martedì 28 febbraio 2012

Innocente, primo romanzo di Grisham basato su una vicenda realmente accaduta.

InnocenteI lettori più affezionati noteranno subito le differenze nello stile e nell'esposizione dei fatti e non potranno esimersi dal trarre le loro conclusioni.
Il libro è ben scritto, ordinato e preciso, e percorre la terribile avventura capitata a Ron Williamson e Dennis F. ingiustamente incolpati di omicidio.
Grisham si sofferma a lungo sul passato dei due sfortunati giovani, e in particolar modo sulla vita di Ron, astro del baseball tramontato ancor prima di incominciare veramente a brillare.
Nel corso del Romanzo si incontrano anche personaggi minori, anch'essi vittime dell'arrogante sistema americano e delle persone incompetenti che spesso ne minano la presunta infallibilità.
La storia è commovente e tragica, ma lo stile giornalistico con cui viene presentata non lascia spazio a troppa retorica o a note romanzesche.
L'abilità di Grisham è notevole, perchè con questa sua ultima fatica dimostra di essere in grado di colpire e coinvolgere anche senza usare la sua talentuosa fantasia.
Un libro che si legge agilmente, che provoca indignazione e sconcerto, un libro-trattato di pregevole fattura.
Un nuovo Grisham.

Mentre sfogliavo il "New York Times" due giorni dopo i fune­rali di Ron Williamson, rni cadde l'occhio su un articolo dedi­cato alla sua vicenda. Mi colpì il titolo: Muore a 51 anni Ronald Williamson, ingiustamente condannato a morte, e lo lessi. Era di Jim Dwyer e mostrava una foto di Ron in aula il giorno del
proscioglimento, con l'espressione a metà fra l'incredulo e il sollevato.


Non avevo mai sentito parlare né di lui né di Dennis Fritz.
Rilessi l'articolo una seconda volta. Neppure al massimo del­la mia creatività sarei riuscito a concepire una storia così com­plessa e articolata come quella realmente vissuta da Ron. E non sapevo ancora tutto! Contattai le sorelle di Ron, Annette e Re-nee, e decisi di scrivere un libro sulla vicenda.


Non avevo mai preso seriamente in considerazione l'idea di scrivere non fiction - mi diverto troppo a costruire romanzi -e non sapevo a che cosa sarei andato incontro. Per condurre le ricerche e scrivere il libro ho impiegato diciotto mesi. Sono an­dato a Ada diverse volte - nel palazzo di giustizia, nel carcere e in diversi locali -, ho visitato la vecchia e la nuova sede del braccio della morte del McAlester, sono stato due ore a parlare di baseball con Muri Bowen ad Asher, mi sono recato negli uf­fici di Innocence Project a New York, ho pranzato con il giu­dice Frank Seay in un ristorante di Seminoie, ho fatto il giro dello Yankee Stadium, ho incontrato Tommy Ward nel carcere di Lexington e a Norman, dove facevo base, ho discusso per ore con Mark Barrett. Ho incontrato anche Dennis Fritz a Kan-sas City, Annette e Renee a Tulsa e, quando sono riuscito convincere Greg Wilhoit a raggiungermi in Oklahoma dalla California, mi sono fatto accompagnare da lui al Big Mac, do­ve Greg ha rivisto la sua vecchia cella per la prima volta dopo quindici anni.
A ogni incontro la storia prendeva una piega diversa. Avrei potuto scrivere un libro di cinquemila pagine.


Questa avventura mi ha fatto scoprire il mondo degli errori giudìziari, cui non avevo mai prestato troppa attenzione, nep­pure quando facevo l'avvocato. Vicende di questo genere non sono prerogativa dell'Oklahoma, tutt'altro. Ne avvengono ogni mese in tutti gli Stati del Nordamerica, per motivi sem­pre diversi e al tempo stesso sempre uguali: indagini appros­simative, analisi che hanno poco di scientifico, identificazioni fallaci, difensori incapaci e pubblici ministeri troppo pigri o troppo arroganti.


Nelle grandi città, i tecnici forensi sono oberati di lavoro e per sveltire le procedure a volte diventano approssimativi; nel­le città più piccole, i poliziotti spesso mancano di adeguata for­mazione e supervisione. Omicidi e stupri sono scioccanti, la gente vuole che la polizia trovi il colpevole prima possibile. Si da per scontato che il sistema funzioni con professionalità e ri­gore. Quando così non è, accadono episodi come quelli di Ron Williamson e Dennis Fritz.
O di Tommy Ward e Karl Fontenot, cui la pena di morte è stata commutata in carcere a vita. Tommy un giorno potrebbe ottenere la condizionale, Karl no, per un problema procedura­le. Il dna non può scagionarli perché non esiste materiale bio­logico. Non si scoprirà mai chi ha ucciso Denice Haraway. O perlomeno la polizia non lo scoprirà mai. Se volete saperne di più, consultate www.wardandfontenot.com.


Mentre svolgevo le mie ricerche, ho scoperto altri due casi legati a Ada. Nel 1983 un certo Calvin Lee Scott fu processato per stupro nel tribunale della contea di Pontotoc. La vittima era una giovane vedova, aggredita nel sonno in casa propria, che non aveva visto in faccia l'uomo perché questi le aveva messo un cuscino sulla faccia. Un perito dell'OSBi dichiarò che due peli ritrovati sul corpo della vittima risultavano "compatibili" con quelli di Calvin Lee Scott, che pure si proclamava innocente. La giuria lo condannò a venticinque anni di detenzione. Uscì dopo venti. Quando nel 2003 il test del dna attestò la sua innocenza, aveva già scontato la pena.


A condurre le indagini era stato Dennis Smith, a perseguire il caso Bill Peterson.
Nel 2001, l'ex vicecapo della polizia Dennis Corvin si di­chiarò colpevole di traffico di sostanze stupefacenti e venne condannato a sei anni di reclusione. Corvin, come ricorderete, era il poliziotto che Glen Gore disse essere suo fornitore di metamfetamina.

Ada è una bella città. Quando si deciderà a togliere di mez­zo le mele marce?
Quando si stancherà di pagare per i loro errori, forse. Negli ultimi due anni, le imposte catastali sono aumentate ben due volte, per rimpinguare le riserve prosciugate dai risarcimenti versati a Ron e Dennis. È scandaloso che anche i Carter, es­sendo proprietari di immobili, abbiano dovuto tirar fuori quei quattrini.
È impossibile calcolare i costi di simili errori. L'Oklahoma spende circa 50.000 dollari l'anno per ogni detenuto. Senza contare le spese aggiuntive relative al braccio della morte e alle cure psichiatriche: solo per Ron ne ha spesi 600.000. E lo stesso per Dennis. Aggiungiamo le somme ottenute dai due a titolo di risarcimento e i conti sono presto fatti. L'errore giudiziario, nel loro caso, è costato diversi milioni di dollari.
Naturalmente, questa cifra non comprende le migliaia d i ore degli avvocati d'ufficio che hanno lavorato con tanta dili­genza per rimediarvi, né quelle degli addetti della procura che cercavano invece di confermarlo. A pagare, come sempre, sono stati i contribuenti.
Eppure si giocò al risparmio, riconoscendo a Barney Ward il misero compenso di 3600 dollari per la difesa di Ron e negan­dogli la perizia di parte, eccessivamente costosa. Anche Greg Saunders ricevette 3600 dollari per difendere Dennis e anche a lui venne negata la perizia per mancanza di fondi.
Se i danni economici sono irritanti, quelli dal punto di vista umano sono a dir poco scandalosi. Com'è ovvio, il fatto di essere condannato ingiustamente pesò moltissimo sulla malat­tia mentale di Ron, che non si riprese più, neppure dopo che venne rilasciato. Succede quasi sempre. Dennis Fritz è stato fortunato: ha avuto il coraggio, l'intelligenza e alla fine anche i soldi per potersi rifare una vita. A Kansas City conduce un'esi­stenza tranquilla e agiata e l'anno scorso è diventato nonno.
Bill Peterson lavora tuttora alla procura di Ada, insieme a Nancy Shew e Chris Ross. Anche Gary Rogers continua a fare l'ispettore. Dennis Smith è andato in pensione nel 1987 ed è morto improvvisamente il 30 giugno 2006. Barney Ward è de­ceduto nell'estate del 2005, mentre io scrivevo il libro, e non ho avuto la possibilità di intervistarlo. Il giudice Ron Jones ha smesso di fare il giudice nel 1990 e si è trasferito.
Glen Gore è nella H Unit del McAlester. Nel luglio del 2005 la Corte d'appello dell'Oklahoma gli ha dato ragione e ha or­dinato un nuovo processo. Il motivo è che Gore non ricevette un giusto processo in quanto il giudice Landrith non concesse al suo difensore di ammettere come prova il fatto che altri due uomini erano stati condannati per lo stesso reato.

innocente_williamson

Il 21 giugno 2006 Gore è stato condannato nuovamente. La giuria non è riuscita a pervenire a un accordo sulla pena di morte e, come prescrive la legge, il giudice Landrith l'ha con­dannato all'ergastolo senza possibilità di condizionale.
Sono molte le persone che mi hanno aiutato a scrivere que­sto libro e che desidero ringraziare. Annette, Renee e i loro fa­miliari mi hanno dato libero accesso a ogni aspetto della vita di Ron. Mark Barrett mi ha dedicato moltissimo tempo, ac­compagnandomi in giro per l'Oklahoma, raccontandomi sto­rie che all'inizio facevo fatica a credere, aiutandomi a contat­tare testimoni e a trovare vecchi atti e documenti. La sua assistente, Melissa Harris, mi ha fotocopiato migliaia di docu­menti, conservandomeli in perfetto ordine.
Dennis Fritz ha ripercorso la sua dolorosa storia con note­vole entusiasmo e ha risposto a ogni mia domanda. Lo stesso ha fatto Greg Wilhoit.
Brenda Tollett dell'«Ada Evening News» ha frugato negli archivi tirandone miracolosamente fuori tutti gli articoli rela­tivi alla vicenda Carter e Haraway. Ann Kelley Weaver, che adesso lavora per «The Oklahoman», ricordava molti dei ser­vizi pubblicati sul proscioglimento.
Sulle prime il giudice Frank Seay è stato riluttante a parlare del suo lavoro. Come i giudici di una volta, ritiene che il pro­prio ruolo imponga di stare lontani dalle luci della ribalta. Al­la fine, però, ha acconsentito a parlarmi. Nel corso di una telefonata, l'ho chiamato "eroe" e lui ha respinto la mia defi­nizione quasi come se fosse stata un'obiezione a un processo. Vicky Hildebrand lavora ancora con lui e ricorda benissimo l'emozione che provò nel leggere la petizione di Habeas Cor­pus di Ron.


