Henning Mankell (Stoccolma, 3 febbraio 1948) è uno scrittore svedese, noto principalmente per i suoi romanzi polizieschi che hanno come p...

Henning Mankell (Stoccolma, 3 febbraio 1948) è uno scrittore svedese, noto principalmente per i suoi romanzi polizieschi che hanno come protagonista il personaggio di Kurt Wallander, commissario della polizia di Ystad.

Con il primo libro del commissario Wallander (Assassino senza volto) ha vinto il premio Glasnyckeln dedicato ai migliori romanzi gialli dei paesi scandinavi. Lo scrittore vive fra la Svezia ed il Mozambico e dal 1998 è sposato con la regista teatrale e televisiva Eva Bergman, figlia di Ingmar Bergman.


Mankell è nato a Stoccolma e cresciuto nelle città svedese di Sveg (Härjedalen) e di Borås (Västergötland). Il padre di Mankell, Ivar, era un giudice e il nonno, da cui prese il nome Henning, un compositore . All'età di 20 anni, aveva già iniziato la sua carriera di autore e assistente presso il Riksteater di Stoccolma.

Negli anni seguenti ha collaborato con diversi teatri in Svezia. Nel 1985 ha fondato il teatro Avenida, a Maputo in Mozambico, dove trascorre buona parte del suo tempo e dove trova l'ispirazione per il proprio lavoro.

Recentemente ha costituito una propria casa editrice (Leopard Förlag) col fine di aiutare i giovani talenti africani e svedesi. Negli anni settanta, Mankell andò a vivere in Norvegia con una norvegese membro di un partito maoista comunista del Lavoro. Mankell collaborò alle attività di quel partito, pur senza mai farne parte. Oggi è sposato con Eva Bergman, figlia di Ingmar Bergman. Il 2 giugno 2008 gli è stato conferita la Laurea honoris causa dalla Saint Andrews University in Scozia.

Serie del commissario Kurt Wallander:

1992 - Assasino senza volto.
Una fredda giornata di gennaio poco prima dell'alba, in un paese del sud della Svezia, un contadino scopre che i suoi vicini sono stati assaliti e picchiati barbaramente.
Incredulo di fronte a tanto sangue, avverte la polizia.
Quello che vede il commissario Wallander è peggio di quanto avesse immaginato. Molto peggio. L'uomo è stato torturato a morte, la donna è ancora viva, legata a una sedia, anche lei vittima di una violenza senza ragione. Prima di morire, sussurra le ultime parole: «Straniero, straniero».
E in Svezia queste sono parole che possono scatenare la rabbia di molti, far esplodere l'odio razziale che cova in una società minata da una profonda inquietudine. Basta una fuga di notizie e comincia la caccia all'uomo. 
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1992 - I cani di Riga.
I cani di Riga (titolo originale Hundarna i Riga), romanzo giallo dello scrittore svedese Henning Mankell, è la seconda storia della saga dell'ispettore di polizia Kurt Wallander.
Il romanzo è ambientato, a Ystad, Svezia e a Riga, Lettonia.
Un canotto alla deriva con i corpi di due uomini viene ritrovato sulle coste della Svezia meridionale; il commissario Kurt Wallander indaga ed è indirizzato su una pista che lo porta a Riga, capitale della Lettonia.
Il detective si trova invischiato in un intreccio di avvenimenti che hanno sullo sfondo l'instabile scenario politico lettone determinatosi dopo la caduta dell'impero sovietico e prima del periodo di prosperità economica in cui il paese baltico si troverà solo a partire dall'anno 2000.
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1993 - La leonessa bianca.
La leonessa bianca (Den vita lejoninnan) è un romanzo dello scrittore svedese Henning Mankell che, edito nel 1998, costituisce la terza storia della saga dell'ispettore di polizia Kurt Wallander. Il romanzo è ambientato, a Ystad, Svezia e in Sudafrica. La prima edizione italiana del romanzo è stata pubblicata nell'anno 2003 da Marsilio.
A proposito dell'ambientazione in Sudafrica di gran parte del romanzo, va detto che lo scrittore vive da anni parzialmente proprio nel paese africano. Anche da questo romanzo, come da molti altri scritti da Mankell, è stato tratto nel 1996 un film di produzione svedese intitolato Den Vita lejoninnan e diretto da Per Berglund.
La trama si snoda su due livelli paralleli: uno, ambientato durante l'ultimo...
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1994 - L'uomo che sorrideva.
Una fredda e buia sera di ottobre nel sud della Scania. L'avvocato Gustaf Torstensson sta tornando a casa dopo una visita a un cliente. 
All'improvviso scorge una figura legata a una sedia al centro della strada. 
Con una brusca frenata evita la collisione. Scende dall'auto, fa alcuni passi e viene colpito violentemente alla nuca. Il giorno successivo, l'avvocato viene trovato morto all'interno della sua macchina capovolta in un campo. 
Nel frattempo, il commissario Kurt Wallander vaga irrequieto su una spiaggia a Skagen all'estremo nord della Danimarca. Da mesi è in preda a una forte depressione. Si sente finito, è deciso a porre termine alla sua carriera di poliziotto.

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1995 - La Falsa Pista.
Estate 1994. Gli svedesi siedono incollati ai televisori per seguire il campionato del Mondo di Calcio. Ma per Kurt Wallander, il commissario della squadra criminale di Ystad, la festa si trasforma in un incubo.
Nella magnifica estate nordica una ragazza si cosparge di benzina e si dà fuoco in un campo di colza in fiore. Poco dopo un ex ministro di grazia e giustizia, con un passato pieno di ombre, viene trovato sulla spiaggia con la spina dorsale spezzata e scotennato.
È l’inizio di una terribile serie di omicidi: come un indiano sul piede di guerra, un brutale assassino uccide silenziosamente e strappa lo scalpo al nemico sconfitto.. Ma qual è il legame tra un ministro in pensione, un antiquario affermato e un comune ricettatore? Perché l'assassino scotenna le sue vittime?
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1996 - La Quinta Donna.
Maggio 1993: in Algeria i fondamentalisti islamici uccidono quattro suore. La quinta donna massacrata è una turista svedese. La polizia algerina cerca di insabbiare il caso.
Settembre 1994: una serie ili orribili delitti scuote il sud della Svezia. Un anziano signore, appassionato bird-watcher che si diletta di poesia, cade in una trappola feroce. Il suo corpo viene ritrovato in pasto ai corvi, trapassato da canne di bambù.
Qualche giorno dopo, nel bosco, legalo a un albero si scopre il cadavere di un fiorista, un amabile cultore di orchidee. È stato strangolato.
Non passa molto tempo che il corpo senza vita di un ricercatore dell'università riaffiora, chiuso in un sacco, tra le acque di un lago.
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1997 - Delitto di Mezza Estate.
Delitto di mezza estate (titolo originale Steget efter - One step behind) è un romanzo giallo dello scrittore svedese Henning Mankell edito nel 1997; è la settima storia della saga dell'ispettore di polizia Kurt Wallander ed è ambientata, come le altre, a Ystad, Svezia.
Tre ragazzi vengono uccisi in un bosco durante la festa del solstizio d'estate. Uno dei principali collaboratori di Wallander, l'ispettore Svedberg viene trovato morto. Sembra che tra i delitti ci sia un collegamento.
Svedberg in segreto aveva condotto un'indagine sui tre ragazzi e nascosto del materiale tra cui una fotografia di donna.
Che cosa unisce l'ispettore ucciso ai ragazzi e alla donna?
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1998 - Muro di Fuoco.
Dopo una serata trascorsa in un locale, due ragazze, di cui una minorenne, aggrediscono un tassista con un martello e lo finiscono a coltellate.
Il commissario Wallander non riesce a crederci, incapace di trovare una logica nei gesti dei nuovi assassini, ma è sicuro che quell'omicidio nasconda qualcosa.
Altri delitti lo coinvolgono in indagini sempre più complesse: il cadavere di un uomo viene trafugato dall'obitorio e riportato ai piedi del Bancomat dove era stato ritrovato; qualche, giorno dopo, in seguito a un imponente blackout, in una centrale elettrica si scopre il corpo carbonizzato di una ragazza.
Diversi tasselli di un unico disegno. Per ricomporlo, Wallander deve affrontare una nuova dimensione del crimine.
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1999 - Piramide (Pyramiden - The Pyramid).
2002 - Prima del gelo (Innan frosten - Before the frost).

