata solo quando conobbe il mio Popò. Nel 1974, in Cile, morì il suo primo marito, Felipe Vidal, qualche mese dopo il golpe militare che abbatté il governo socialista di Salvatore Allende e instaurò nel paese una dittatura. Rimasta vedova, decise che non voleva vivere sotto un regime oppressivo ed emigrò in Canada con il figlio Andrés, mio padre. Lui non ha potuto aggiungere molto a questo racconto, perché ricorda poco della sua infanzia, ma venera ancora suo padre, di cui sono sopravvissute solo tre fotografie. "Non torneremo mai, vero?" commentò Andrés sull'aereo che lo portava in Canada. Non era una domanda, ma un'accusa. Aveva nove anni, negli ultimi mesi era maturato all'improvviso e pretendeva spiegazioni, dato che si rendeva conto che sua madre stava cercando di proteggerlo con mezze verità e mezze bugie. Aveva accettato con forza d'animo la notizia dell'improvviso attacco di cuore di suo padre e il fatto che fosse stato sepolto senza che gli fosse concesso di vedere il corpo e di congedarsi da lui. Poco dopo si era ritrovato su un aereo diretto in Canada. "Certo che torneremo, Andrés" gli aveva assicurato sua madre, ma lui non le aveva creduto.
A Toronto erano stati accolti dai volontari del Comitato per i rifugiati, che li rifornirono di indumenti adeguati e li sistemarono in un appartamento ammobiliato, con i letti fatti e il frigorifero pieno. Per i primi tre giorni, finché durarono le provviste, madre e figlio rimasero rinchiusi, rabbrividendo per la solitudine, ma al quarto giorno apparve un'assistente sociale che parlava uno spagnolo discreto a informarli dei benefici e dei diritti di qualsiasi abitante del Canada. Prima di tutto ricevettero lezioni intensive di inglese e il bambino !u iscritto a scuola nella classe che gli corrispondeva; poi Nidi| riuscì a ottenere un posto come autista per evitarsi l'umiliazione di ricevere l'elemosina dallo stato senza lavorare.
Il breve autunno canadese cedette il passo a un inverni polare, stupendo per Andrés, ora chiamato Andy, che scoprì la gioia del pattinaggio sul ghiaccio e dello sci, ma insopportabile per Nidia, che non riuscì a trovare del calore Ine a superare la tristezza di aver perso suo marito e il suo paese. Il suo stato d'animo non migliorò con l'arrivo di un'incerta primavera né con i fiori, che spuntarono come per magia in una sola notte là dove prima c'era un duro strato di neve. Si sentiva priva di radici e teneva la valigia pronta, in tesa dell'opportunità di tornare in Cile non appena fosse finita la dittatura, non potendo immaginare che sarebbe durata sedici anni.
Nidia Vidal rimase a Toronto per un paio d'anni, contando i giorni e le ore, finché non conobbe Paul Ditson II, il mio Popo, un professore dell'Università di Berkeley che era anche a Toronto per tenere una serie di conferenze su uno sfuggente pianeta, la cui esistenza cercava di dimostrare mediante calcoli poetici e salti d'immaginazione. Il mio Popò, uno dei primi astronomi afroamericani a esercitare una professione in cui la schiacciante maggioranza era bianca, era un'eminenza nel suo campo, autore di diversi libri.
Per una di quelle casualità da romanzo aveva concluso la sua visita in Cile lo stesso giorno del 1974 in cui lei era partita con suo figlio per il Canada. Sono arrivata a pensare che poteva benissimo darsi che, senza conoscersi, fossero stati vicini in aeroporto, in attesa dei rispettivi voli, ma stando a loro ciò non è possibile, perché lui avrebbe notato quella bella donna e anche lei lo avrebbe visto, perché un nero richiamava l'attenzione nel Cile di allora, specialmente se così alto ed elegante come il mio Popò.
A Nidia fu sufficiente una mattina di guida per Toronto insieme al suo passeggero per capire che possedeva la rara combinazione di una mente brillante con la fantasia di un sognatore e la totale mancanza di senso pratico, che lei invece si vantava di possedere in abbondanza. La mia Nini non riuscì mai a spiegarmi come arrivò a tale conclusione dal volante dell'automobile e in mezzo al traffico caotico, ma il fatto è che ci prese in pieno. L'astronomo sembrava sperso co me il pianeta che cercava nel ciclo; poteva calcolare in meno di un batter d'occhio quanto ci mette una navicella spaziale ad arrivare sulla Luna viaggiando a 28.286 km all'ora, ma rimaneva perplesso davanti a una caffettiera elettrica. Era da anni che lei non sentiva il vago battito d'ali dell'amore e quel l'uomo, molto diverso dagli altri che aveva conosciuto nei suoi trentatré anni, la intrigava e la attirava.
Anche il mio Popò, piuttosto spaventato dalla temerarietà con cui la sua autista guidava, provava curiosità per la donna che si nascondeva dietro una divisa troppo grande. Non era uomo da cedere facilmente agli impulsi sentimentali e se mai gli attraversò la mente l'idea di sedurla, la scartò immediatamente quasi fosse una seccatura. Invece la mia Nini, che non aveva nulla da perdere decise di affrontare apertamente l'astronomo
Isabel Allende Llona (Lima, 2 agosto 1942) è una delle autrici latinoamericane di maggior successo al mondo, con libri come La casa degli sp...