Jim Payne è diventato giudice federale e, pur essendo molto collaborativo, ha manifestato scarso interesse a prendersi il merito del rinvio dell'esecuzione di Ron. Tuttavia, è stato an­che lui un "eroe": la sua attenta lettura della memoria di Janet Chelsey a casa, fuori dell'orario lavorativo, gli suscitò abbastan­za preoccupazione da fargli raccomandare al giudice Seay un rinvio in extremis.
Pur essendo entrato in scena solo all'ultimo, il giudice Tom Landrith ebbe l'enorme soddisfazione di presiedere l'udienza in cui Ron e Dennis furono prosciolti, nell'aprile del 1999. In­contrarlo nel palazzo di giustizia di Ada è stato sempre un piacere, per me, oltre che fonte di informazioni preziose.
Barry Scheck e gli altri dell'Innocence Project sono stati di­sponibili e gentilissimi. Hanno fatto prosciogliere già centottan-ta persone grazie al test del dna e hanno ispirato altri movi­menti per la liberazione degli innocenti in tutto il paese. Se volete saperne di più, visitate il sito www.innocenceproject.org. Tommy Ward ha passato tre anni e nove mesi nel braccio della morte, la vecchia F Cellhouse, prima di venire esiliato per sempre nel carcere di Lexington. Ci siamo scritti molte let­tere. Mi ha raccontato anche cose di Ron, consentendomi di ri­portarle nel mio libro.

Per riferire la sua vicenda da incubo, mi sono rifatto a The Dreams of Ada di Robert Mayer. È un libro affascinante, che prova quanto può essere importante scrivere di fatti realmen­te avvenuti. Mayer mi ha aiutato molto nelle mie ricerche.
Mi sono avvalso di volumi e volumi di testimonianze giura­te rese dalla maggior parte dei personaggi coinvolti nella vi­cenda. Alcune interviste non sarebbero neppure state necessa-rie. Alcune non sono state concesse. Le uniche cose che ho cambiato sono i nomi delle presunte vittime di stupro.
John Grisham

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Il pendolo di Foucault, incalzante come un giallo, rigoroso come un saggio ed emozionante come un libro d’avventura.

pendolo_foucaultIl pendolo di Foucault è il secondo romanzo dello scrittore italiano Umberto Eco. Pubblicato nel 1988 dalla casa editrice Bompiani (con cui Eco aveva già un pluridecennale rapporto), è ambientato negli anni della vita dello scrittore di Alessandria, arrivando ai primi anni '80.
Casaubon, l'io narrante, è dapprima studente e poi giovane professionista dell'editoria a Milano. Attraverso una serie di eventi, trova nel mito dei Cavalieri templari la sua vera raison d'être culturale e professionale.


Da tale mito tuttavia si diramano una serie di filoni che corrispondono alla parte più occulta o a quella più reietta della cosiddetta civiltà occidentale. Attraverso la scoperta di questi filoni facciamo la conoscenza degli altri personaggi del romanzo, alcuni buoni, altri meno, ma tutti interessati a qualcosa.


L'avidità di ottenere ciò che i vari protagonisti cercano manda in malora i buoni e i cattivi più deboli, per così dire. Casaubon, Belbo e Diotallevi, infatti, da un puro gioco traggono il Piano-Complotto la cui "sgangheratezza" (v. ciò che pensa del film Casablanca Umberto Eco) contribuisce a renderlo verosimile all'avido Agliè, in cerca di uno scopo verso cui indirizzare la società segreta paramassonica che capeggia.

Milano, tratteggiata con evidente nostalgia, e la campagna attorno ad Alessandria, in cui la nostalgia è un po' più artefatta, sono i luoghi italiani in cui si snoda il vissuto del libro e sono uno dei punti in comune tra Il Pendolo di Foucault e La misteriosa fiamma della regina Loana.


Parigi è insieme inizio e finale del narrato, il cui epilogo è però consumato da Casaubon nella rassegnata attesa dei suoi nemici in una stanza del vecchio casolare di Belbo.
Quest'ultimo aspetto è un tratto in comune ai cinque romanzi scritti da Eco: ciò che li rende autenticamente biografie, anche se fittizie, è il loro concludersi con la morte del protagonista-io narrante.


Il romanzo trae il titolo dal pendolo di Foucault, un pendolo libero di oscillare liberamente per molte ore: esso dimostra la rotazione terrestre.


Un esempio di pendolo di Foucault è al Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi, dove prende inizio il romanzo; alcune scene finali, inoltre, vedono protagonista una macabra rielaborazione del pendolo stesso.

Riassumere la trama de Il pendolo di Foucault è come voler compendiare il senso dell’universo in uno o due lepidi aforismi da cioccolatino.


Il Pendolo non ha una trama, non ha un tempo e non ha un’azione. E’ la storia di alcuni redattori milanesi, tra gli anni 70 e 80, e del loro sgangherato cotè lavorativo.


Ma è anche la storia di una colossale mistificazione che, ordita con avventata leggerezza, si trasforma in un inquietante scenario con un epilogo da granguignolle. Ed è anche la storia di una sola notte di tregenda: quella del 23 giugno 1984 e di una terribile soluzione finale.
E infine la storia di un’altra notte: quella del 27 giugno 1984, nella vecchia casa di campagna di uno dei protagonisti, dove tutto viene raccontato, dove tutto sembra finito e dove tutto deve (forse) ancora misteriosamente e ancora minacciosamente cominciare.
In tutte queste storie (e in altre che il Pendolo contiene) fanno la loro comparsa con livida livrea di convitati di pietra, una sterminata serie di personaggi, di storie, di miti, di leggende, provenienti da tutto il sapere storico, tutto il sapere cosmico e tutto il sapere ermetico: dai Templari, ai Rosacroce, dai Miti Celtici, ai Culti dell’antico Egitto, dal Santo Graal , ai Vangeli Apocrifi, da Napoleone a Hitler, a Cagliostro.

Foucault Pendolo zoom

Il Pendolo è una mirabolante, vertiginosa giostra di evoluzioni, tra misteri celati (o svelati), interpretati (o travisati), tra scienze occulte, società segrete complotti cosmici e… un Piano, il Piano! Quello che tre redattori editoriali si inventano per celia e per noia e che qualcuno prende molto, troppo e troppo pericolosamente sul serio.


Leggendo il Pendolo di Foucault vi si troverà molto più di ciò che è possibile raccontare. Vi si troveranno molti riferimenti e richiami che ciascuno saprà cogliere secondo la propria formazione e secondo la propria esperienza (Dante, Poe, Hammett, Joyce...) e soprattutto ci si divertirà, perché questo è davvero un libro, ancorché ponderoso, da divorare tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina.


C’è un difetto? Certo. Qualcuno ha scritto che gli manca la leggerezza. Assenza inevitabile e connaturata alla potenza delle suggestioni che emanano dal testo, potenza grave (mai greve), come talvolta deve essere l’Arte.


Si consiglia di cercare la leggerezza in Calvino o in Kundera. Ma se si desidera immergervi in qualche ora di puro godimento intellettuale, di divertimento intelligente, assorbente e coinvolgente come solo pochi scrittori al mondo sanno offrire, allora il Pendolo di Foucault del professor Eco Umberto da Alessandria fa per voi.

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Il giardino delle belve, nella Berlino nazista, un thriller mozzafiato, ricco di colpi di scena.

giardino_belveNel 1936, alla vigilia dei giochi olimpici di Berlino, l'America e il mondo intero assistono con preoccupazione all'irresistibile ascesa di Hitler. Paul Schumann, killer d'origine tedesca al soldo di Lucky Luciano, catturato dall'FBI accetta, in cambio dell'immunità e della promessa di una nuova vita, la missione più azzardata della sua carriera: uccidere, durante la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi, Reinhard Ernst, l'uomo chiave nella corsa agli armamenti del Terzo Reich.


Inviato a Berlino come cronista sportivo al seguito della squadra olimpica americana, Schumann ha quarantotto ore di tempo per compiere la sua missione. Ad attenderlo non c'è solo una città blindata da eccezionali misure di sicurezza, ma anche l'unico avversario capace di tenergli testa, l'implacabile detective Willy Kohl.


Con questo romanzo tra il thriller storico e la spy-story, il maestro della suspense sorprende il lettore per la nuova ambientazione e i due protagonisti memorabili.

Non appena entrò nell'appartamento poco illuminato, capì di essere un uomo morto.
Si asciugò le mani madide di sudore, si guardò attorno, la ca­sa era silenziosa come un obitorio e gli unici deboli suoni erano quelli del traffico notturno di Hell's Kitchen e della veneziana sudicia che veniva sospinta verso la finestra dal fiato caldo del ventilatore Monkey Ward.
In quella scena non quadrava niente.
Tutto sbagliato...
Malone avrebbe dovuto essere lì, sbronzo fradicio, a dormire per smaltire la sbornia. Ma non c'era. Non c'era nemmeno l'ombra di una bottiglia, nemmeno l'odore del bourbon, l'unico liquore che beveva quel delinquente. E sembrava che non fosse stato lì da un bel pezzo. La copia del Sun di New York abban­donata sul tavolo era vecchia di due giorni. Accanto al giornale c'erano un portacenere freddo e un bicchiere con un alone blua­stro di latte secco su un lato.
Accese le luci.
Be', comunque c'era una porta laterale, come aveva notato il giorno prima dal corridoio mentre ispezionava il posto. Ma era sbarrata. E la finestra che conduceva alla scala antincendio? Dio, era stata sigillata con ogni cura con della rete metallica che non era riuscito a scorgere dal vicolo. Certo, l'altra finestra era aperta ma era anche a più di dieci metri dal marciapiede.
Nessuna via d'uscita...
E dov'era Malone? si chiese Paul Schumann.
Malone era in fuga, Malone si stava facendo una birra nel Jer­sey, Malone era una statua con un basamento di cemento sotto un molo di Red Hook.
Non aveva importanza.
Qualunque cosa gli fosse accaduta, si rese conto Paul, quel delinquente ubriacone non era stato nient'altro che un'esca, e chi gli aveva detto che lo avrebbe trovato lì quella notte lo ave­va imbrogliato.
Fuori, in corridoio, un rumore furtivo di passi. Un tintinnio metallico.
Tutto sbagliato...