2009 - L'Uomo Inquieto.
Ritroviamo in questo nuovo lavoro di Mankell, il commissario Kurt Wallander protagonista della serie di libri che lo scrittore ha dedicato al romanzo giallo.
Un po’ di anni sono passati dall’ultima volta che l’abbiamo incontrato, come sempre impegnato nel suo lavoro presso la polizia di Ystad, lavoro al quale dedica praticamente tutto se stesso con grande competenza, serietà e ostinazione.
Ha compiuto ormai sessant'anni e da cinque si è trasferito dall’appartamento di Mariagatan in una casetta nel verde fuori città. Un sogno che da tempo coltivava insieme a quello di avere un cane, che si procura subito dopo l’acquisto della nuova abitazione. Un cucciolo di labrador nero che chiama Jussi e che faticherà non poco ad addestrare.
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Altri romanzi:

1991 - Joel e le lettere d'amore (Skuggorna växer i skymningen).
2000 - Il figlio del vento (Vindens son).
2000 - Comédia infantil (Comédia infantil).
2001 - Il segreto del fuoco (Eldens Hemlighet).

2002 - Il Cane che inseguiva le Stelle.
Joel, undici anni, vive con il padre, che fa il taglialegna ma è un ex marinaio ancora innamorato dell'oceano. La mamma è andata via di casa tanti anni prima.
Joel è solitario, inquieto, ribelle: vorrebbe sapere perché sua madre è sparita, è irritato col padre che ha un nuovo legame, cerca l'approvazione di un compagno ben sapendo che è solo un prepotente, e per compiacerlo affronta una prova pericolosa: arrampicarsi su un ponte altissimo.
Fuori dalla finestra, in una notte di gelo, Joel ha visto un cane che ha l'aria di correre incontro a una stella. Abbiamo tutti bisogno di stelle, vero?E Joel troverà le sue, piano piano, con pazienza, crescendo.
Henning Mankell (Stoccolma, 1948) è l’autore dei gialli del commissario...
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2004 - Nel cuore profondo (Djup - Depth).

2007 - Il ritorno del maestro di danza.
Lo Harjedalen, nel nord della Svezia, è una terra di foreste sterminate, i cui lunghi inverni sono a stento rischiarati dal bagliore della neve. E qui, in un casolare sperduto, che Herbert Molin, ex poliziotto in pensione, decide di ritirarsi. E qui, un brutale assassino lo raggiunge per accompagnarlo in un ultimo, terribile ballo con la morte.

Quando la polizia arriva sulla scena del delitto, trova delle impronte di sangue che sembrano tracciare i passi del tango. Il trentasettenne Stefan Lindman, ispettore della polizia di Boras, un tempo collega della vittima, per non doversi confrontare con la malattia che lo tormenta si butta a capofitto nelle indagini e scopre ben presto l'inquietante passato nazista di Molin. Esiste un legame tra la sua morte atroce e le sue convinzioni politiche?


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2007 - Il cervello di Kennedy (Kennedys hjärna - Kennedy's Brain).
2008 - Scarpe Italiane (Italienska skor).
2009 - Il ragazzo che dormiva con la neve nel letto (Pojken som sov med snö i sin säng).

2009 - Il Cinese.
In una fredda giornata di gennaio, la polizia di Hudiksvall, nella Svezia centrale, scopre un orribile massacro: in un villaggio vicino alla foresta, diciannove persone sono state trucidate. Sembra il gesto di un folle.
Quando a Helsingborg il magistrato Birgitta Roslin legge della strage, si rende conto che tra le vittime ci sono persone a lei molto vicine, e decide di occuparsi del caso. 
Il ritrovamento di un nastro di seta rossa la porta a Pechino, dove la scoperta di un diario la trascinerà indietro nel tempo, svelandole una terribile storia di schiavitù e soprusi. Coinvolta in un diabolico gioco politico, Birgitta dovrà confrontarsi con la brutalità del capitalismo selvaggio e dei nuovi potenti nella Cina di oggi, pronti a rivendicare il loro posto sulla scena internazionale.
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Antologie di racconti:

2000 - (Pyramiden - The Pyramid) 

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Un'esperienza realmente vissuta, ma del tutto estranea alla mentalità dell'uomo occidentale del XX secolo; questa la caratteristica...

Un'esperienza realmente vissuta, ma del tutto estranea alla mentalità dell'uomo occidentale del XX secolo; questa la caratteristica fondamentale che si ritrova nelle opere dell'etnologo e antropologo peruviano Carlos Castaneda.

Nel paesaggio allucinato delle aride e desolate plaghe di un Messico 'diverso', tra le antiche rovine delle civiltà autoctone più remote, l'apprendista raggiunge il livello più alto dei poteri magici: ottiene il "dono dell'Aquila", la libertà, si scioglie da ogni forma di condizionamento e diviene 'nagual', energia cosmica pura.

Carlos Castaneda, partito intorno alla metà degli anni sessanta alla volta del Messico per una tesi sulle proprietà delle piante psicotrope, si imbatte in Don Juan, sciamano e profondo conoscitore delle "piante che danno potere". Si ferma presso di lui e ne diventa apprendista.

Carlos Castaneda, in origine Carlos César Salvador Aranha Castañeda (Peru, 25 dicembre 1925 – Los Angeles, 27 aprile 1998), è stato un antr...

Carlos Castaneda, in origine Carlos César Salvador Aranha Castañeda (Peru, 25 dicembre 1925 – Los Angeles, 27 aprile 1998), è stato un antropologo e scrittore sudamericano (non si sa se peruviano o brasiliano), naturalizzato statunitense nel 1951.

La data e il luogo precisi della sua nascita, così come altre vicende della sua vita, sono ancora molto controverse.

Castaneda ha acquisito una fama mondiale molto controversa con i suoi libri sulle vicende dello stregone Don Juan e il suo gruppo di allievi sciamani.

Secondo quanto asserito da Castaneda, nel 1960, allora giovane studente di antropologia all'Università della California a Los Angeles, conobbe in Arizona un messicano di etnia yaqui, Don Juan Matus. Questi lo avrebbe iniziato allo stregoneria, portandolo a scoprire mondi e stati di coscienza alterati e ricorrendo inizialmente anche a sostanze allucinogene (come il cactus Peyote da cui si estrae la Mescalina) per abbattere le sue convinzioni.


Sempre secondo il racconto di Castaneda, alla partenza di Don Juan per il suo ultimo volo, lo sciamano Carlos, in qualità di nagual designato da Don Juan, avrebbe proseguito col gruppo degli altri allievi il suo cammino verso la liberazione totale dell'essere, per partire infine anche lui, come il suo maestro, per il viaggio definitivo attraverso l'ignoto. Secondo Castaneda, gli sciamani da lui conosciuti indicherebbero l'ultimo volo come un processo volontario di attivazione estrema del "fuoco dal profondo" capace di condurre ad una specie di combustione interna, o volatilizzazione istantanea del corpo.

Il lavoro di Castaneda è criticato da molti antropologi, soprattutto da quelli specializzati nella cultura Yaqui. Anche lo stile di scrittura ha generato dei dubbi. Se infatti i primi libri assomigliano a dei resoconti di antropologia, già con Il secondo anello del potere lo stile comincia ad essere quello del romanzo. La stessa esistenza di Don Juan è messa in discussione, a causa delle molte contraddizioni nella sua personalità descritta nei vari libri, così come ci sono contraddizioni nella sequenza degli eventi descritti.
Leggi anche: Il Dono dell'Aquila, il sesto libro del Nagual, un'esperienza realmente vissuta.
Biografia.

Castaneda afferma di essere nato a San Paolo del Brasile, il giorno di Natale del 1931. I registri dell'ufficio immigrazione, comunque, indicano che era nato sei anni prima in Cajamarca, in Perù. Castaneda affermava inoltre che "Castaneda" fosse uno pseudonimo, ma i registri mostrano che gli venne dato dalla madre Susana Castaneda Navoa. Il suo cognome compare con la Ñ in molti dizionari spagnoli, anche se le sue pubblicazioni ne riportano una versione anglicizzata. Si spostò negli Stati Uniti nei primi anni '50 e divenne un cittadino naturalizzato nel 1957. Frequentò l'Università della California, a Los Angeles, conseguendo la laurea in Arte nel 1962 e il dottorato di Filosofia nel 1970

Castaneda scrisse dodici libri e diversi articoli accademici dettagliando le sue esperienze con un Indiano Yaqui indigeno del Messico Centrale. I suoi primi tre libri Gli insegnamenti di Don Juan: una via Yaqui alla Conoscenza, Una realtà separata e Viaggio a Ixtlan, furono scritti mentre Castaneda era uno studente di antropologia all'università. Castaneda scrisse questi libri come se fossero il diario delle sue ricerche descrivendo l'apprendistato con uno sciamano tradizionale identificato come don Juan Matus. Castaneda fu premiato per il lavoro descritto in questi libri.

I suoi scritti sono stati criticati dagli accademici, e sono visti con molto sospetto. In molti hanno provato a corroborare i racconti di Castaneda con la sua esperienza personale e quella del suo apprendistato. Considerando che Castaneda descrisse, come parte dei propri sforzi di seguire i precetti imparati dal vecchio Nagual, don Juan Matus, lo sforzo personale di cancellare la sua propria storia personale, una mancanza di corroborazione da altri non può sorprendere. Ad ogni modo, ad oggi, i fatti relativi al suo luogo di nascita, all'età e alla natura della sua morte [alcuni affermano che morì di cancro], rimane controversa. Prove contradditorie suggeriscono che Castaneda scrisse nel tradizionale stile allegorico del narratore etnopoetico, comune a molte culture Indiane native.