Paul appoggiò la pistola sull'unico tavolo della stanza, si tol­se di tasca il fazzoletto e si asciugò il volto. L'ondata di caldo ro­vente che proveniva dal Midwest aveva raggiunto New York. Ma nessuno poteva camminare tranquillamente per strada sen­za indossare una giacca quando, infilata nella cintola, aveva una Colt .45 del 1911, e così Paul era stato costretto a indossare un completo. Era un abito monopetto, a un solo bottone, di lino grigio. La camicia di cotone bianco era madida di sudore.
Altri passi in corridoio dove sicuramente si stavano prepa­rando per lui. Un sussurro, un altro tintinnio.
Paul pensò di guardare fuori dalla finestra ma temette che gli avrebbero sparato in faccia. Voleva una veglia funebre con la bara aperta e non conosceva nessun becchino bravo abba­stanza da riparare i danni causati da una pallottola o da dei pallini da caccia.

Ma chi lo voleva morto? si chiese.
Non era Luciano, naturalmente, l'uomo che lo aveva assol-dato per eliminare Malone. Non era nemmeno Meyer Lansky. Erano uomini pericolosi ma non dei traditori. Paul aveva sem­pre fatto lavori importanti per loro senza lasciare mai il minimo indizio che potesse collegarli a un'eliminazione. Inoltre, se uno dei due avesse voluto togliere di mezzo lui, non avrebbe certo avuto bisogno di organizzargli un lavoro fasullo. Lo avrebbe semplicemente fatto sparire.
Quindi, chi lo aveva incastrato? Che si trattasse di O'Banion o di Rothstein di Williamsburg o di Valenti di Bay Ridge, be', sa­rebbe morto nel giro di pochi minuti.
Se si trattava dell'elegante Tom Dewey, la sua morte non sa­rebbe stata così immediata: sarebbe durata il tempo necessario a farlo incarcerare e a farlo finire sulla sedia elettrica a Sing-Sing.
Altre voci dal corridoio. Altri clic, metallo che scorreva su al­tro metallo.
Tuttavia, osservando la situazione da un certo punto di vista,riflette Paul ironicamente, le cose continuavano ad andare a me­raviglia; dopotutto era ancora vivo.
E dannatamente assetato.
Raggiunse il Kelvinator e lo aprì. Tre bottiglie di latte - due delle quali cagliate - una confezione di formaggio Kraft e una di pesche Sunsweet. Alcune cola Royal Crown. Trovò un apribot­tiglie e tolse la capsula dalla bottiglietta della bibita.

Da qualche parte giungeva il suono di una radio accesa. Sta­va suonando Stormy Weather.
Tornò a sedersi al tavolo e si vide riflesso nello specchio pol­veroso appeso alla parete sopra un lavandino dallo smalto scheggiato. I suoi occhi azzurro chiaro non erano spaventati co­me avrebbero dovuto essere, si disse. Il suo volto però era stan­co. Era un uomo robusto: più di un metro e ottanta per oltre no­vanta chili. I capelli erano come quelli di sua madre, castano ros­sicci; la carnagione chiara, invece, l'aveva ereditata dagli ante­nati tedeschi di suo padre. La pelle era leggermente rovinata: non dal vaiolo ma dai segni di vecchie scazzottate e da quelli più recenti di guantoni EverLast. E anche dal cemento e dal tappe­to del ring.
Paul riflette sulla situazione. Se si fosse trattato di O'Banion o di Rothstein o di Valenti, be', a nessuno di loro importava un accidenti di Malone, un operaio pazzo dei cantieri navali che aveva cominciato a lavorare per la malavita e aveva ucciso la mo­glie di un poliziotto in modo particolarmente sgradevole. Aveva minacciato di riservare lo stesso trattamento a qualsiasi agente gli avesse creato problemi. Ogni boss della zona, da Brooklyn al Jersey, era rimasto scioccato da ciò che aveva fatto. Quindi se uno di loro avesse voluto eliminare Paul, perché non aspettare che facesse fuori Malone?

Questo significava che probabilmente si trattava di Dewey.
L'idea di essere rinchiuso in galera fino all'esecuzione era de­primente. Eppure, se doveva dire la verità, in fondo al cuore Paul non era così distrutto al pensiero di essere arrestato. Come gli capitava da bambino quando impulsivamente si metteva a fa­re a botte con ragazzi due o tre volte più grossi di lui e presto o tardi finiva per prendersela con i tizi sbagliati, ritrovandosi con un osso rotto. Aveva sempre saputo che gli sarebbe capitato lo stesso con la sua attuale carriera, che alla fine un Dewey o un O'Banion lo avrebbero tolto di mezzo.
Ripensò a una delle espressioni preferite di suo padre: "II so­le tramonta comunque, sia sul giorno migliore sia sul giorno peggiore". L'uomo paffuto faceva schioccare le sue bretelle co­lorate e aggiungeva sempre: "Coraggio, domani è un nuovo giorno e inizia una nuova corsa".
Paul trasalì al suono del telefono.
Fissò l'apparecchio di bachelite nera per un lungo istante. Al settimo squillo, o all'ottavo, rispose: "Sì?"
"Paul", disse una voce giovane in tono secco. Non aveva l'ac­cento del quartiere.
"Sai con chi stai parlando."
"Sono in fondo al corridoio, in un altro appartamento. Qui siamo in sei. Ce ne sono altrettanti in strada. "
Dodici? Paul si sentì invadere da una strana calma. Non po­teva fare nulla contro dodici uomini. In un modo o nell'altro lo avrebbero preso. Bevve un altro sorso di Royal Crown. Era ma­ledettamente assetato. Il ventilatore non faceva altro che spo­stare il caldo da una parte all'altra della stanza. Chiese: "Lavori per i ragazzi di Brooklyn o per quelli del West Side? Sono cu­rioso".
"Ascoltami, Paul. Ora ti dirò che cosa farai. Tu hai solo due pistole con te, giusto? La Colt. E quella piccola ventidue. Le al­tre sono nel tuo appartamento, non è così?"
Rise. "Esatto."
"Adesso le scaricherai e lascerai aperto il carrello della Colt. Poi andrai afta finestra che non è sbarrata e le getterai fuori. Quindi ti toglierai la giacca, la lascerai cadere sul pavimento, aprirai la porta e ti fermerai al centro della stanza con le mani al­zate. Ricordati di alzarle bene. "
"E voi mi sparerete", replicò lui.
"Stai comunque vivendo del tempo che non ti spetta, ma se fai quello che ti dico, potresti restare vivo ancora un po'."

L'uomo riagganciò.
Paul lasciò cadere il ricevitore sulla forcella. Rimase seduto immobile per un attimo. Ripensò a una notte piacevole di qual­che settimana prima. Lui e Marion erano andati a Coney Island a giocare a minigolf, a mangiare hot dog e a bere birra per rin­frescarsi nel gran caldo. Per scherzo, lei lo aveva trascinato da un'indovina del parco di divertimenti. La finta zingara gli aveva letto le carte e gli aveva detto molte cose. Tuttavia la donna non aveva colto quel particolare evento, che senz'altro avrebbe do­vuto comparire in qualche modo nella lettura se fosse valsa quello che era costata.

Marion... Non le aveva mai detto ciò che faceva per vivere. Solo che era proprietario di una palestra e che di tanto in tanto faceva affari con gente dal passato discutibile. Ma mai niente di più. D'improvviso si rese conto che aveva cominciato a pensare a un futuro di qualche genere assieme a lei. Lavorava come bal­lerina in un locale del West Side, e durante il giorno studiava moda per diventare stilista. In quel momento doveva essere al lavoro; di solito non smetteva prima dell'una o delle due del mattino. Come sarebbe riuscita a scoprire ciò che gli era suc­cesso?

Se si trattava di Dewey, con ogni probabilità avrebbe potuto chiamarla.
Se si trattava dei ragazzi di Williamsburg, niente telefonate. Niente di niente.
Il telefono riprese a squillare.
Paul lo ignorò. Sfilò il caricatore della sua grossa pistola e tol­se il colpo in canna, quindi tolse le cartucce dal revolver. Andò alla finestra e gettò fuori entrambe le pistole. Non le sentì atter­rare.
Mentre finiva la bibita gassata, si liberò dalla giacca, la lasciò cadere sul pavimento. Si incamminò verso la porta, poi esitò. Tornò al Kelvinator e prese un'altra Royal Crown. La bevve. Si asciugò di nuovo il volto, andò ad aprire la porta d'ingresso, fe­ce qualche passo indietro e sollevò le braccia.
Il telefono smise di squillare.

"Questo posto viene chiamato La Stanza", disse l'uomo dai ca­pelli grigi che indossava un'uniforme bianca perfettamente sti­rata, accomodandosi su un piccolo divano.
"Non sei mai stato qui", aggiunse sicuro di sé, con un tono che significava che non c'era spazio per le discussioni. Conti­nuò: "E non ne hai mai nemmeno sentito parlare".
Erano le undici. Avevano portato lì Paul direttamente dalla casa di Malone. Era un palazzo privato nell'Upper East Side, anche se la maggior parte delle stanze del pianoterra erano oc­cupate da scrivanie, telefoni e macchine telescriventi, come se si fosse trattato di una serie di uffici. Soltanto nel salotto c'era­no divani e poltrone. Alle pareti erano appese fotografie di na­vi vecchie e nuove. In un angolo c'era un mappamondo. Un ri­tratto di Franklin Delano Roosevelt fissava Paul da un punto sopra la mensola del caminetto. La stanza era meravigliosa­mente fresca. Una casa privata con tanto di aria condizionata. Incredibile.

Ancora ammanettato, Paul era stato depositato su una como­da poltrona di pelle, I due giovani uomini che lo avevano scor­tato fuori dall'appartamento di Malone, a loro volta vestiti con uniformi bianche, sedevano accanto a lui, leggermente indietro. Quello che gli aveva parlato al telefono si chiamava Andrew Avery, un uomo dalle guance rosee e dagli occhi determinati e attenti. Erano occhi da pugile, anche se Paul sapeva che il gio­vane non era mai stato coinvolto in una scazzottata in vita sua. L'altro era Vincent Manielli, scuro, con una voce che rivelava che probabilmente era venuto su nella stessa parte di Brooklyn in cui era cresciuto anche Paul. Manielli e Avery non sembrava­no molto più grandi dei ragazzini che giocavano a baseball da­vanti a casa sua, e invece erano, incredibilmente, tenenti di va­scello della marina. Quando Schumann era stato in Francia, i tenenti da cui aveva preso ordini erano uomini, adulti.
Le loro pistole erano nelle fondine ma le chiusure di cuoio erano aperte e i due tenevano le mani vicino alle armi.
L'ufficiale anziano, seduto davanti a lui sul divano, era di gra­do piuttosto alto: un capitano di fregata, sempre che il signifi­cato delle mostrine sulla sua uniforme non fosse cambiato negli ultimi vent'anni.
La porta si aprì ed entrò una donna attraente che indossava un'uniforme bianca. La targhetta sulla camicia diceva che si chiamava Ruth Willets. Porse un fascicolo all'ufficiale. "Qui c'è tutto."
"Grazie, sottufficiale."

Mentre la donna se ne saldava senza degnare Paul di uno sguardo, l'ufficiale aprì il fascicolo, estrasse due sottili fogli di carta e li lesse con attenzione. Quando ebbe finito, sollevò lo sguardo. "Sono James Gordon. Ufficio dell'Intelligence della Marina. Tutti mi chiamano Bull."
"Questo è il vostro quartier generale?" domandò Paul. "'La Stanza?" .

l comandante lo ignorò e lanciò un'occhiata agli altri due. "Voi vi siete già presentati?"
"Signorsì."
"Non ci sono stati problemi?"
"Nessuno, signore. " Era Avery che stava rispondendo.
" Toglietegli le manette. "

Avery obbedì mentre Manielli rimase in piedi con la mano vi­cino alla pistola, osservando con aria tesa le nocche nodose di Paul. Anche Manielli aveva le mani da combattente. Quelle di Avery invece erano rosee come quelle di un commesso di mer­ceria.
La porta venne spalancata di nuovo e fece il suo ingresso un uomo ancora più anziano. Doveva avere più di sessant'anni ma era snello e alto come quel giovane attore che lui e Marion ave­vano visto in un paio di film, Jimmy Stewart. Paul si accigliò. Conosceva quel volto, lo aveva visto sul Times e suH'Herald Tri­bune.
"Senatore?"
L'uomo rispose, ma a Gordon: "Avevi detto che era sveglio. Non sapevo che fosse anche bene informato". Come se non fos­se contento di essere stato riconosciuto. Il senatore squadrò Paul dalla testa ai piedi, si sedette e si accese un grosso sigaro.

Dopo un istante, entrò anche un'altra persona, all'incirca del­la stessa età del senatore, che indossava un completo di lino bianco malamente spiegazzato. Aveva una corporatura massic­cia e morbida. Portava un bastone da passeggio. Lanciò un'oc­chiata a Paul poi, senza rivolgere la parola a nessuno, si ritirò in un angolo della stanza. Anche lui aveva un'aria familiare, ma Paul non riusciva a ricordare chi fosse.
"Ora", continuò Gordon. "Questa è la situazione, Paul. Sappiamo che hai lavorato per Luciano, sappiamo che hai la­vorato per Lansky, e per un paio d'altri. E sappiamo che cosa fai per loro. "
"Già, e cosa?"
"Sei un sicario, Paul", aggiunse Manielli in tono squillante, come se non avesse aspettato altro.
Gordon disse: "Lo scorso marzo Jimmy Coughlin ti ha visto... " Aggrottò le sopracciglia. "Come dite voi? Non 'uccidere'..."

Paul pensò: Alcuni di noi dicono "freddare". Lui preferiva "eliminare". Era il termine che il sergente Alvin York usava per descrivere l'uccisione di soldati nemici durante la guerra. Schumann si sentiva meno delinquente usando un termine utilizzato da un eroe di guerra. Ma, naturalmente, non condivise nessuno di questi pensieri con gli altri.
Gordon proseguì: "Jimmy ti ha visto uccidere Arch Dimici il 13 marzo in un magazzino lungo l'Hudson".
Paul era rimasto fuori dal posto per quattro ore prima che Di­mici si facesse vivo. Era certo che l'uomo fosse da solo. Jimmy doveva essersi addormentato dietro a una cassa per farsi passa­re la sbornia quando Paul era arrivato.

"Ora, da quello che mi dicono, Jimmy non è il testimone più affidabile. Ma abbiamo alcune prove. Alcuni impiegati dell'uf­ficio delle imposte lo hanno arrestato per aver venduto alcool di contrabbando e lui ha fatto un accordo con loro per raccoglie­re informazioni sul tuo conto. A quanto pare aveva trovato un bossolo sulla scena del delitto e lo teneva come polizza di assi­curazione. Sul bossolo non c'erano le tue impronte: sei troppo in gamba per commettere un errore simile. Ma gli uomini di Hoover sono in città. Hanno analizzato la tua Colt. I graffi la­sciati dall'estrattore sono gli stessi."
Hoover? Era coinvolta anche l'FBl? E avevano già esaminato la sua pistola. Lui l'aveva gettata dalla finestra dell'appartamen­to di Malone meno di un'ora prima.


Paul digrignò i denti. Era furioso con se stesso. Era rimasto a cercare quel dannato bossolo per mezz'ora e alla fine si era det­to che doveva essere finito nell'Hudson scivolando attraverso una spaccatura nel pavimento.
"Così abbiamo fatto qualche indagine e abbiamo scoperto che ti avevano pagato cinquecento dollari per..." Gordon esitò.
Eliminare.
"... togliere di mezzo Malone stanotte."
"Neanche per sogno", replicò Paul scoppiando a ridere. "Siete stati informati male. Io sono solo andato a trovarlo. A proposito, che fine ha fatto?"
Gordon fece una pausa. "Il signor Malone non rappresenterà più una minaccia per la polizia o per i cittadini di New York."
"Sembra che qualcuno debba a lei quei cinquecento dollari."
Ma Gordon non rise. "Sei nei guai fino al collo, Paul, e non puoi farla franca. Però noi abbiamo un'offerta da farti. Come di­cono in quelle pubblicità delle Studebaker usate: è un'offerta ir­ripetibile. Prendere o lasciare. Non negoziamo."


II senatore finalmente parlò: "Tom Dewey ti vuole a tutti i co­sti, proprio come vuole il resto dei delinquenti sulla sua lista".
Il procuratore speciale si sentiva investito della missione di­vina di fare piazza pulita del crimine organizzato di New York. Il boss del crimine Lucky Luciano, le Cinque Famiglie italiane della città e il sindacato ebraico di Meyer Lansky erano i suoi bersagli principali. Dewey era spieiato e instancabile e stava vin­cendo, arresto dopo arresto.
"Tuttavia ha accettato di concederci il diritto di prelazione su dite."
"Scordatevelo. Non sono disposto a diventare un informato­re."
"Non è questo che ti stiamo chiedendo. Non è di questo che si tratta."
"E allora che cosa volete che faccia per voi?"
Un attimo di silenzio. Il senatore fece un cenno del capo in dirczione di Gordon che disse: "Tu sei un sicario, Paul. Che co­sa credi? Vogliamo che tu uccida qualcuno".

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martedì 31 gennaio 2012

La ragazza che giocava con il fuoco

Mikael Blomkvist è tornato saldamente alla direzione di Millennium, la rivista da lui fondata è ascesa alle luci della ribalta per aver smascherato i loschi traffici dei vertici della finanza svedese.

Unico rimpianto: non avere più alcun rapporto con la giovane, geniale hacker Lisbeth Salander, che gli ha salvato la vita e con cui ha avuto una breve ma intensa relazione. Lisbeth, infatti, ha tagliato ogni contatto e si trova in viaggio ormai da mesi, alle prese con il tentativo di ricostruirsi una vita dopo la travagliata (e ai lettori pressoché sconosciuta) infanzia, le violenze del tutore e una nuova emergente passione: la matematica, cui si appassiona nel tentativo di risolvere una versione del teorema di Fermat.

Il giornale è in procinto di dare alle stampe un'esplosiva inchiesta sul trafficking di prostitute dai paesi dell'Europa orientale, nata dalla collaborazione con il giornalista Dag Svennson e la sua compagna Mia Bergman. Il progetto si blocca nel modo più cruento: l'uccisione di Dag e Mia, nonché dell'avvocato Nils Bjurman, crudele tutore di Lisbeth. Le indagini di polizia e media si concentrano su quest'ultimo delitto e scatta una caccia all'uomo nazionale alla ricerca della violenta, pericolosa, vendicativa e asociale hacker.

A crederla innocente solo pochi fedelissimi tra cui Mikael, che conosce le singolari abitudini, ma la forte moralità di Lisbeth, la donna che si difende da sola e che odia gli uomini che odiano le donne. L'intrigo si fa sempre più ampio e coinvolge poliziotti, politici e perfino esponenti dei servizi segreti, trascinato dai disperati sforzi di Mikael di dimostrare l'innocenza dell'amica e forse di salvarla da un destino anche peggiore.


Era legata con cinghie di cuoio a una stretta branda con il telaio in accia-io. Le cinghie tese sopra il torace premevano. Era stesa sulla schiena. Lemani bloccate all'altezza dei fianchi.Ormai aveva rinunciato da tempo a qualsiasi tentativo di liberarsi. Erasveglia ma teneva gli occhi chiusi. Se li avesse aperti si sarebbe ritrovata albuio, l'unica fonte di luce era una debole striscia che filtrava da sopra laporta. Si sentiva in bocca un sapore cattivo e non vedeva l'ora di potersilavare i denti.Una parte della sua coscienza tendeva l'orecchio per cogliere il rumoredi passi che avrebbe indicato che lui stava arrivando. Non aveva la minimaidea di che ora della sera fosse, al di là del fatto che aveva l'impressioneche cominciasse a essere troppo tardi perché venisse a trovarla. Un'im-provvisa vibrazione della branda la indusse ad aprire gli occhi. Era comese un macchinario di qualche genere si fosse avviato da qualche parteall'interno dell'edificio. Ma dopo un paio di secondi non sapeva se fossestata solo un'illusione oppure se il rumore fosse stato reale.