Forse l'aspetto maggiormente contestato del suo lavoro sono le descrizioni dell'uso delle piante psicotropo come di un mezzo per indurre stati alterati di coscienza. Nei primi due libri Castaneda, descrive come la Via Yaqui per la conoscenza richieda l'uso di potenti piante indigene, come il Peyote e la Datura. Nel suo terzo libro, Viaggio ad Ixtlan, ribalta la sua enfasi sul potere delle piante. Egli afferma che Don Juan le ha usate su di lui per dimostrare che le esperienze fuori dalla vita conosciuta del giorno dopo giorno sono reali e tangibili.

Castaneda in seguito negò ogni utilizzo di droghe per i propri propositi. Affermò che queste possono inalterabilmente danneggiare la palla luminosa di emanazioni energetiche dal corpo, così come il corpo fisico. In Viaggio ad Ixtlan, il terzo libro della serie, scrisse:

La mia percezione del mondo attraverso l'effetto di questi psicotropi è stata così bizzarra ed impressionante che io fui costretto ad assumere che questi stati erano la sola via di comunicazione e apprendimento di ciò che don Juan stava cercando di insegnarmi. Questo assunto era erroneo.

Castaneda fu un fenomeno abbastanza popolare per il magazine Time da dedicargli una copertina il 5 marzo 1973 (Vol. 101 No. 10).

Il suo quarto libro, L'isola del Tonal, termina con Castaneda sul punto di saltare da un picco in un abisso, segnando così il suo passaggio da discepolo a uomo di conoscenza. Alcuni scrittori pensavano che questo dovesse necessariamente segnare la fine della sua serie. Restarono sorpresi di vederlo produrre altri libri. Contrariamente ad una critica a lui contraria, Castaneda continuò ad essere molto popolare presso il pubblico dei suoi lettori. Furono pubblicati dodici suoi libri e 3 video. Nel 1997 Castaneda citò in giudizio la sua ex moglie, Margaret Runyan Castaneda per il suo libro Un viaggio magico con Carlos Castaneda; ma questo fu spostato a dopo la morte di Castaneda.

La morte.

Castaneda morì il 27 aprile 1998 di cancro a Los Angeles. Si conosce poco riguardo alla sua morte. Non ci fu un funerale pubblico: Castaneda fu apparentemente cremato e le sue ceneri furono mandate in Messico. Il giornalista Robert Marshall, afferma che Castaneda è sicuramente morto di cancro nel 1998 e che fu cremato a Culver City. Misteriosamente, un certo numero di donne del suo cerchio più ristretto sparirono poco dopo e si presume siano morte per un suicidio pianificato. Solo una di queste donne è stata trovata. I resti di Patricia Partin, spesso riportata da Castaneda come Scout blu, Alexander Nury e Claude, furono trovati nel 2004 vicino a dove la sua macchina abbandonata era stata rinvenuta poche settimane dopo la morte di Castaneda nella primavera del 1998. I suoi resti erano in condizioni tali da richiedere un'identificazione col DNA che fu effettuata nel 2006. L'altra donna rimane introvabile e si presume sia morta.

Libri.

I nove lavori più famosi di Castaneda sono organizzati in tre gruppi di tre, di cui ognuno corrisponde ad una particolare conoscenza Tolteca: la padronanza della consapevolezza, la padronanza della trasformazione, e la padronanza dell'intento. Per ciascuna di queste c'è anche un compendio che descrive gli insegnamenti essenziali. I tre compendi furono pubblicati postumi.

Così ciascuna arte è descritta in quattro libri: tre lavori presentati nella forma di storia e uno compliato come un riepilogo:

La padronanza della consapevolezza.

La padronanza della consapevolezza sottolinea l'importanza del passaggio dalla conoscenza del mondo del Tonal (gli oggetti di ogni giorno) al mondo del Nagual (Spirito). Durante questa fase di sviluppo, il guerriero viaggiatore tende a minimizzare la propria importanza e a cercare e conservare energie. Come prima cosa, lo studente è incoraggiato a fare azioni e a prendere responsabilità per la propria vita.

* Gli insegnamenti di Don Juan: Una via Yaquy alla conoscenza (1968)
* Una realtà separata: Ulteriori conversazioni con Don Juan (1971)
* Viaggio a Ixtlan: Le lezioni di Don Juan (1972)
* Passi Magici: La conoscenza pratica degli Sciamani dell'antico Messico (compilazione) (1998)

La padronanza della trasformazione.

Durante la fase dell'acquisizione della padronanza della trasformazione, il guerriero viaggiatore deve pulire e mantenere le energie e affinare il proprio unico collegamento con lo Spirito, l'intuito. Il guerriero viaggiatore diventa impeccabile e testa empiricamente questa connessione e alla fine bandisce tutti i dubbi, accettando il proprio destino e seguendo la strada del cuore.

* l'isola del tonal (1975)
* Il secondo anello del potere (1977)
* Il dono dell'aquila (1981)
* Il lato attivo dell'infinito (compilazione) (1999)

La padronanza dell'intento.

Una volta che il guerriero viaggiatore ha accumulato abbastanza surplus di energia, abbastanza potere personale, la seconda attenzione sopita è attivata. Sognare diventa possibile. Il guerriero viaggiatore mantiene la propria impeccabilità, cammina nella via del cuore, e aspetta un'apertura verso la libertà.

* Il fuoco dal profondo (1984)
* Il potere del silenzio: altre lezioni da Don Juan (1987)
* L'arte di sognare (1993)
* La ruota del tempo: Gli sciamani del Messico (compilazione) (2000)

Idee.

I lavori di Castaneda mettono in luce la visione mistica espressa da Don Juan Matus. La sintesi del pensiero di Don Juan può essere riassunta in una frase tratta dal primo libro di Castaneda, Gli insegnamenti di Don Juan: una via Yaqui alla Conoscenza

Per me c'è solo il viaggio su una strada che ha cuore, in ciascuna strada che può avere cuore. Lì viaggio io, e la
sola sfida di valore per me è il percorrerla tutta. E lì io viaggio guardando e, guardando, resto senza fiato.

Gli insegnamenti di Don Juan sono reminiscenze di varie tradizioni mistiche e credenze soprannaturali, ed includono molte pratiche che mirano a focalizzare l'energia e la consapevolezza di ognuno in una "seconda attenzione", portando ad alti gradi di consapevolezza e visione della realtà non-ordinaria fuori dagli schemi della realtà quotidiana. In L'arte di sognare, Castaneda scrisse che Don Juan era in contrapposizione al nostro mondo ordinario-

...ciò che noi crediamo essere unico ed assoluto, è solo uno in un insieme di mondi consecutivi, posizionati come gli strati di una cipolla. Egli affermò che anche se noi fossimo stati energeticamente condizionati a percepire solamente il nostro mondo, avremmo avuto ancora la capacità di entrare in quegli altri regni, che sono reali, unici , assoluti ed ingolfati come lo è il nostro mondo. (viii)

Secondo Castaneda, il fatto più significativo nella vita di una persona è la propria consapevolezza dormiente. L'obiettivo primario di un guerriero (anche guerriero viaggiatore) è di elevare la propria consapevolezza. Incrementarla richiede disciplina, e questa discpilina costituisce il modo di vita del guerriero. Don Juan spesso utilizzò la metafora del guerriero, e disse a Castaneda nell'Agosto del 1961, "Un uomo va alla conoscenza come va alla guerra, con gli occhi aperti, paura, rispetto e assoluta fiducia. Andare alla conoscenza o andare alla guerra in ogni altro modo è un errore, e chiunque faccia questo tornerà sui suoi passi." (Gli insegnamenti di Don Juan, 43).

Un potere personale sufficiente porta alla padronanza dell'intento e della consapevolezza. Questa padronanza è principalmente il movimento controllato di quello che è conosciuto come il punto d'unione, il centro di una sfera o di un uovo di emanazioni energetiche, chiamato l'emanazioni dell'Aquila, che escono dal corpo. Quando siamo giovani, il nostro uovo luminoso non è ancora rigido e il punto d'unione scorre fluido. L'uovo degli umani è intersecato da filamenti di consapevolezza, che producono percezioni, ma quando le persone crescono e vivono in una esistenza ordinaria, concretizzano solo una piccola parte di emanazioni, che diventano la loro realtà percettiva (siamo "energeticamente condizionati a percepire solo il nostro mondo").