Mentalmente spuntò un altro giorno sul calendario.Era il suo quarantatreesimo giorno di prigionia.Avvertì un prurito nel naso e girò la testa in modo da poterlo sfregarecontro il cuscino. Sudava. Nella stanza l'aria era calda e soffocante. Indos-sava una semplice camicia da notte che le si era arrotolata sotto il corpo.Spostando l'anca riusciva ad afferrare l'indumento fra l'indice e il medio ea tirarlo giù da una parte un poco alla volta. Ripeté il procedimento conl'altra mano. Ma la camicia faceva ancora una piega sotto l'osso sacro. Ilmaterasso era sformato e scomodo. Il totale isolamento faceva sì che ognipiccola impressione, che altrimenti sarebbe passata del tutto inosservata, siingigantisse pesantemente. Le cinghie erano abbastanza lasche da permet-terle di cambiare posizione e mettersi sul fianco, ma anche così era scomo-da perché doveva stare con una mano dietro la schiena e questo le facevaintorpidire il braccio.Non era spaventata. Al contrario sentiva accumularsi dentro di sé unarabbia violenta.
Ma era anche tormentata dai suoi stessi pensieri che si trasformavanocostantemente in sgradevoli fantasie su ciò che le sarebbe successo. Odia-va la sua impotenza coatta. Per quanto cercasse di concentrarsi su qual-cos'altro per far passare il tempo e reprimere il pensiero della sua situazio-ne, l'angoscia riusciva comunque a filtrare. Ristagnava intorno a lei comeuna nube di gas minacciando di infiltrarsi nei suoi pori e avvelenarle l'esi-stenza. Aveva scoperto che il modo migliore per tenere lontana l'angosciaera fantasticare di qualcosa che le desse una sensazione di forza. Chiuse gliocchi e richiamò l'odore della benzina. Lui era in macchina con il finestrino aperto. Lei gli si avventava contro,versava la benzina e accendeva un fiammifero. Questione di un attimo. Le fiamme si alzavano subito. Lui si contorceva dal dolore e lei sentiva le sueurla di terrore e sofferenza. Poteva percepire l'odore della carne bruciatae quello più aspro del rivestimento e dell'imbottitura dei sedili che si incenerivano. Probabilmente si era assopita, dal momento che non aveva sentito i pas-si, ma di colpo fu perfettamente sveglia quando la porta si aprì. La luce dalrettangolo illuminato l'accecò.Alla fine lui era venuto.Non sapeva quanti anni potesse avere, ma era grande. Aveva i capelli arruffati castano scuro, occhiali cerchiati di nero e una rada barbetta. Profumava di dopobarba. Odiava il suo odore.

 Rimase ritto in silenzio ai piedi della branda e la osservò a lungo. Odiava il suo silenzio.
 Il suo viso era in ombra nel controluce della porta aperta e lei vedeva so-lo la sua sagoma. D'un tratto le rivolse la parola. Aveva una voce nitida eprofonda che sottolineava in maniera pedante ogni parola. Odiava la sua voce.  Le disse che era il suo compleanno e che voleva farle gli auguri. La vocenon era sgarbata o ironica. Era semplicemente neutra. Lei indovinò chestava sorridendo. 

Lo odiava.

 Lui si avvicinò e girò intorno alla branda. Poggiò il dorso di una manoumidiccia sulla sua fronte e le passò le dita fra i capelli in un gesto cheprobabilmente voleva essere gentile. Era il suo regalo di compleanno perlei. Odiava il suo contatto.




 Lui cominciò a parlare. Lei vedeva la bocca muoversi ma si sforzava diescludere il suono della sua voce. Non voleva ascoltare. Non voleva ri-spondere. Lo sentì alzare il tono. Un tocco di irritazione per la sua man-canza di reazione si era insinuato nella voce dell'uomo. Stava parlando direciproca fiducia. Dopo parecchi minuti tacque. Lei ignorò il suo sguardo.Poi lui alzò le spalle e cominciò a sistemare le cinghie. Le strinse un po'sul torace e si chinò su di lei.Lei si voltò di scatto verso sinistra, più bruscamente che poté. Raccolsele ginocchia fin sotto il mento e poi scalciò forte contro la sua testa. Mira-va al pomo d'Adamo e lo colpì in un punto sotto il mento, ma lui era pre-parato e si scostò, e il risultato fu solo un colpo leggero, appena percettibile.

Cercò di scalciare di nuovo ma lui era già fuori portata.Le sue gambe sprofondarono di nuovo nella branda.Il lenzuolo pendeva sul pavimento. La camicia da notte era finita moltoal di sopra dei fianchi.Lui rimase immobile senza dire nulla. Poi le girò intorno e cominciò alegarle i piedi. Lei cercò di tirare le gambe verso di sé ma lui le afferrò unacaviglia e le abbassò di forza il ginocchio con l'altra mano, bloccandole ilpiede con una cinghia. Poi fece il giro della branda e le legò anche l'altropiede.Adesso era ridotta alla totale impotenza.Raccolse il lenzuolo e la coprì. La guardò in silenzio per due minuti. Leipoteva sentire la sua eccitazione nella penombra benché lui non ne facessemostra in alcun modo. Di sicuro aveva un'erezione. Sapeva che avrebbevoluto allungare una mano e toccarla.Poi lui si voltò e uscì chiudendosi la porta alle spalle. Sentì che chiudevacol catenaccio, cosa perfettamente inutile dal momento che non aveva nes-suna possibilità di slegarsi dalla branda.Rimase diversi minuti con lo sguardo fisso sulla sottile striscia di lucesopra la porta. Poi cominciò a muoversi per cercare di capire quanto fosse-ro strette le cinghie. Riuscì a piegare un po' le ginocchia ma quelle che lebloccavano i piedi opposero immediatamente resistenza. Si rilassò. Restòstesa assolutamente immobile, fissando nel nulla.Aspettava. Intanto fantasticava di una tanica di benzina e di un fiammifero.  Lo vide imbevuto di benzina. Poteva percepire fisicamente la scatola dei fiammiferi nella propria mano. La scosse. Ne udì il tipico rumore.

Aveva incontrato una donna che gli insegnava sia la matematica che l'ero-tismo.Aprì la porta e le sorrise estasiato.«Ti va un po' di compagnia?» domandò lei.Lisbeth Salander lasciò George Bland poco dopo le due di notte. Si sen-tiva un piacevole calore dentro e passeggiò lungo la spiaggia anziché se-guire la strada verso il Keys Hotel. Camminava da sola nel buio, sapendoche George l'avrebbe seguita a circa cento metri di distanza.Lo faceva sempre. Non si era mai fermata a dormire da lui, ma spessoGeorge esprimeva vibranti proteste contro il fatto che una donna facesse ri-torno al suo albergo da sola in piena notte, e insisteva nell'affermare cheera suo dovere riaccompagnarla in albergo. In particolare quando facevanomolto tardi. Lisbeth ascoltava paziente le sue motivazioni e poi troncava ladiscussione con un semplice no.

 Io vado dove mi pare e quando mi pare.Fine della discussione. E no, non voglio avere nessuna scorta. La primavolta che si era resa conto che lui la seguiva, si era infastidita. Ma adessovedeva nel suo istinto di protezione un certo fascino e perciò fingeva dinon sapere che lui camminava dietro di lei e che sarebbe tornato verso casasolo dopo averla vista varcare la soglia del suo albergo.Si chiedeva cosa avrebbe fatto se lei d'improvviso fosse stata aggredita.Personalmente, Lisbeth avrebbe utilizzato il martello che aveva acquista-to da MacIntyre's e che teneva nello scomparto esterno della borsa a tracol-la. C'erano poche configurazioni di minaccia fisica cui l'uso di un buonmartello non potesse porre rimedio, pensava.Il cielo era limpido e stellato, e c'era la luna piena. Lisbeth alzò lo sguar-do e identificò Regolo nella costellazione del Leone bassa sull'orizzonte.

Era quasi arrivata all'albergo quando si fermò di colpo. Aveva intravistol'ombra di una figura umana più giù sulla spiaggia, a riva, davanti all'hotel.Era la prima volta che le capitava di vedere un'anima viva sulla spiaggiadopo il calare dell'oscurità. Anche se la distanza era di quasi cento metri,non ebbe nessun problema a identificare l'uomo al chiarore della luna.Era il rispettabile dottor Forbes della stanza 32.Con pochi rapidi passi si spostò di lato e si fermò sotto gli alberi. Quan-do voltò la testa, constatò che anche George Bland si era reso invisibile. Lafigura sulla battigia si muoveva lentamente avanti e indietro. Stava fuman-do una sigaretta. A intervalli regolari si fermava e si chinava, come se stes-se esaminando la sabbia. La pantomima andò avanti per venti minuti, poil'uomo cambiò bruscamente direzione e si diresse a passi spediti verso l'in-gresso dell'albergo sulla spiaggia, sparendo.Lisbeth attese qualche minuto prima di portarsi dove il dottor Forbes a-veva passeggiato.

Descrisse un lento semicerchio esaminando il terreno.Riusciva a vedere solo sabbia, conchiglie e qualche sasso. Dopo un paio diminuti interruppe lo studio della battigia e si diresse verso l'albergo.Uscì sul suo balcone, si chinò sopra la ringhiera e sbirciò nel balcone deivicini. Tutto era tranquillo e silenzioso. Il litigio serale evidentemente erafinito. Dopo un momento andò a prendere la borsa, tirò fuori una cartina esi arrotolò uno spinello con la scorta che le aveva fornito George Bland. Sisedette sul balcone. Guardava il mare scuro dei Caraibi mentre fumava epensava.Si sentiva come un'apparecchiatura radar in stato di massima allerta.

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venerdì 27 gennaio 2012

Uomini che odiano le donne il primo della trilogia Millennium, pubblicata postuma dopo la prematura scomparsa dell'autore.

Mikael Blomkvist, un giornalista economico di discreto successo, perde la causa che lo vede accusato di diffamazione a mezzo stampa nei confronti del finanziere Wennerström e per questo motivo decide di dimettersi da direttore responsabile della rivista Millennium.

A Mikael viene proposto di occuparsi in maniera esclusiva di una storia risalente a quasi quarant'anni prima: la misteriosa scomparsa di Harriet Vanger, nipote e pupilla dell'ottantenne Henrik Vanger, un tempo magnate dell'industria svedese.

Mikael, malgrado sia sicuro di non trovare nessuna informazione in più rispetto a ciò che è stato scoperto in quarant'anni di indagini, accetta l'incarico e si trasferisce nel Gävleborg, nella cittadina immaginaria di Hedestad.

Lisbeth Salander per vivere fa la ricercatrice, in ciò supportata dalle sue capacità di hacker: su commissione si occupa di ricerche particolari allo scopo di trovare informazioni approfondite su persone o aziende.

La sua vita passata è un vero mistero, ma la certezza è che Lisbeth non può disporre in proprio dei suoi averi, nemmeno dei suoi soldi in banca, in quanto sotto tutela. Poiché l'avvocato che per anni le ha fatto da tutore, Holger Palmgren, ha avuto un ictus, a Lisbeth viene assegnato un nuovo tutore, Nils Bjurman, anch'esso avvocato, che si scoprirà essere un vero e proprio sadico. Lisbeth, grazie ai suoi metodi di ricerca, sistemerà definitivamente il nuovo tutore e tornerà a prendere possesso della sua vita.

Mikael e Lisbeth indagheranno insieme sulla scomparsa di Harriet Vanger e sugli sconvolgenti segreti della famiglia Vanger, scoprendo una realtà molto peggiore della loro più drastica immaginazione.

Sono passati molti anni da quando Harriet, nipote prediletta del potente industriale Henrik Vanger, è scomparsa senza lasciare traccia. Da allora, ogni anno l'invio di un dono anonimo riapre la vicenda, un rito che si ripete puntuale e risveglia l'inquietudine di un enigma mai risolto. 

Ormai molto vecchio, Henrik Vanger decide di tentare per l'ultima volta di fare luce sul mistero che ha segnato tutta la sua vita. L'incarico di cercare la verità è affidato a Mikael Blomkvist: quarantenne di gran fascino, Blomkvist è il giornalista di successo che guida la rivista Millennium, specializzata in reportage di denuncia sulla corruzione e gli affari loschi del mondo imprenditoriale. 

Sulle coste del Mar Baltico, con l'aiuto di Lisbeth Salander, giovane e abilissima hacker, indimenticabile protagonista femminile al suo fianco ribelle e inquieta, Blomkvist indaga a fondo la storia della famiglia Vanger. E più scava, più le scoperte sono spaventose. 

La storia di Lisbeth e Mikael proseguirà anche nei due successivi romanzi della trilogia, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta.



Era diventato un rito che si ripeteva ogni anno. Il desti­natario del fiore ne compiva stavolta ottantadue. Quando il fiore arrivò, aprì il pacchetto e lo liberò della carta da re­galo in cui era avvolto. Quindi sollevò il ricevitore e com­pose il numero di un ex commissario di pubblica sicurezza che dopo il pensionamento era andato a stabilirsi sulle rive del lago Siljan. I due uomini non erano solo coetanei, ma erano anche nati nello stesso giorno - fatto che in quel con­testo poteva essere considerato come una sorta d'ironia. Il commissario, che sapeva che la telefonata sarebbe arrivata dopo la distribuzione della posta delle undici, nell'attesa sta­va bevendo un caffè. Quest'anno il telefono squillò già alle dieci e trenta. Lui alzò la cornetta e disse ciao senza nem­meno presentarsi.

«È arrivato.»
«Cos'è, questa volta?»
«Non so che genere di fiore sia. Lo farò identificare. È bianco.»
«Nessuna lettera, suppongo?»
«No. Nient'altro che il fiore. La cornice è la stessa del­l'anno scorso. Una di quelle cornici da poco che uno si mon­ta da solo.»
«Timbro postale?»
«Stoccolma.»
«Calligrafia?»
«Come al solito, stampatello, tutte maiuscole. Lettere dritte e ordinate.»

Con ciò l'argomento era stato esaurito e i due rimasero seduti qualche minuto in silenzio, ognuno dalla sua parte della linea telefonica. Il commissario in pensione si lasciò andare contro lo schienale della sedia davanti al tavolo del­la cucina, succhiando la pipa. Sapeva comunque che non ci si aspettava più che ponesse qualche domanda risolutiva op­pure iperintelligente, in grado di gettare nuova luce sulla faccenda. Quel tempo era passato da un pezzo, e la con­versazione fra i due anziani conoscenti aveva piuttosto il ca­rattere di un rituale intorno a un mistero che nessun altro essere umano al mondo aveva il benché minimo interesse a risolvere.

Il suo nome latino era Leptospermum (Myrtaceae) Rubi­nette. Si trattava di un arbusto piuttosto anonimo dotato di piccole foglie simili a quelle dell'erica, che produceva un fiore di due centimetri con una corolla di cinque petali. Era al­to grossomodo dodici centimetri.
La pianta era originaria delle regioni montuose e del busb australiani, dove cresceva in robusti agglomerati. In Australia la chiamavano Desert Snow. Più avanti, un'esperta del giardi-no botanico di Uppsala avrebbe constatato che si trattava di una pianta insolita, raramente coltivata in Svezia. Nella sua pe­rizia, la studiosa scriveva che l'arbusto era imparentato con il Leptospermum Flavescens, e che sovente era confuso con il ben più comune cugino Leptospermum Scoparium, che cresceva abbondante in Nuova Zelanda.
Il Rubinette era, in definitiva, un fiore sorprendentemente modesto. Era privo di valore commerciale. Non possedeva proprietà medicamentose note né effetti allucinogeni. Non si poteva mangiare, era inutilizzabile come spezia e senza utilità nella fabbricazione di coloranti vegetali. Per contro aveva una certa importanza per gli abitanti originari dell'Australia, gli aborigeni, che tradizionalmente consideravano la zona intorno ad Ayers Rock e la relativa flora come sacra. L'unico scopo della pianta sulla terra sembrava di conseguenza essere quello di fare omaggio della sua capricciosa bellezza all'ambiente circostante.

Nella sua perizia, la botanica di Uppsala constatava che quel piccolo arbusto era poco comune in Australia, in Scandinavia era addirittura raro. Personalmente non ne mai visto un esemplare, ma dopo un'indagine fra i colleghi era venuta a sapere che erano stati fatti dei tentativi di introdurre la pianta in un giardino di Gòteborg, e si immaginava venisse coltivata privatamente in luoghi diversi, da appassionati di giardinaggio e botanici diletttanti dotati di piccole serre. Era difficile da coltivare  perché esigeva un clima mite e secco, e doveva essere ricoverata al chiuso durante i mesi invernali. Non tollerava il terreno calcareo ed esigeva annaffiature dal basso direttamente sulla radice. Era una pianta per coltivare gli esperti.

Il fiore era solamente l'ultimo di una lunga serie di scon­certanti omaggi che arrivavano regolarmente dentro una bu­sta imbottita il primo di novembre. Il genere variava ogni anno, ma si trattava sempre di fiori belli e relativamente ra­ri. Al solito, il fiore era stato essiccato, montato con cura su carta da acquerello e messo sotto vetro in una cornice di ti­po semplice nel formato 29 X 16 centimetri.

Il mistero dei fiori non era mai stato reso pubblico, era noto solo a una cerchia ristretta di persone. Tre decenni pri­ma, l'arrivo annuale del fiore era diventato oggetto di ana­lisi - presso il laboratorio della scientifica, fra esperti di im­pronte digitali e grafologi, fra investigatori della polizia, e in un gruppo di parenti e amici del destinatario. Attualmente gli attori del dramma si erano ridotti a tre: l'anziano festeg­giato, il poliziotto in pensione e ovviamente la persona sco­nosciuta che inviava il regalo. Siccome almeno i primi due avevano raggiunto un'età così avanzata che ormai per loro era tempo di prepararsi all'inevitabile, la cerchia degli inte­ressati si sarebbe presto ulteriormente ridotta.

Quando si furono congedati, l'ottantaduenne festeggiato rimase seduto immobile un lungo momento a osservare il fiore, grazioso ma insignificante, del quale ancora non co­nosceva il nome. Poi alzò lo sguardo sulla parete sopra la scrivania. C'erano appesi quarantatré fiori essiccati sotto ve­tro e in cornice, in quattro file di dieci fiori ciascuna, più una fila incompleta con quattro quadretti. Nella fila più in alto mancava un quadro. Il posto numero nove era vuoto. Desert Snow sarebbe diventato il quadro numero quarantaquattro.

Per la prima volta accadde tuttavia qualcosa che ruppe lo schema di tutti quegli anni. D'un tratto e senza preavviso, il vecchio cominciò a piangere. Rimase egli stesso sorpreso di quello sfogo improvviso dopo quasi quarant'anni. 
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domenica 22 gennaio 2012

Stieg Larsson è stato il secondo autore più venduto nel mondo nel 2008, dietro l'afghano Khaled Hosseini.

Stieg Larsson, nome completo Karl Stig-Erland Larsson (Skellefteå, 15 agosto 1954 – Stoccolma, 9 novembre 2004), è stato uno scrittore e giornalista svedese.

Esperto conoscitore di organizzazioni di estrema destra e neonaziste, è stato fondatore della rivista antirazzista Expo, consulente di Scotland Yard e corrispondente dal Regno Unito, consulente del Ministero della Giustizia svedese, inviato per l'OSCE.

È morto improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2004. Dopo la sua morte sono stati pubblicati i suoi romanzi polizieschi, facenti parte della trilogia Millennium.

È stato il secondo autore più venduto nel mondo nel 2008, dietro l'afghano Khaled Hosseini. A marzo 2010 la sua trilogia Millennium ha venduto 27 milioni di copie in oltre 40 paesi.

Cresciuto dai nonni materni, Larsson inizia a lavorare facendo i mestieri più vari. Nel 1983 diventa grafico presso l'agenzia di stampa svedese Tidningarnas Telegrambyrå. Poco alla volta si orienta verso il giornalismo diventando critico letterario (romanzi polizieschi e fumetti soprattutto).