Castaneda afferma che, ogni nostra sensazione, sentimento e azione è determinato dalla posizione del punto di unione. Il movimento consapevole del punto di unione permette percezioni del mondo in modi differenti (realtà non ordinaria). L'obiettivo del guerriero è di raggiungere la totalità di se stessi attraverso l'illuminazione di tutte le emanazioni dell'Aquila all'interno dell'uovo e allineando queste con il grandioso tutto dell'esistenza e dell'esperienza. Piccoli movimenti portano a piccoli cambiamenti nella percezione e grandi movimenti portano a cambiamenti radicali.

Infine, la maggioranza degli adulti possono muovere il proprio punto di unione solo in sogno, attraverso l'uso delle droghe, l'amore, la rabbia, la paura, la stanchezza, attraverso il silenzio interiore o come preferibile, attraverso l'Intento della consapevolezza. Il più diretto o comune tipo di movimento del punto di unione è raggiunto attraverso il sogno. Le descrizioni dei sogni nei libri di Castaneda e le varie tecniche che impiega per raggiungerne la padronanza spesso assomigliano a sogni lucidi. Per esempio, come primo passo nella padronanza della consapevolezza e dell'intento, Don Juan raccomanda che Castaneda provi il semplice esercizio di guardare la propria mano mentre dorme e da li, costruire la propria abilità a concentrare la propria attenzione mentre dorme.

In Viaggio a Ixtlan, un amico di Don Juan, Don Genaro, avverte che "l'intento non è l'intenzione". La nostra energia del corpo, come entità metafisica, è composta di Intento. Attraverso tecniche come porre l'agguato a se stessi (ricapitolazione dell'esperienze della propria vita, cancellare la propria storia personale e sviluppare il modo del guerriero), sognare (preparare il sogno, sognare e l'ascensione) e maneggiare l'Intento (cambiare consapevolezza, fermare il mondo, collassare il mondo), il guerriero mira a riguadagnare luminosità che è stata persa attraverso la consapevolezza ordinaria della vita di tutti i giorni e, infine, controllare l'Intento.

Breve descrizione dei libri.

1. Gli insegnamenti di Don Juan: una via Yaqui alla Conoscenza pubblicato anche col titolo A scuola dallo stregone- descrizione di piante alleate e strada verso la conoscenza: mescalito (peyote) - il protettore dell'uomo; vedere le cose con colori liquidi; funghi- imparare a manipolare, volare, e a percepire la forma di un'animale; datura- spirito femminile, difficile da manovrare, da forza, processo lungo. Questo libro è l'unico nella serie in cui l'ultima parte include una dettagliata "Analisi strutturale" degli insegnamenti di Don Juan.

2. Una realtà separata - Discute le idee di volontà, follia controllata e vedere (come contrapposto a guardare), come strumento che un guerriero usa per essere un uomo di conoscenza.

3. Viaggio ad Ixtlan - Lezioni sulla strada del guerriero, o fermare il mondo, la routine, la propria storia personale, importanza di se stessi, la morte come un messaggero, il non fare, sognare.

4. L'isola del Tonal - Descrizione di punti di percezione nel corpo o nell'uovo luminoso, tonal (prima attenzione, conoscenza, consapevolezza del lato destro) e nagual (seconda attenzione, ignoto, consapevolezza del lato sinistro, sognare insieme)

5. Il secondo anello del potere - Descrive gli eventi dopo la partenza di Don Juan, le esperienze con le donne guerriere del gruppo originario del nagual, la seconda attenzione (il secondo anello del potere), la perdita della "'forma' umana", il sogno.

6. Il dono dell'Aquila - descrizione della forza che crea, distrugge e governa l'universo (o almeno le 48 bande della terra), oltre che sorgente delle emanazioni stesse, descrizione dei comandi dell'Aquila all'uomo, la regola del Nagual, vari livelli di insignificanti tiranni, la via verso la libertà, l'agguato a se stessi e il sogno, luogi di potere. Da notare che Don Juan descrive l'energia strutturale dell'entità chiamata Aquila, una cosa che non è quello che noi chiamiamo Aquila, ma piuttosto una cosa così vasta da essere incomprensibile.

7. Il fuoco dal profondo - passo dopo passo, delucidazioni della padronanza della consapevolezza o della conoscenza del neo veggente: tutto è energia (le emanazioni dell'Aquila o emanazioni luminose), l'uovo luminoso e il punto d'unione, il noto (prima attenzione o tonal), l'ignoto (seconda attenzione o nagual), l'inconoscibile (fuori dall'uovo luminoso), tiranni di scarsa importanza come modo per spostare il punto d'unione e promuovere la crescita del guerriero, mondi gemelli di organico ed inorganico (più precisamente esseri materiali e esseri non materiali), spostamento del punto di unione e altri filamenti di consapevolezza, fasci di emanazioni che sono le basi per le fonti di differenti tipi di consapevolezza e forme, la forma umana, le forze che colpiscono l'uovo luminoso, vincere la morte, l'agguato a se stessi, l'intento e il sogno.

8. Il potere del silenzio - racconti sulla padronanza essenziale dell'intento, ruotanti attorno a punti chiave dello spirito

9. L'arte di sognare - passi verso la padronanza del sogno.

10. Tensegrità, passi magici - descrizione con foto di movimenti fisici miranti ad incrementare il proprio benessere, un sistema divenuto famoso col termine tensegrità.

11. Il lato attivo dell'infinito - ricapitolazione, diario degli eventi significativi (come visti dallo spirito).

12. La ruota del tempo - ricostruzione del modo in cui i libri precedenti sono stati scritti con citazioni significative da tutti i precedenti libri.

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Dopo un interminabile viaggio nelle tierre più remote del mondo conosciuto, per il mago Taita e il fedele Meren è tempo di far ritorno in ...

Dopo un interminabile viaggio nelle tierre più remote del mondo conosciuto, per il mago Taita e il fedele Meren è tempo di far ritorno in Egitto.

La loro amata patria è afflita da piaghe senza fine: sulle regioni del Nilo, già stremate da lunghi anni senza esondazioni, si è abbattuto il flagelo della peste, che non ha risparmiato neppure i figli del faraone Nefer Seti. E mentre i nemici di sempre tramano per mettere le mani sul regno, su di esso piomba una nuova, penosa calamità: il fiume, da sempre fonde de vita e di proisperità, si è ridotto a una catena di pozze fangose del colore del sangue.

Uno scenario drammatico in cui, impalpabile come la tela di un ragno velenoso, si diffonde il culto di una nuova, misteriosa dea dagli straordinari poteri. Un culto che sta affondando i suoi artigli nel seno stesso della famiglia reale. Disperato, il faraone chiede a Taita di remeittersi in camino. Solo il grande stregone, forte dei nuovi poteri ottenuti grazie agli arcani riti custoditi nella lontana Asia, ha qualche speranza di scoprire e sconfiggere la minaccia che si annida alle fonti del Nilo.

Alle fonti del Nilo, un  viaggio lungo il maestoso letto del fiume.

Trama.


Ha così inizio un pericoloso viaggio lungo il maestoso letto del fiume, descritto con grande talento narrativo e ineguagliabile ricchezza di dettagli, nel quale alle insidie che minacciano la spedizione si aggiunge la sfida letale del mago con le forze oscure in agguato fuori e anche dentro di sè.....


Pianki, Lord Harrab.


È il padre di Tanus, uno dei grandi dell’aristocrazia egizia. Aveva la carnagione scura, e gli occhi tipicamente egizi del colore dell'ossidiana levigata; era un uomo più forte che bello, ma dotato d'un cuore nobile e generoso. Qualcuno potrebbe sostenere che era troppo generoso e fiducioso.

Tanus, Lord Harrab.

Giovane e fiero ufficiale dell’esercito, innalzato al rango di Primo dei Diecimila prima del compimento dei vent’anni. Figlio di Pianki e della bella figlia di uno schiavo di Tehenu, Tanus ha ereditato il meglio da entrambi i genitori: la natura generosa del padre e la bellezza della madre. È comandante di uno dei reggimenti della guardia d’elite del Faraone e prende ordini solo da questi. Gode della piena protezione della doppia corona d’Egitto. Il suo dio è Horus. Alto e chiaro di carnagione, di capelli color biondo ramato, è dotato di un grande fascino, che gli deriva dalla sua franchezza e dai modi schietti. I suoi uomini sono disposti a seguirlo fino alla morte. Onesto, nobile e degno di fiducia, manca di doppiezza o malizia. Quando ha preso una decisione, non si lascia dissuadere facilmente.


Lostris, la regina.

La bella figlia del perfido Lord Intef. Cresciuta per sposare il Faraone e diventare regina, è da sempre innamorata di Tanus. Da bambina si dava da fare per aiutarlo e ballava per lui intorno agli accampamenti da caccia. Così ha imparato a conoscere la natura, fino a chiamare per nome ogni pesce e ogni uccello, e sa come maneggiare un arco o una fiocina con uguale maestria. È sempre stata consapevole sia dei doveri che le leggi e la tradizione le imponevano sia dei privilegi derivanti dal suo rango, ed è in soggezione dell’autorità e della tempra del padre. Ha occhi a mandorla di colore verde scuro e porta al collo una medaglietta di Hapi, dea del Nilo, forgiata da Taita.