Nel 1995, dopo l'omicidio di cinque ragazzi a Stoccolma per mano di estremisti di destra, lascia Tidningarnas Telegrambyrå per fondare la rivista trimestrale EXPO, con intenti antirazzisti, rivista che sarà schierata in prima linea contro il rigurgito neofascista in Svezia.

La battaglia di Stieg Larsson contro il razzismo, il fascismo e l'estremismo di destra è assolutamente seria: nel 1991 scrive, insieme a Anna-Lena Lodenius, Extremhögern ("Estremismo di destra"). Dieci anni dopo pubblica (a quattro mani con Mikael Ekman) Sverigedemokraterna: den nationella rörelsen ("Democratici svedesi: il movimento nazionale").

Comincia a tenere conferenze in tutto il mondo, Londra compresa, dove viene invitato da Scotland Yard, con cui inizierà a collaborare. In più occasioni riceve minacce di morte.


Politicamente, Stieg Larsson fu inizialmente un attivista della Kommunistiska Arbetareförbundet (Lega Comunista dei Lavoratori), che lasciò di sua volontà nel 1987 in contrasto con la scarsa democratizzazione dei Paesi del socialismo reale.

Grande fan di Pippi Calzelunghe, il personaggio creato nel 1945 da Astrid Lindgren, Larsson è stato anche lettore appassionato e profondo conoscitore di fantascienza.

L'autore è morto il 9 novembre 2004 a Stoccolma a causa di un infarto, nella redazione del suo giornale EXPO[4]. Il testamento del 1977, con cui egli disponeva la sua eredità a favore della sede di Umeå della sezione svedese della IV internazionale, è stato ritenuto non valido, per cui i suoi beni ed i proventi della vendita dei libri spettano al fratello ed al padre, Joakim ed Erland. Nessun diritto all'eredità è stato riconosciuto alla sua compagna di sempre, l'architetta Eva Gabrielsson, con cui aveva vissuto per 32 anni.

Sino al 2004, anno della sua morte, Larsson aveva pubblicato solamente saggi sulla democrazia svedese e sui movimenti di estrema destra. Solo poco prima di morire Larsson contattò una delle principali case editrici svedesi, la Norstedts, e consegnò una serie di tre romanzi polizieschi che costituiscono la trilogia Millennium.

Larsson aveva pensato ad una serie di dieci romanzi e prima di morire aveva già sviluppato il quarto ed il quinto volume. In seguito alla sua morte, la trilogia conobbe un enorme successo, dapprima in Svezia quindi in Francia, dove fu pubblicato dalla casa editrice Actes Sud, poi in tutta Europa divenendo il caso letterario dell'anno: finora sono stati venduti 8 milioni di copie.

Attualmente i suoi libri sono tradotti in 25 paesi. In Italia i suoi libri sono stati tutti pubblicati dalla casa editrice Marsilio.

La trilogia Millennium è composta da:

    2005 - Uomini che odiano le donne (Män som hatar kvinnor), Marsilio, 2007.
    2006 - La ragazza che giocava con il fuoco (Flickan som lekte med elden), Marsilio
    2007 - La regina dei castelli di carta (Luftslottet som sprängdes), Marsilio
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mercoledì 18 gennaio 2012

Il ritorno del maestro di danza racconta il rigurgito delle pagine più terribili della storia d'Europa.

Lo Harjedalen, nel nord della Svezia, è una terra di foreste sterminate, i cui lunghi inverni sono a stento rischiarati dal bagliore della neve. E qui, in un casolare sperduto, che Herbert Molin, ex poliziotto in pensione, decide di ritirarsi. E qui, un brutale assassino lo raggiunge per accompagnarlo in un ultimo, terribile ballo con la morte.

Quando la polizia arriva sulla scena del delitto, trova delle impronte di sangue che sembrano tracciare i passi del tango. Il trentasettenne Stefan Lindman, ispettore della polizia di Boras, un tempo collega della vittima, per non doversi confrontare con la malattia che lo tormenta si butta a capofitto nelle indagini e scopre ben presto l'inquietante passato nazista di Molin. Esiste un legame tra la sua morte atroce e le sue convinzioni politiche?

E qual è il ruolo della rete neonazista che, sempre più nitida, viene alla luce e sembra toccare lo stesso Lindman molto da vicino? Sulle tracce dell'assassino, che dalla Sveziaportano in Germania e Argentina, la sua inchiesta ripercorre un pezzo doloroso della nostra storia.

Lo attende una rivelazione sconvolgente, oltre all'amara consapevolezza che la follia che per anni devastò l'Europa non è affatto sepolta.


 L'aereo era decollato da un aeroporto militare nei pressi di Londra poco dopo le due del pomeriggio del 12 dicembre 1945. Piovigginava e faceva freddo. Di tanto in tanto soffiava­no forti raffiche che agitavano la manica a vento. Ma poi il vento cessò. L'aereo era un bombardiere quadrimotore Bristol Blenheim che aveva già partecipato alla battaglia d'Inghilterra nell'autunno del 1940. Era stato colpito più volte dai caccia tedeschi e costretto a un attcrraggio di fortuna. Ma era sem­pre stato possibile ripararlo e destinarlo nuovamente al com­battimento. Ora che la guerra era finita, veniva per lo più usato per il trasporto degli approvvigionamenti alle truppe inglesi di stanza nella Germania vinta e distrutta.

Proprio quel giorno, Mike Garbett, comandante a bordo, era stato informato che nel pomeriggio avrebbe trasportato un passeggero in una località di nome Bùckeburg, da dove sareb­be poi stato prelevato per fare ritorno in Inghilterra la sera suc­cessiva. Il maggiore Perkins, il suo diretto superiore, non l'a­veva informato di chi fosse quell'uomo né di quale incarico dovesse svolgere in Germania. E Garbett non aveva fatto domande. Anche se la guerra era finita, a volte aveva l'im­pressione che fosse ancora in corso. I trasporti segreti erano piuttosto frequenti.

Ricevuti gli ordini, era andato a sedersi in una delle barac­che dell'aeroporto insieme al copilota Peter Foster e al navi­gatore Chris Wiffin. Sul tavolo, erano aperte le carte geografi­che della Germania. L'aeroporto si trovava a poche miglia dalla città di HamSln. Garbett non ci era mai stato prima, ma Peter Poster lo conosceva. Dato che l'area circostante era pianeg­giante, il volo di avvicinamento non sarebbe stato difficile. L'u­nico inconveniente poteva essere la nebbia. Wiffin andò a par­lare con i meteorologi. Al suo ritorno informò gli altri che sulla Germania settentrionale e centrale nel pomeriggio e in serata era previsto ciclo sereno. Definito il piano di volo, avevano allora calcolato la quantità di carburante necessaria, poi ave­vano arrotolato le carte.

«Trasporteremo un solo passeggero» disse Garbett. «Ma non so chi sia.»

Non gli fecero domande, né Garbett se ne aspettava. Erano ormai tre mesi che volava con Poster e Wiffin. Erano uniti per­ché erano tra i sopravvissuti. Molti piloti della Raf erano morti durante la guerra, nessuno di loro sapeva quanti amici avesse perso. Essere ancora vivi era un motivo di sollievo, anche se accompagnato dal tormento di avere avuto salva la vita che i morti sul campo avevano disperatamente invocato.

Poco prima delle due, una berlina varcò i cancelli dell'aero­porto. Poster e Wiffin erano già a bordo del grande aereo, impegnati negli ultimi preparativi prima del decollo. Garbett aspettava sulla pista di cemento piena di crepe. Quando vide che il passeggero non era un militare ma un civile, corrugò la fronte. L'uomo che era sceso dal sedile posteriore era basso di statura e tarchiato. In bocca aveva un sigaro spento. Aprì il bagagliaio dell'auto e prese una valigia nera. In quello stesso momento il maggiore Perkins arrivò a bordo della sua jeep. L'uomo che doveva essere trasportato in Germania portava il cappello calcato sulla fronte e Garbett non riuscì a vedere i suoi occhi. Si sentiva a disagio. Quando il maggiore Perkins fece le presentazioni, il passeggero borbottò il proprio nome. Garbett non riuscì a capire cosa avesse detto.

«Possiamo decollare» disse Perkins.
«Ci sono altri bagagli?» chiese Garbett.
L'uomo scosse il capo.

«È meglio non fumare durante il volo» aggiunse Garbett. «L'aereo è vecchio. Potrebbero esserci delle fessure. Di solito i vapori della benzina si notano quando è ormai troppo tardi.» L'uomo non rispose. Garbett lo aiutò a salire a bordo. Den­tro, l'aereo era vuoto, fatta eccezione per tre scomode sedie di acciaio. L'uomo si mise a sedere posando la valigia fra le gambe. Garbett si chiese quali oggetti di valore stesse portan­do in Germania.

Una volta in volo, effettuò una virata a sinistra per immet­tersi nella rotta che Wiffin gli aveva mostrato. Poi raddrizzò l'aereo e, una volta raggiunta l'altitudine indicatagli, affidò i comandi a Poster. A questo punto si girò a osservare il pas­seggero. L'uomo aveva sollevato il bavero del cappotto e aveva calcato ancora di più il cappello sulla fronte.
Si chiese se stesse dormendo. Ma qualcosa gli diceva che era perfettamente sveglio.
L'attcrraggio all'aeroporto di Bùckeburg si svolse senza dif­ficoltà, nonostante il buio e la pista scarsamente illuminata. Un'auto scortò l'aereo fino ai margini di un lungo hangar, dove diversi veicoli militari erano in attesa. Garbett aiutò il passeggero a scendere dall'aereo. Ma quando allungò la mano per prendere la valigia, l'uomo scosse la testa e l'afferrò lui Stesso. Poi salì su una delle vetture e l'autocolonna partì • immediatamente. Wiffin e Poster erano scesi dall'aereo e vide-i'to i fanali posteriori dell'auto scomparire. Il freddo li faceva tremare.

«La cosa mi incuriosisce» disse Wiffin. «Meglio lasciar perdere» rispose Garbett. Poi indicò una jeep che stava avvicinandosi all'aereo. «Credo che dormiremo qui» disse. «Suppongo che quella tp sia per noi.»

fePresero visione dei posti letto assegnati e cenarono. Poi, ni meccanici dell'aeroporto li invitarono a bere in una delle de della città sopravvissute ai bombardamenti. Wiffin e Iter accettarono, ma Garbett era stanco e rimase nella came-Una volta a letto, non riuscì ad addormentarsi. Disteso, liedeva chi fosse mai quel passeggero. Cosa aveva di così importante in quella valigia 8a non permettere a nessuno di toccarla?
Garbett borbottò fra sé nell'oscurità. Quell'uomo era in mis­sione segreta. Doveva semplicemente riportarlo in Inghilterra il giorno dopo. Nient'altro.

Guardò l'orologio. Era già mezzanotte. Sistemò il cuscino, e quando Wiffin e Poster tornarono verso l'una si era già addormentato.

Donald Davenport lasciò il carcere britannico che racco­glieva i prigionieri di guerra tedeschi poco dopo le undici di sera. Abitava in un albergo risparmiato dalla guerra, che ora veniva usato come alloggiamento per gli ufficiali britannici di stanza a Hameln. Sentiva la stanchezza pesargli addosso e aveva bisogno di dormire se voleva portare a termine la sua missione il giorno dopo senza commettere errori. Il sergente inglese MacManaman, che gli era stato assegnato come assi­stente, gli faceva provare una sensazione di inquietudine. A Davenport non piaceva lavorare con collaboratori inesperti. Molte cose potevano andare storte, soprattutto quando la mis­sione era così importante come quella che li aspettava.

Rifiutò una tazza di tè e andò direttamente nella sua came­ra. Si mise a sedere alla scrivania e iniziò a leggere gli appun­ti dell'incontro che si era svolto mezz'ora dopo il suo arrivo. Per prima cosa lesse il formulario battuto a macchina che gli aveva consegnato un giovane maggiore di nome Stuckford, il responsabile dell'intera operazione.
Spiegò il documento, sistemò la lampada della scrivania e lesse i nomi. Kramer, Lehmann, Heider, Volkenrath, Grese... Erano dodici nomi in tutto: tre donne e nove uomini. Studiò le informazioni accuratamente e prese appunti. Ci volle un po' di tempo perché, come sempre, il suo orgoglio professionale gli imponeva la massima scrupolosità. Posò la penna solo quan­do era quasi l'una e mezza. A quel punto si era fatto un'idea chiara di tutto. Aveva fatto le sue valutazioni e controllato tre volte di non avere trascurato nulla. Si alzò dalla sedia, si mise a sedere sul letto e aprì la valigia. Anche se sapeva che non dimenticava mai niente, controllò che tutto fosse a posto. Prese una camicia pulita, chiuse la valigia, poi si lavò con l'acqua fredda, che era tutto ciò che l'albergo poteva offrire.
Aveva sempre difficoltà ad addormentarsi. E fu così anche quella notte.

Quando bussarono alla porta poco dopo le cinque, Daven­port era già in piedi e vestito. Dopo una rapida colazione attra­versarono la cittadina buia e tetra e raggiunsero il carcere. Il sergente MacManaman era già sul posto. Era pallidissimo, e Davenport si chiese se sarebbe riuscito a portare a termine il suo compito. Ma Stuckford, che li aveva raggiunti e sembrava avere intuito la sua inquietudine, lo prese in disparte assicuran­dogli che, se anche poteva sembrargli insicuro, MacManaman non avrebbe avuto esitazioni.
Alle undici tutti i preparativi erano stati ultimati. Davenport aveva deciso di iniziare con le donne. Dato che le loro celle si trovavano nel corridoio più vicino al patibolo, avrebbero sicu­ramente sentito il rumore della botola che si apriva. E voleva risparmiarglielo. Non teneva conto dei reati commessi dai sin­goli prigionieri. La correttezza gli imponeva di iniziare con le donne.

Tutti quelli che dovevano essere presenti avevano preso  posto. Davenport fece cenno a Stuckford che, a sua volta, fece  un cenno a una delle guardie del carcere. Si udirono alcuni ordini e il rumore metallico delle chiavi, poi la porta di una cella si aprì.

Davenport rimase in attesa.

La prima a presentarsi fu Irma Grese. Per un attimo la [lente glaciale di Davenport fu colta da un senso di meravi-|ia. Come poteva quella ventiduenne bionda ed esile avere ustato a morte dei prigionieri nel campo di concentramento i Bergen-Belsen? Era poco più che una ragazzina. Ma quan-era stata pronunciata la sua condanna a morte, nessuno iva avuto dubbi. Era un mostro, doveva morire. La donna crociò lo sguardo di Davenport, poi lo alzò verso il patibolo. Le guardie la condus&ro su per la scala. Davenport le sistemò le gambe esattamente sopra alla botola e le mise il capestro attorno al collo, controllando allo stesso tempo che MacManaman non maneggiasse maldestramente la cintura di cuoio che le aveva stretto intorno alle gambe. Poco prima di metterle il cappuccio sulla testa, sentì la donna pronuncia­re con voce appena udibile una sola parola.

«Schnell!»

MacManaman fece un passo indietro e Davenport allungò la mano per raggiungere la leva che azionava l'apertura della botola. La donna sprofondò, Davenport sapeva di avere cal­colato esattamente la lunghezza della fune. Sufficientemente lunga da causare la rottura della vertebra del collo evitando però che la testa si staccasse dal corpo. Scese con MacManaman al di sotto dell'impalcatura che sosteneva il patibolo e rimosse il corpo, poi l'ufficiale medico inglese controllò il battito del cuore e constatò il decesso. Il corpo fu portato via. Davenport sapeva che nella dura terra del cortile del carcere erano state scavate delle fosse.

Tornò nuovamente al patibolo e controllò sui suoi docu­menti a quale lunghezza doveva regolare la corda destinata alla donna successiva. Quando tutto fu pronto, fece nuovamente un cenno a Stuckford, e poco dopo Elisabeth Volkenrath era sulla porta con le mani legate dietro la schiena. Era vestita come Irma Grese, con un vestito grigio che le scendeva fino a sotto le ginocchia.

Tre minuti dopo, anche lei era morta.   

Complessivamente, le esecuzioni capitali erano durate due ore e sette minuti. Davenport aveva calcolato due ore e un quarto. MacManaman aveva portato a termine il suo compito. Tutto era andato come previsto. Dodici criminali di guerra tedeschi erano stati giustiziati. Davenport ripose le corde e le cinture di cuoio nella valigia nera e si accomiatò dal sergente MacManaman.

«Bevi un bicchiere di cognac» disse. «Sei stato un bravo assi­stente.»
«Se lo sono meritato» rispose brevemente MacManaman. «Non ho affatto bisogno del cognac.»

Davenport lasciò il carcere insieme al maggiore Stuckford. Si chiese se sarebbe stato possibile fare ritorno in Inghilterra prima di quanto previsto. Era stato lui stesso a chiedere di ripartire in serata. Qualcosa poteva andare storto. Dodici ese­cuzioni capitali in un solo giorno non erano cosa abituale nep­pure per Davenport, il boia più esperto d'Inghilterra. Decise però di non modificare il piano concordato.

Stuckford lo accompagnò al ristorante dell'albergo e ordinò da mangiare. Presero posto in una sala in disparte. Stuckford aveva una ferita di guerra che lo costringeva a trascinare la gamba sinistra. Davenport provava simpatia per lui, soprattut­to perché non faceva domande inutili. Detestava le persone che chiedevano come ci si sentiva a giustiziare questo o quel cri­minale che, in un modo o nell'altro, era diventato famoso per quanto i giornali avevano scritto.

Mangiarono scambiandosi soltanto alcuni vaghi commenti. Sul tempo e sul fatto che gli inglesi avrebbero potuto aspettarsi qualche razione extra di tè o tabacco in vista dell'imminente finale. Fu solo in seguito, bevendo il tè, che Stuckford commentò uello che era successo nella mattinata.

Lehmann era stato l'ultimo che Davenport aveva impiccato quella mattina. Un piccolo uomo che era andato incontro alla morte con tutta calma, quasi assente.
«Aveva un fratello spieiato» continuò Stuckford. «Ed è spa­rito nel nulla. Forse è già riuscito a usare uno dei canali di fuga dei nazisti. Può essere in Argentina o in Sudafrica, e in questo caso non lo prenderemo mai.»

Rimasero seduti in silenzio. Fuori pioveva.


«Waldemar Lehmann era un sadico senza paragoni» disse Stuckford. «Non solo fu smisuratamente spieiato con i prigio­nieri. Provava anche gusto a insegnare ai suoi subordinati l'ar­te della tortura. Avrebbe dovuto essere impiccato come il fra­tello. Ma non l'abbiamo trovato. Non ancora.»

Alle cinque Davenport ritornò all'aeroporto. Nonostante indossasse un cappotto pesante, sentiva freddo. Il pilota lo stava aspettando vicino all'aereo. Davenport si chiese a cosa stesse pensando. Poi salì sull'aereo e prese posto sulla sedia gelata, alzò il bavero del cappotto per proteggersi.

Garbett avviò i motori. L'aereo prese velocità e scomparve fra le nuvole. Davenport aveva assolto al suo compito. Era andata bene. Non per niente veniva considerato il boia più abile d'Inghil­terra. L'aereo sobbalzò passando con difficoltà attraverso una zona di vuoti d'aria. Davenport pensava a quello che gli aveva detto Stuckford riguardo ai criminali di guerra fuggiti. E pensava a Lehmann che provava gusto a insegnare agli altri i più raffinati metodi di tortura.

Si strinse il cappotto intorno al corpo. Avevano superato i vuoti d'aria. L'aereo era sulla rotta di casa, verso l'Inghilterra. Era stata una buona giornata. Aveva fatto il suo dovere senza intoppi. Nessuno dei prigionieri aveva tentato di opporre resi­stenza mentre veniva condotto sul patibolo. Nessuna testa si era staccata dal corpo.

Era soddisfatto. Adesso poteva pregustare i tre giorni liberi che lo attendevano. Poi avrebbe dovuto impiccare un assassi­no a Manchester.
Si addormentò sul sedile duro, nonostante il rumore assor­dante dei motori.
Mike Garbett continuava a chiedersi chi fosse quel passeg­gero.
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