È molto amata per la sua bellezza, per la sua solarità e per la sua dolcezza. Ha un grande senso dell’umorismo ed è una discepola perspicace e diligente, con una mente profonda e vivace. Per il matrimonio con il faraone, riceve in dote da suo padre lo schiavo Taita e agli inizi della sua vita coniugale dipende quasi interamente dai modesti risparmi dello stesso Taita, grazie al quale si assicura presto un congruo patrimonio e una lunga lista di favori da parte dei suoi nuovi amici ricchi e potenti. Sempre insieme a Taita canta,crea indovinelli e scrive storielle, e per questo entrambi sono molto amati a corte.

Mamose, il Faraone.

Ottavo Faraone a chiamarsi così e ottavo di quella discendenza, è il più debole di una dinastia già debole e vacillante. La corona che gli cinge il capo è la doppia corona in cui sono combinate quella bianca dell’Alto Egitto con la testa di avvoltoio della dea Nekhbet e quella rossa con la testa di cobra di Buto, la dea del Delta, che aveva perso da circa dieci anni. Un altro Faraone regna nel Basso Egitto, portando la sua versione della doppia corona. Tra i due regni ci sono continue guerre che straziano l’Egitto dall’interno.
Alle fonti del Nilo, un viaggio lungo il maestoso letto del fiume, descritto con grande talento narrativo.Twitta
Il suo palazzo è sull’isola Elefantina, a dieci giorni di viaggio da Tebe su imbarcazioni veloci. Come già i suoi antenati, Mamose dedica la maggior parte della sua vita e dei suoi averi alla costruzione di una tomba in marmo e granito enorme, mentre vive in un palazzo dalle mura di fango col tetto di paglia. È basso, calvo, con mani da donna e piedi piccoli. È un vecchio ossessionato dalla mancanza di un erede maschio. Il suo viso è segnato dalle rughe. Dietro l’aspetto tetro, si nasconde un uomo gentile.



Beni-Jon, il sacerdote.

È il vicino più prossimo e nemico giurato del re Arkoun, che si proclama Re dei Re e sovrano dello stato etiope di Axum. Masara è la sua figlia preferita. Ha una lunga barba bianca e capelli argentei fino alla vita. Da giovane era l’uomo più desiderato in Etiopia e ha avuto 200 mogli. Alcune donne si sono tolte la vita per amore suo.

Masara.

La figlia preferita di Beni-Jon, venduta ad Arkoun per un carico d’argento.

Tamose, il Faraone.

Alto, simile a un dio, è il figlio della regina Lostris e del suo amante Tanus. È amato dai suoi soldati che lo seguono ovunque. Tutti i suoi consiglieri – fatta eccezione per Lord Naja – vorrebbero distoglierlo dall’idea di muovere guerra a Hyksos, ma lui ritiene la riunificazione dell’Egitto sotto la sua guida come la propria missione e il proprio destino. Solo allora riterrà davvero meritata la doppia corona e potrà portarla con la benedizione degli dei. Quattordici dei suoi figli sono morti durante la “piaga dei fiori gialli”; gli unici sopravvissuti sono il principer Nefer Memnone e due sorelle.

Nefer Memnone, il principe.

Figlio del Faraone Tamose, nipote di Lostris e Tanus. “Nefer” significa puro e perfetto nel corpo e nello spirito. Il suo nome divino è Seti, uno dei cinque nomi del potere conferitigli alla nascita, ben prima che la sua ascesa al trono fosse certa. Prodigioso fin dalla nascita, era stato educato per diventare un ottimo cavaliere e auriga. Più vicino al suo tutore Taita che ai suoi genitori o fratelli, gli viene insegnato che la guerra e la gloria sono le ragioni della sua vita su questa terra. Il sovrano non può sposarsi prima dell’incoronazione, ma può essere incoronato solo dopo aver raggiunto la maggiore età o essere un seguace della “Via rossa”. Al momento di salire al trono d’Egitto, prende il nome regale di faraone Nefer Seti. La sua sposa, Mintaka, resta al suo fianco come regina principale.

Taita.

Conosciuto tra gli schiavi come Al-Ker, “fratello maggiore”, è lo schiavo eunuco di formidabile talento, saggio e pio di Lord Intef. Il suo dio è Horus ed è molto devoto di Seth. È in soggezione dell’autorità e della tempra del suo padrone. Nonostante la castrazione subita poco dopo la pubertà prova tutti i normali sentimenti e i desideri di un uomo verso le donne. Nonostante la sua condizione di schiavo, ha una vita agiata: pratica la medicina, è più rispettato di tanti uomini liberi e a lui sono affidati gli affari del Palazzo. Scrive e disegna resoconti di quanto gli accade intorno, ama gli uccelli e gli animali e ha un piccolo serraglio. Ha un talento superiore: si descrive come uno scriba, un sapiente e un artista, un medico, un compositore di musica, un architetto, contabile, consigliere, confidente, ingegnere e bambinaia. Inoltre canta, compone enigmi e scrive racconti.

È un esperto giocatore di Bao, un gioco simile ai nostri Scacchi; è un buongustaio e un cuoco fantastico. Uno dei suoi piatti preferiti è l’anatra selvaggia arrosto con fichi. Una volta invecchiato si mette in viaggio per accrescerela sua sapienza, una ricerca che lo conduce più a fondo nel mondo mistico degli adepti e delle loro arti oscure, per emergerne come un grande mago.

Bakatha, la principessa.

È la terza figlia di Lostris e Tanus, ma è comunemente ritenuta essere stata generata dal fantasma del faraone. La prima parola che ha pronunciato è stata “Tata”.

Tehuti, la principessa.

È la seconda figlia di Lostris e Tanus, ma si ritiene che sia stata generata dal fantasma del Faraone. Taita le è molto vicino e li si rifiuta di addormentarsi prima che lui le abbia raccontato una storia.

Timlet.

È il padre di Lord Naja.

Lord Naja.

Un guerriero potente, comandante dell’esercito di Tamose. È conosciuto come il Grande Leone d’Egitto. Figlio di Timlet e Hyksosian, è un adepto del culto di Osiride. È alto e bello quasi quanto il Faraone Tamose. Arrogante e orgoglioso, è un uomo intelligente, acuto e perspicace, scaltro e ambiguo, di natura voluttuosa e sensuale.


Heseret, la principessa.

È la maggiore delle due sorelle di Nefer. Ha ereditato tutta la bellezza della nonna, la regina Lostris. Ha un corpo ben fatto. La sua pelle è bianca come il latte, ha un sorriso malizioso, grandi occhi verdi e una voce dolcissima.

Merykara, la principessa.

Dolce e graziosa e la più giovane delle due sorelle di Nefer. Prima dell’adolescenza aveva lunghe gambe e girava con il petto, ancora piatto, scoperto, raccogliendo i suoi lunghi capelli neri in una lunga treccia che scendeva lungo la sua spalla sinistra. In seguito li ha accorciati, sopra le spalle.

Meren Cambise.

Nipote di Kratas, amico e compagno di Nefer. Percorre la Via Rossa assieme a lui. Accompagna Taita nel suo viaggio di ricerca.

Magara, Saak e Misha.

Magara e Saak servono le principesse Hereset e Merykara. Misha è la statuaria fanciulla nubiana dal portamento regale e un leggendario paio di natiche. È una serva della principessa Merykara.

Lord Intef.

Padre di Lostris. È l’uomo più ricco dell’Alto Egitto dopo il faraone e la sua ricchezza aumenta di anno in anno. I titoli concessigli dal faraone stesso includono quello di Guardiano delle Tombe Reali, Sostegno dell’Egitto, Compagno del Faraone, Governatore di Karnak e Signore della Necropolis. È lui il governatore di altre 22 province dell’Alto Egitto. Ha otto mogli, sposate per la dote che portavano o per le connessioni politiche influenti che garantivano, ma solo tre figli: Lostris, e due maschi, Menset e Sobek. La sua residenza è a Karnak. È incredibilmente bello, lunghe gambe, ventre piatto e una testa leonina. Scaltro e ambiguo, è capace di nascondere ciò che prova a chi gli sta intorno. È dotato della “pazienza di un coccodrillo”, capace di attendere anni per cogliere l’occasione giusta per colpire i suoi nemici. Preferisce i giovinetti alle donne e non ha visitato il suo harem per quindici anni. Duro con chi lo delude, si rivela pericolosissimo proprio quando il suo tono sembra più mite e il suo sorriso più suadente. Detesta Tanus e la sua famiglia.


Saltis, il re.

Capo dei Re-Pastori di Hyksos, una tribù guerriera emersa improvvisamente da una terra sconosciuta a oriente della Siria. Saltis è asiatico, la sua pelle ha il colore dell’ambra e il suo naso è aquilino. La sua barba, nera e folta, è tagliata dritta, gli arriva al petto ed è intrecciata con nastrini colorati. La sua è una tribù di origini semitiche, un tempo nomade e dedita alla pastorizia, che viveva nelle montagne di Zagros, non lontano dal lago Van. Non conoscono la scrittura e la loro struttura politica è una dura tirannia comandata da Saltis. Le loro vittorie sono il frutto di una strategia militare mai vista prima, basata sull’uso di cavalli e carri. Sono in grado di coprire velocemente grandi distanze e nessun esercito può resistergli. I due figli di Saltis sono i due potentissimi eroi delle legioni di Hyksos, i principi Beon e Apachan.

Sobek e Menset.

I due fratelli di Lostris. Il più giovane segue l’altro ovunque questi lo conduca.

Apepi, il re.

Figlio di Saltis, il re degli Hyskos. È così alto che sovrasta tutti quelli che lo circondano. Porta una corona di avvoltoio sulla sua testa. I suoi occhi sono scuri, la sua barba è striata d’argento, le sue labbra sono grosse e ha un naso a punta. È soprannominato da Taita il barbaro sanguinario, nemico mortale della sua terra e del suo faraone

Beon, il principe.

Figlio di Saltis, comanda la fanteria degli Hyksos quando la corte fa ritorno in Egitto.

Apachan, il principe.

Figlio di Saltis, è alla guida dei carri degli Hyksos quando la corte rientra in Egitto. È talmente alto da sovrastare la sua auriga. Indossa l’alto elmo della famiglia reale degli Hyksos e la sua barba scura è ornata di nastri colorati. È abilissimo nel maneggiare la spada.

Khyan Hyksos.

L’adorato figlio di Trok che Taita ha guarito dalle febbri.

Mintaka.

Figlia del re degli Hyksos Apepi, nata sotto il segno del Gatto. Una fanciulla affascinante con un viso determinato e intelligente. Come tutti gli Hyksos, ha un viso largo e zigomi prominenti, la sua bocca è grande, le sue labbra carnose e il suo naso pronunciato, ma ogni caratteristica è in armonia con le altre e il suo collo è bello e elegante. I suoi occhi a mandorla (non è la figlia di Troh, Troh vorrebbe sposarla!) sono stupendi sotto le sopracciglia arcuate. Ha uno sguardo pronto e vivace. Focosa e tenace, ha il cuore di un guerriero e di una regina. Ha scelto la dea Hathor come sua protettrice, invece di una delle mostruose divinità degli Hyskos. Ha solo tredici anni quando vede per la prima volta il faraone Nefer Seti, di un anno più grande. Porta un anello di lapislazzuli al dito indice, sul quale è inciso il suo sigillo e conosce gli ufficiali di Naja, che una volta erano al servizio di suo padre. Possiede una memoria straordinaria, allenata e resa più acuta dalla pratica del gioco del Bao.

Thana, Soleth e Tinia.

Thana è una delle schiave di Mintaka. È strabica e ha un naso grosso, ma è leale, devota e sincera. Solete era l’eunuco a guardia degli appartamenti di Mintaka. Tinia è la schiava preferita di Mintaka.


WILBUR SMITH è nato nel 1933 nella Rhodesia del Nord (l'attuale Zambia), ma è cresciuto e ha studiato in Sudafrica. Si è dedicato a tempo pieno alla narrativa dal 1964 e da allora ha pubblicato trenta romanzi, che gli hanno valso la definizione di "maestro dell'avventura". E' uno dei massimi autori di bestseller: oltre 110 milioni di copie dei suoi libri sono state vendute nel mondo (più di 17 milioni solo in Italia).

Per maggiori informazioni visitate il sito: http://www.wilbursmith.it

Gli altri romanzi di Wilbur Smith ambientati nell'antico Egitto:

Il dio del fiume
Il settimo papiro
Figli del Nilo




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Cotton Malone, ex-agente operativo del dipartamento di Giustizia americano, si è da tempo lasciato alle spalle una vita costellata da peric...

Cotton Malone, ex-agente operativo del dipartamento di Giustizia americano, si è da tempo lasciato alle spalle una vita costellata da pericoli e aguati, decidendo di trasferirsi a Copenhagen, dove gestisce una libreria antiquaria.

Un'esistenza tranquilla,
che però viene sconvolta quando il suo ex-superiore, Stephanie Nelle, giunta in Danimarca per una breve vacanza, cade vittima di uno scippo e il ladro, poco dopo, muore in circostanze misteriose.

Malone allora segue Stephanie
a un'asta di libri antichi e lì scopre la ragione del viaggio della donna: acquistare un volume -apparentemente senza valore-, che tuttavia viene aggiudicato a qualcun altro, disposto a pagare una cifra esorbitante per impadronirsene.


L'Ultima Cospirazione.

Trama.


A questo punto, Stephanie è costretta a rivelare a Malone la verità: sta ricostruendo una catena di indizi rinvenuti dal marito, uno studioso di esoterismo morto alcuni anni prima, e quel libro è la tessera fondamentale di un puzzle che dovrebbe risolvere il mistero del paesino francese di Rennes-le-Chateau e, di conseguenza, del mitico tesoro scomparso dei Cavalieri Templari.

 Una scena del crimine che sarebbe entrata nella storia del crimine svedese. Un intero villaggio viene battuto casa per casa dalla polizia, ma si trovano soltanto dei cadaveri. Diciannove persone, per lo più coniugi anziani sorpresi nel sonno, un ragazzino di circa dodici anni con una gamba martoriata dopo l’assalto di un lupo, ma anche cani, gatti, persino un pappagallo, tutti uccisi a coltellate. Ma è ormai ovvio che Stephanie non è l'unica a voler far luce sull'enigma che circonda il luogo in cui sarebbero custoditi numerosi testi segreti, proibiti dalla Chiesa, e immense ricchezze.

Lo dimostra la spirale d'intrighi e di morte che si dipana all'instante intorno a lei e a Malone, e che sembra aver origine proprio da un'antica cospirazione legata ai Templari.

Perchè, dietro innumerevoli leggende e tracce elusive, si cela un segreto che può cambiare il corso della Storia...

Dopo il successo ottenuto in tutto il mondo con Il terzo segreto, Steve Berry ha scritto questo nuovo thriller che ruota intorno al tesoro scomparso dei Cavalieri Templari e al mistero del paesino francese di Rennes-le-Château.


Al centro del romanzo si muovono i due protagonisti Cotton Malone, ex agente operativo del Dipartimento di Giustizia americano trasferitosi a Copenaghen per ricostruirsi un’esistenza più tranquilla, e Stephanie Nelle che giunge invece in Danimarca per una missione che non ha nulla a che vedere con la sicurezza nazionale.

Cotton gestisce una libreria antiquaria e
la sua vita viene rivoluzionata quando la sua ex dirigente Stephanie lo coinvolge in un’intricata vicenda che inizia con uno scippo davanti alla sua libreria e che prosegue con una lunga catena di suicidi, agguati e avventure ad altissimo rischio.

Cotton segue Stephanie
a un’asta di libri antichi e lì scopre la ragione del viaggio della sua ex superiore: acquistare un volume dal titolo “Pietre incise della Linguadoca” che però viene aggiudicato, per una cifra esorbitante di denaro, a qualcun altro. Cotton non sta più nella pelle. Vuole vederci chiaro.

E viene a sapere che Stephanie in realtà sta indagando sulla morte del marito
, uno studioso di esoterismo scomparso undici anni prima in circostanze misteriose, e che proprio quel libro costituisce la tessera fondamentale di un puzzle storico-religioso troppo scottante per essere svelato.

E’ ormai chiaro che Stephanie e Cotton
, quest’ultimo ripiombato completamente in quel mondo d’azione e spionaggio che avrebbe voluto lasciarsi alle spalle, non sono gli unici a voler far luce sull’enigma del libro che rimanda al paesino francese di Rennes-le-Château e del mitico tesoro scomparso dei Cavalieri Templari. Dove sono custoditi quei testi segreti proibiti dalla Chiesa?

E le immense ricchezze ad essi collegate?
Intorno ai due protagonisti si sviluppa una spirale d’intrighi e di morti che sembra proprio legata ai Templari. Perché il segreto che viene celato potrebbe davvero cambiare il corso della storia dell’Occidente cristiano.
 

L'ultima cospirazione, una spirale d'intrighi e di morte legata ai Templari.Twitta
Parigi, Francia, gennaio 1308
  Jacques de Molay sapeva che la salvezza non gli sarebbe mai stata offerta, perciò anelava la morte. Era il ventiduesimo maestro dei Poveri Soldati di Cristo e del Tempio di Salomone, un ordine religioso al servizio di Dio da duecento anni. Ma da tre mesi lui, come altri cinquemila confratelli, era un pri­gioniero di Filippo IV, re di Francia.

 «Alzatevi», ordinò Guillaume Imbert, dalla porta.

 De Molay rimase sul letto.

 «Siete arrogante persino dinanzi alla vostra dipartita», commentò Imbert.

 « L'arroganza è tutto ciò che mi resta. »

 Imbert era un individuo spietato. E de Molay aveva notato che la sua faccia da cavallo era sempre impassibile, come quel­la di una statua. Era il Grande Inquisitore di Francia, nonché confessore personale di Filippo IV, e ciò significava che il re gli dava ascolto.

 De Molay si era più volte domandato cosa, a parte la soffe­renza, desse piacere a quel domenicano. Tuttavia sapeva cosa lo irritava.
 

 « Non farò niente di ciò che voi desiderate. »



 « Avete già fatto più di quanto crediate. »

 Era vero. Per l'ennesima volta, de Molay deprecò la sua de­bolezza. Nei giorni successivi agli arresti avvenuti il 13 otto­bre, le torture di Imbert erano state brutali e molti confratelli avevano « confessato ». De Molay si sentì stringere il cuore al ricordo delle sue stesse ammissioni: i nuovi accolti nell'Ordine rinnegavano il Signore Gesù Cristo e sputavano su una croce in segno di disprezzo nei Suoi confronti... Poi anche lui era crollato e aveva addirittura scritto una lettera in cui esortavai confratelli a confessare. Un numero considerevole di loro aveva obbedito.

 Eppure, soltanto pochi giorni addietro, gli enussan di Sua Santità Clemente V erano infine arrivati a Parigi. Era ben noto che Clemente era un burattino nelle mani di Filippo e questo era il motivo per cui l'estate precedente, quand'era venuto in Francia, de Molay aveva portato con sé molti fiorini d'oro e dodici cavalli da soma carichi d'argento. Se le cose fossero an­date male, quel denaro sarebbe stato usato per comprare il fa­vore del sovrano. Ma de Molay aveva sottovalutato l'avidità di Filippo, fl re non si era accontentato di un semplice tributo: voleva tutto ciò che l'Ordine possedeva. Così era stata lanciata un'accusa di eresia e, in un solo giorno, migliaia di templari erano stati arrestati. De Molay aveva parlato delle torture agli emissari del papa e aveva pubblicamente ritrattato la sua con­fessione, pur sapendo che ciò avrebbe avuto gravi conseguen­ze per lui. Così disse: « Immagino che Filippo cominci a teme­re che il papa abbia una spina dorsale».

 « Non è saggio insultare le persone che vi tengono prigio­niero », osservò Imbert.

 « E cosa sarebbe saggio? »

 «Fare ciò che noi vogliamo. » 1 «E poi cosa risponderò al mio Dio?»

 « Il vostro Dio attende che voi, e tutti gli altri templari, ri­spondiate a noi», replicò Imbert, col suo solito tono metallico, che non tradiva la minima traccia d'emozione.

 De Molay non voleva più discutere. Negli ultimi tre mesi aveva sopportato interrogatori continui, e gli era stato impedi­to di dormire. Era stato messo ai ferri, coi piedi unti di grasso e tenuti vicino alla fiamma, disteso su un traliccio. L'avevano perfino costretto ad assistere mentre carcerieri ubriachi tortu­ravano altri templari, la maggioranza dei quali erano semplici fattori, diplomatici, contabili, artigiani, marinai e scrivani. Pro­vava vergogna per ciò che era stato costretto a dire e non in­tendeva piegarsi ad altro. Giacque sul letto maleodorante e sperò che i suoi carcerieri se ne andassero.

 L'altro fece un gesto. Due guardie entrarono nella stanza e tirarono in piedi de Molay.


 « Portatelo nella cappella », ordinò Imbert.

 De Molay era stato arrestato al Tempio di Parigi e lo tene­vano lì dal mese di ottobre. L'alto edificio con quattro torrette d'angolo era un quartier generale dei templari - un centro fi­nanziario - e non aveva camere di tortura. Imbert ne aveva improvvisato una, trasformando la cappella in un luogo di sofferenze inimmaginabili... Un luogo che de Molay aveva vi­sitato spesso, negli ultimi tre mesi.

 De Molay fu trascinato là e spinto al centro del pavimento in mattonelle bianche e nere. Molti confratelli erano stati ac­colti nell'Ordine sotto quel soffitto dipinto di stelle.

 «Mi è stato riferito che qui dentro tenevate le vostre ceri­monie più segrete », disse Imbert. n domenicano, avvolto nella sua tonaca nera, si diresse verso un lato della lunga sala, ac­canto a una cassa cesellata che de Molay conosceva bene. «Ho esaminato il contenuto di questo sarcofago. Contiene un teschio umano, due omeri e un sudario funebre. Curioso, non trovate? »

 De Molay non replicò, pensando alle parole che ogni postu­lante pronunciava quando veniva accolto nell'Ordine: Io soffri­rò tutto ciò che a Dio piacerà.

 « Molti vostri fratelli ci hanno rivelato come usavate questi macabri reperti. » Imbert scosse il capo. « Ecco a quali nefan­dezze si abbassa il vostro Ordine. »

 « Noi rispondiamo solo al nostro papa, come servi a un ser­vo di Dio », sbottò de Molay. « Lui solo può giudicarci. »

 « n vostro papa è un vassallo del mio signore. Lui non vi salverà. »

 Era vero. Gli emissari del papa si erano impegnati a riferire che de Molay aveva ritrattato la sua confessione, ma dubitava­no che ciò avrebbe potuto cambiare il destino dei templari.

 «Spogliatelo», ordinò Imbert. Il saio che de Molay indossava dal giorno del suo arresto gli fu strappato di dosso. Lui non fu troppo dispiaciuto di veder­lo gettare via, perché la stoffa lurida puzzava di feci e di orina. Ma la regola proibiva ai fratelli di mostrarsi nudi. Sapeva che l'Inquisizione privava spesso le sue vittime degli indumenti per colpirle nell'orgoglio, così disse a se stesso che non si sarebbe lasciato avvilire dall'atto offensivo di Imbert. A cinquantasei anni, il suo fisico era ancora muscoloso. Come tutti i ca­valieri suoi confratelli, si prendeva buona cura della sua salu­te. Si tenne eretto, facendo appello alla dignità, e con calma chiese: « Perché vengo umiliato in questo modo? »


 « Cosa volete dire? » chiese Imbert di rimando, incredulo.
 « Questa cappella è un luogo di devozione, ma voi mi spo­gliate e guardate la mia nudità, sapendo che ogni confratello depreca una tale esibizione. »


 Imbert aprì il coperchio del sarcofago e ne estrasse un lun­go drappo di stoffa ripiegato. « Contro il vostro prezioso Ordi­ne sono state mosse dieci accuse. De Molay le conosceva tutte. Andavano dal disprezzo per i sacramenti all'adorazione di idoli pagani, dall'aver tratto pro­fitto da atti immorali alla tolleranza dell'omosessualità.


 «Quella che mi preoccupa di più è la vostra pretesa che ogni nuovo confratello rinneghi Cristo, Nostro Signore, e sputi sulla Santa Croce e la calpesti », disse Imbert. « Uno dei vostri confratelli ci ha perfino detto che alcuni orinavano sull'imma­gine di Nostro Signore Gesù in croce. È vero? »


 «Domandatelo a quel confratello. »
 «Sfortunatamente non è sopravvissuto all'interrogatorio. »


 De Molay non replicò.
 « II mio re e Sua Santità sono stati addolorati più da questa accusa che da tutte le altre. Senza dubbio, come uomo cui è stata impartita l'educazione religiosa, sapevate quanto li avrebbe contrariati scoprire che rinnegate Cristo come Nostro Salvatore. »


 «Preferisco parlare di questi argomenti soltanto col papa. Imbert fece un cenno e le guardie chiusero due bracciali di ferro intorno ai polsi di de Molay, poi si scostarono e gli fecero allargare le braccia, senza nessun riguardo per i suoi muscoli doloranti. Da sotto la tonaca, Imbert estrasse una frusta a mol­te corde. L'oggetto tintinnò, e de Molay vide che ogni corda aveva l'estremità d'osso. L'inquisitore abbattè la frusta sulle braccia protese e sulla schiena nuda del prigioniero. Il dolore ottenebrò la mente di de Molay e poi si ritrasse, lasciando dietro di sé una lucidità di cui non c'era sofferenza. Prima che le sue carni avessero il di riprendersi, arrivò un'altra frustata, poi un'altra ancora. Il templare non voleva dare soddisfazione a Imbert, ma il dolore lo sopraffece e lui lanciò un grido straziante.
 

« Non vi prenderete più gioco dell'Inquisizione. » De Molay cercò di controllare le sue emozioni. Si vergogna-i di aver gridato. Guardò gli occhi scintillanti dell'inquisitore i attese ciò che sarebbe accaduto. Imbert gli restituì lo sguardo. «Voi rinnegate il Nostro Sal­datore, affermando che era solo un uomo e non il figlio di Dio? commettete sacrilegio sulla Santa Croce? Molto bene. Ora predrete cosa significa sopportare la croce. La frusta calò di nuovo sulla schiena, sulle natiche, sulle I gambe. Le punte d'osso spaccavano la pelle e il sangue schizzava.

 Il mondo si confuse in una nebbia. Imbert interruppe la fustigazione. « Incoronate il maestro. » De Molay alzò la testa e cercò di mettere a fuoco lo sguardo. ! Ciò che vide sembrava un anello di ferro nero. Dalla circonfe-i senza interna spuntavano dei chiodi, con la punta piegata in alto e in basso.


 Imbert si avvicinò. « Ora saprete cos'ha sopportato il Figlio di Dio. fl nostro Signore Gesù Cristo, che voi e i vostri confra­telli avete dileggiato. » La corona gli fu messa sulla testa e premuta con forza. I chiodi si conficcarono nel cuoio capelluto e il sangue sgorgò I dalle ferite, inzuppandogli i capelli sporchi e sudati


Imbert gettò da parte la frusta. « Conducetelo alla porta. » De Molay fu trascinato attraverso la cappella fino all'alta porta di legno, solitamente aperta, che conduceva al suo allog­gio privato. In quel momento era chiusa. Uno sgabello fu po­sato al suolo davanti a essa, e lui dovette salirei sopra. Una delle guardie lo tenne dritto, mentre un'altra stava pronta in caso il templare opponesse resistenza. Ma de Molay era trop­po debole per provarci.I bracciali di ferro gli furono tolti. Imbert consegnò tre grossi chiodi a un'altra guardia. «Fate­gli alzare il braccio destro nel modo che abbiamo concordato. »

 Il braccio gli fu sollevato sopra la testa. Quando la guardia si avvicinò, de Molay vide il martello.
 E capì cosa intendevano fare.
 Dio misericordioso.


 Sentì una mano afferrargli il polso e la punta di un chiodo premere sulla carne sudata. Vide il martello sollevarsi. Poi udì il secco rumore del metallo contro il metallo. Il chiodo gli trapassò il polso e lui gridò.


 «Hai evitato le vene?» domandò Imbert alla guardia.
 «Non le ho toccate. »
 « Bene. Non deve morire dissanguato. »


 Quand'era un giovane confratello, de Molay aveva combat­tuto in Terrasanta, nei mesi in cui l'Ordine aveva opposto l'ul­tima resistenza nella città di Acri. Ricordava la sensazione che si provava nel ricevere una spada nella carne. In profondità. Con durezza. A lungo. Ma restare appeso a un chiodo confic­cato in un polso era assai peggiore.


 Il suo braccio sinistro venne sollevato all'altezza della spal­la e un altro chiodo gli fu martellato attraverso la carne del polso. Si morse la lingua, cercando di controllarsi, ma il dolore atroce gli fece stringere i denti con forza. Il sangue gli riempì la bocca e lui lo ingoiò.


Imbert spostò lo sgabello con un calcio e tutto il peso del corpo di de Molay, alto un metro e ottantacinque, fece forza sui polsi, in particolare su quello destro, perché l'angolazione del braccio sinistro gli mandava sotto sforzo l'altro braccio, fi­no al punto di rottura. Qualcosa schioccò nella spalla, e la sof­ferenza gli trafisse il cervello come una lama.

Una delle guardie gli afferrò il piede destro e ne studiò la carne. Evidentemente Imbert si era preso la briga di scegliere con cura i punti d'inserimento, in modo che fossero lontani dai vasi sanguigni, n piede sinistro fu poi messo dietro il de­stro, ed entrambi vennero fissati alla porta con un solo chiodo. De Molay non aveva più la forza di gridare.


Imbert ispezionò il lavoro. « Poco sangue. Ben fatto. » Indie­treggiò di qualche passo. « Come ha sopportato il nostro Si­gnore e Salvatore, così sopporterete voi. Con una sola diffe­renza. »

Ora de Molay capì perché avevano chiuso la porta. Imbert i il catenaccio, aprì il battente facendo cigolare i cardini, e i richiuse con un tonfo.


Il corpo di de Molay fu sbattuto da una parte e poi dall'altra ondeggiando appeso ai chiodi e all'articolazione slogata. La sofferenza era indicibile. « Come sul tavolo della stiratura alla ruota, dove il dolore lò essere applicato per gradi, anche qui c'è un elemento di itrollo», spiegò Imbert. «Potrei lasciarvi penzolare immo-e. Oppure farvi ondeggiare avanti e indietro. O potrei sbat-Itere la porta come avete appena visto, che è la cosa peggiore. » n mondo appariva e spariva, e de Molay respirava a stento. ! 1 crampi gli torturavano ogni muscolo, n suo cuore batteva sel-l vaggiamente. n sudore gli scorreva sulla pelle e si sentiva co­me se avesse la febbre, con un'arsura che gli bloccava la gola. 


« Adesso vi prendete ancora gioco dell'Inquisizione? » do­mandò Imbert. Lui avrebbe voluto dirgli che odiava la Chiesa per ciò che gli veniva fatto. Un papa inetto, controllato da un monarca francese in bancarotta, aveva in qualche modo abbattuto la più grande organizzazione religiosa mai conosciuta dall'uo­mo. Quindicimila fratelli sparsi in tutta Europa. Novemila proprietà terriere. Un esercito di guerrieri che un tempo aveva dominato la Terrasanta e che esisteva da duecento anni. I Po­veri Soldati di Cristo e del Tempio di Salomone avevano sim­boleggiato tutto ciò che era buono e giusto. Ma il successo ave­va provocato l'invidia e, in qualità di maestro, lui si era reso conto della tempesta politica che infuriava intorno a loro. Avrebbero dovuto essere meno rigorosi, più ossequienti al po­tere politico, moderarsi nelle critiche. Grazie al cielo lui aveva previsto parte di ciò che era accaduto e perciò aveva preso al­cune precauzioni. Filippo IV non avrebbe mai visto un'oncia dell'oro e dell'argento dei templari.

E non avrebbe mai messo le mani sul più grande di tutti i tesori.


De Molay ricorse alle sue ultime stille di energia e alzò la testa. Imbert si accorse che stava per parlare e si fece più vi­cino.

« Che tu sia maledetto all'inferno », sussurrò il prigioniero. « Maledetto te, e tutti quelli che ti hanno aiutato nella tua cau­sa diabolica. »


La testa gli ricadde sul petto. Sentì il domenicano gridare alle guardie che facessero sbattere la porta, ma la sofferenza era così intensa e lo aggrediva da tante direzioni che tutto sfu­mò nel torpore. Lo stavano tirando giù. Non sapeva quanto tempo fosse rima­sto appeso, ma il rilasciarsi delle membra non gli portò sollie­vo, perché ogni muscolo era diventato insensibile. Fu portato di peso per qualche minuto e infine comprese di essere di nuovo nella sua stanza. I suoi carcerieri lo gettarono sul mate­rasso, e intorno a lui ci fu di nuovo il familiare puzzo di escre­menti. Gli misero la testa su un guanciale. Le sue braccia furo­no allargate ai lati.


« Mi è stato raccontato », disse con calma Imbert, « che, quan­do un nuovo fratello si presentava per essere accettato nel vo­stro Ordine, veniva avvolto in un sudario di lino. Questo sim­boleggiava la sua morte, prima di resuscitare a una nuova vita come templare. Anche voi ora avrete questo onore. Ho disteso sotto di voi il sudario che c'era nel sarcofago della cappella. » L'uomo prese la lunga pezza di stoffa, ai piedi di de Molay, e ne ripiegò l'altra metà sopra il suo corpo bagnato coprendogli anche il viso. « Mi è stato riferito che questo sudario era usato dall'Ordine in Terrasanta, e che fu portato qui per avvolgervi tutti gli iniziati, a Parigi. Ecco, ora siete resuscitato. Restate qui a meditare sui vostri peccati. Io tornerò. De Molay era troppo debole per replicare. Sapeva che mol­to probabilmente Imbert aveva ordinato di non ucciderlo, ma capiva anche che nessuno sarebbe venuto a prendersi cura di lui. Rimase a giacere immobile. Il torpore stava svanendo, so­stituito da una sofferenza atroce, fl cuore batteva come un tamburo e il suo corpo stava perdendo un'impressionante quantità di liquido sotto forma di sudore. Disse a se stesso che doveva calmarsi, immaginarsi qualcosa di piacevole. Ma riuscì soltanto a pensare a ciò cne i suoi carcerieri volevano.



Ma poi gli sovvenne un altro passaggio biblico, che portò i un po' di torpido conforto alla sua anima straziata. E mentre giaceva lì, coperto dal sudario e perdendo sudore e sangue da tutto il corpo, pensò al Deuteronomio. Lasciatemi solo, che io possa distruggerli.


 
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